venerdì 4 giugno 2010

La porta bianca.

L'immagine è frutto di una elaborazione a computer di un mio dipinto. Il suo colore originale è rosso.
Il telefono non smette di suonare.
E' Maria. Ha litigato con Nico così è tornata a casa con un tipo, uno qualunque, poi si è pentita e ora piange al telefono in cerca di conforto e di una ridicola assoluzione. Lascio che si sfoghi e l’ascolto mentre racconta la solita storia dell’amore che finisce. Ha la voce spezzata, poi quasi urla, sussurra, poi piange. Se la prende con le leggi degli uomini, dalla mela in poi. Ce l’ha persino con Biancaneve che si è lasciata sedurre da un frutto, e ancor più astio mostra per quella strega della matrigna, che con secoli d’anticipo aveva capito l’importanza del look: Nessuno, nel duemila come nel medioevo, si avvicinerebba ad una bara per baciare una morta! Piange-ridiamo. Saluta quasi sedata dal vuoto delle parole vomitate dentro al telefono, quindi nelle mie orecchie, al solo fine di liberarsene, regalandole a me, qualora avessi interesse a conservarne qualcuna.
Mi appoggio sul vetro gelido della finestra che ho di fronte pensando ancora alla mela, all’accanimento simbolico che da sempre la costringe sotto scomodi riflettori: Eva, Biancaneve, tracce di Blake, certi paradossi di mercato, senza contare il gusto del suo sapore così peccaminoso. E' bella Maria, non so pensare ad altro. Il freddo del vetro mi spegne i motori, ho la mente piena di niente, riesco solo a guardare, sebbene...il mio occhio destro è  tormentato da una ciocca di capelli di natura indipendentista che mi assedia la fronte sostanzialmente conservatrice, dunque poco tollerante verso qualunque idea di cambiamento. Ho le mani in tasca, le guance ormai gelide, e una mente troppo pigra e stanca per convincere l’arto destro – in linea di principio suo schiavo a vita- a fare qualunque cosa, il braccio infatti non fa una piega. Fuori le luci iniziano a calare e la scuola che ho davanti agli occhi, sembra perdere un po' della sua giovinezza. Il giardino però è pieno di bambini che giocano a qualcosa con qualcuno -educatori- Nella mischia di grembiulini azzurri e rosa che mi corrono sotto gli occhi, c'è una bimba che somiglia a Maria: capelli biondissimi e lunghi, un golfino rosa come il grembiule e soprattutto, quella bellezza naturale, quasi arrogante che sin da piccoli attrae l’interesse del mondo intero. Ha un che di Darwiniano. E' nata con un discreto vantaggio sugli altri, non perché fosse giusto o sensato, è successo e basta. Anche Maria è così. Splendida creatura. Lei preferisce vivere piuttosto che rifletterci sopra. Per me è diverso. Frequento soprattutto libri e mi sembra che quel che leggo finisca sempre col riguardare molto da vicino la mia vita reale. Quelle voci, che conservo impaginate nei fogli delle più svariate antologie, qualche volta le ho sentite davvero…
- In giardino intanto, sotto ai miei occhi mediamente assenti, ,il gruppo si organizza per una partita a pallone.
… A Urbino, per esempio. Era un giorno d’inverno di qualche anno fa. Le solite case medievali, il bellissimo palazzo Ducale e la nebbia che come d’abitudine si poggiava sulla città per sedurla, avvolgendola e penetrandola dall’alto, spingendosi lungo le insenature della stradine del paese, fino a sfiorarne il pavimento. Il manto bianco accarezzava il mondo solido e urbano, e l’esito, agli occhi del passante, era l'impressione di una fusione di colori non troppo dissimile all’unione di corpi che si incastrano uno nell’altro senza che rimanga il benché minimo spazio per respirare, per pensare a niente che non sia il piacere di essere parte di qualcosa. Non c’erano automobili in giro e tutto quello che l’occhio umano potesse percepire erano le statue del Duomo, capaci d'imporsi all’occhio anche di notte e nonostante la nebbia. Sedotta a mia volta dalla poetica visione e dalla magia del momento, ho pensato di andarmi a sedere nel mezzo del quadro e di diventarne parte attiva. Provo a vedermi da fuori, con gli occhi di un passante: Seduta sulle scale, completamente sola, una macchia di nero su uno sfondo bianco, come quel muro nebbioso che mi appannava la vista.  Il freddo mi congelava il cervello e ogni millimetro di corpo, ma niente e nessuno mi avrebbe convinto ad alzarmi, a tornare a casa. Respiravo pace, la Santa Pace che a Urbino, così come altrove, è così difficile anche solo da concepire. Seduta sulle scale del Duomo, per guadagnare o perdere tempo, non credo di averlo capito, né m’ interessa saperlo. Fissavo il bianco delle scale su cui ero seduta, poi il bar e le case che avevo di fronte, ma era tutto un pretesto per il divagare della mente. Come un sogno abitato da soli ambienti su cui poggiare gli occhi. A spezzare la gradevole monotonia del nulla in cui mi ero nascosta, è stato un fatto impensabile. Nei pressi della viuzza che da "lettere" sbuca verso la piazza, comparve un uomo la cui figura era mescolata alla nebbia -indistinto- Camminava lento sotto i miei occhi curiosi e increduli. Indossava un cappello nero, un mantello lungo fino alle ginocchia, intriso di tutte le più belle suggestioni del Rinascimento: Raffaello Sanzio in persona! Ho avuto l’istinto di alzarmi, di andarlo ad abbracciare, di parlarci, ma ero così turbata che sono rimasta immobile come fossi io stessa una statua del Duomo. Lui si è voltato, era pieno di bellezza e mi ha guardato. L' ho visto, si! Ho visto che mi ha sorriso. L’ho osservato con una specie di emozione che provava a colarmi dagli occhi, ma si congelava nell’atto di nascere. Pochi istanti, ed è svanito nella nebbia. -Se ne torna a casa- ho pensato. Impressione surreale, mi rendo conto, tanto che non l'ho mai raccontata  a nessuno o mi avrebbero detto che sono proprio strana -come se non lo sapessi da me! Mi sono alzata infine, e ho ripreso la via di casa, per poi chiudermi in camera a disegnare lo schizzo del mio prossimo dipinto. Tratti spessi e rotondi che man mano prendevano forma sulla tela, quasi a mia insaputa. Nelle orecchie c'erano note di qualcosa di molto moderno, troppo per non stridere col passato remoto che quella sera si era appopriato della mia mente. Le mie linee intanto continuavano a scurirsi, a delineare forme che mi sembrava venissero da molto lontano: Lo sguardo verso il basso, due mani enormi che si tengono la testa - enorme a sua volta - e tutt’intorno, una forma geometrica e ovale. “L’origine del mondo” la chiamerebbe Courbet, per me è invece “La porta bianca”, perché bianco me lo immagino il dolore di una madre che trova il tempo, la voglia e la necessaria incoscienza per regalare la vita a qualcuno, per spingerlo fuori dalla sua vita, soffrendo un male forte e definitivo, di cui non mi è dato di sapere e al di là del quale, questo lo so, sta il primo faticoso respiro di due minuscoli polmoni, un cuore che batte, la prima traccia della sua identità che inizia da subito ad essere altro rispetto a chi l’ha creato. E' per questo che piange: Dolore e sollievo di chi impara da subito che ricerca, bisogno e poi distacco da altre persone, sarà il lavoro di tutta una vita.
Il quadro l’avevo pensato grigio e arancione ma il mio arto destro in accordo con le morbosità della mia mente, si è messo ad impastare del rosso cremisi, una punta di nero, qualche traccia di bianco e terra di siena bruciata. Così, una serena riflessione cromatica si è trasformata in una specie di tristezza di color rosso porpora... neanche avessi incontrato Caravaggio.
Qualcuno ha fatto Goal in giardino, e a quell’età, pochi sanno che: “Goal” vuol dire traguardo. Pochi intuiscono che giocare a pallone significa letteramente inseguire un obbiettivo, pretendere una mèta, ma lo fanno lo stesso, e si divertono sembra.
I capelli continuano a tormentarmi la vista, così li raccolgo in una specie di chignon che incastro con una penna. Ogni volta che mi lego i capelli penso a Virginia Woolf e le sue forcine.
Un rumore dal giardino. Qualcuno si è fatto prendere dall’entusiasmo e a pagarne le conseguenze è stato un vetro, a scuola g o a l Gli educatori si mettono a cercare il colpevole. Domande, sguardi severi e in breve: g o a l! Un bimbo impaurito subisce passivamente gli insulti di un suo coetaneo che lo aggredisce in modo esagerato per la sua tenera età. L’educatore lascia che gli ultimi restino ultimi, e solo dopo un tempo infinito mette fine a quello scempio di feroce e immotivata inumanità infantile. Tremo di rabbia dietro alla mia finestra. E’ stato un incidente, è fin troppo evidente. Il calcio prevede anche questo, ma la scuola è stata ferita e qualcuno deve pagare. Dovrei correre a difendere quel bimbo, vorrei poterlo rassicurare perché se lo facessi forse negli anni, finirebbe col dimenticare il pasticcio provocato da un tiro maldestro, ma non muovo un passo. Mi accade invece di ricordare qualche evento in miniatura che mi è capitato quando avevo la sua età. Vorrei sapere che accadrà nella vita di quel bambino. Immagino che anche per lui, tutto dipenderà dagli altri obbiettivi, da quanti goals riuscirà a realizzare, dai libri che leggerà. Intanto se ne sta seduto tutto solo, quasi accartocciato sull’ultimo scalino della scuola.
La finestra, il giardino, i bambini - deja-vù -pensò ad Evelina l’Irlandese e a suo padre: “Il Dio della creazione!” Di nuovo Joyce, come un’ossessione!Davanti a una finestra, a una chiesa, davanti a una scuola che crolla, a un vetro rotto e a un bambino che non sa piangere. E’ quasi buio ormai, e i ragazzi stanno tornandosene a casa creando una sorta di processione silenziosa –Joyce’s influence- in cui madri e padri si riprendono i figli, passando per l’educatore. Quanto al colpevole, è rimproverato anche dal padre che è appena arrivato. Stanco di contrizione, il piccolo piange infine, e bisbiglia le sue ragioni. L’uomo si china verso di lui, parlano un po’, poi  l’accarezza e l’ abbraccia con dolcezza portandolo via. G o a l

Mi scollo come posso dalla finestra gelida e torno ai miei studi. Allontano la sedia dalla scrivania che mi appare sta sera troppo più grande di ogni mia intenzione, penso al Gabinetto del dottor Caligari, penso di pensare troppo a tutto ultimamente…se fossi metafora, sarei una parentesi che a forza di aprirsi, non sa più come chiudersi. Mi sento come Alice, ma in un paese grigio, al netto di meraviglie, in cui i conigli devono fuggire per non finire in padella, i funghi non sono nient'altro che contorno per conigli al forno, e il cappellaio matto è solo l’ennesimo ruolo interpretato dal fantastico Jonny Deep, cioè una favola vivente che non mi sarà mai dato di vivere ad occhi aperti.
Seduta in prossimità del mio trono di carta ruvida, consumata, scarabocchiata, evidenziata, torturata da colori diversi, da annotazioni a penna e anche a matita, osservo dalla finestra che ho di fronte gli ultimi raggi di tramonto.
-Notte infine-
Poche ore dopo la sveglia non smette di suonare. Mi alzo controvoglia. Fuori piove ed è tutto grigio e umido. Vorrei dormire e invece devo andare a Urbino per farmi “esaminare”.

Attraverso il corridoio. Impugno la maniglia d’ottone della porta grigia ed entro in un’aula grigia. Terminato il rituale burocratico, il docente mi rivolge una domanda. Nei suoi occhi una specie di noia molto malcelata. La mia mente percorre sentieri che lei sola conosce, in cerca di dati da accoppiare per elaborare una risposta chiara e concisa da esprimere con la dovuta decenza, il tutto per ricevere un numero, un numero banale che da solo avrà il potere di attribuirmi un valore preciso. Sociale. Inconfutabile. Mi sento fortunata, conosco la risposta…
“…In ‘ The mark on the wall ’, Virginia Wolf, seduta, osserva un segno sul muro e questo crea nella sua mente un libero fluire di pensieri definito: "stream of thoughts"… Il muro come similitudine dei misteri della vita, di quello che si è perso con lo scorrere del tempo… e la vita… come un treno che corre velocissimo per portarci ai piedi di Dio… immagina se stessa nella frenesia della corsa… che perde le forcine che le tengono i capelli...”
- G o a l -

Luisa

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