domenica 6 giugno 2010

Un pensiero per mio padre.

video

Oggi non lo scriverei affatto questo post. Troppo emotivo, ma cancellarlo sarebbe come ricucire nervi scoperti, e per ora non riesco a farlo. Sono passati già cinque anni dal 2009, e mi sembra una vita.


Ricordare e condividere la memoria per allentare la morsa delle distanze. Per questo ho pensato di inventarmi un modo per rendere omaggio a mio padre, per il primo anniversario della sua morte. Volevo fosse qualcosa di più emotivo e partecipato rispetto alla freddezza delle funzioni ecclesiastiche, che recepisco come vuoti rituali privi di essenza che hanno senso solo per chi ci crede.

Realizzare questo piccolo video-collage di tre minuti appena mi è costato del tempo, degli esperimenti, e mi è piaciuto farlo perché è stato un modo per rielaborare dati e imparare qualche nozione di un nuovo linguaggio.
Mi scuso per le persone della mia famiglia che non ho incluso, ma è dipeso da inciampi tecnici oltre che dal fatto che non è un album dei ricordi, ma il ricordo di una storia che riguarda tutti noi e che volutamente conservato al passato prossimo e remoto, cioè ad una dimensione temporale in cui le foto si facevano dal fotografo, o quando lo zio veniva a casa, e poi si mandavano "all’estero", come cartoline, per raccontare a qualcuno come erano i suoi figli. Anni luce rispetto alla generazione facebook-Ryan Air mi rendo conto, ma allora era così: La scarpa era uno dei mezzi più usati per le brevi distanze, e per le altre ci si spostava in treno o in nave, e visti i prezzi non trascurabili, si partiva per lunghi periodi. Nel frattempo, si comunicava per lettera e tramite cartoline…a tal proposito ho aggiunto il retro di una di queste foto, perché la grafia soprattutto a distanza di anni, acquisisce un valore emozionale che la carta stampata e la moderna tecnologia si possono solo sognare. Anche le foto a colori sono molto datate. L’unica recente è quella di mio padre con una delle mie nipoti, e l’ho aggiunta perché è una delle ultime foto in cui si intuiva che qualcosa di definitivo iniziava il suo corso, ma ancora si poteva pensare che fosse solo un impressione. Erano i mesi del terremoto all’Aquila e attribuirgli uno stato di stress era un modo come un altro per raccontarsi storie su qualcosa che invece avevamo già intuito.

L’inizio del video insistite molto su uno scenario, che è quello che ho visto dalla terrazza di casa per i primi 18 anni della mia vita, ogni mattino, ogni pomeriggio, ogni sera, ad ogni condizione climatica. Non conosco un posto migliore per vedere le stelle. Ce ne sono miliardi di notte, perché la luce artificiale è molto più tenue che in città. Detto questo, che fosse estate, inverno o anche primavera, tutto sembrava eternamente immobile e noiosamente statico davanti ai miei occhi di giovane “problematica” ed estremamente impaziente di vita e quelle nuvole girovaghe e bellissime le ho spesso invidiate, finché un giorno ho seguito il loro esempio e ho fatto le valigie. Come succede per tutte le cose, sono le distanze fisiche e temporali che alla fine permettono “la pace”, o anche solo l'inevitabile accettazione.
Le montagne che per anni ho recepito come muri che mi separavano dal mondo, sono diventate alla fine nient’altro che il mio passato. Penso ancora che non tornerò a vivere in quel posto, ma ora le sopporto, le posso tollerare, e non so mai come spiegare a chi come me in quel paese ci è nato e ci vive bene, che la mia non è una forma di snobismo, ma un fatto personale, che deriva da cose molto personali e che arrivo ad invidiare chiunque sia così saggio da saper viver con ciò di cui dispone.
“Nel mio non essere c’è un impossibilità” per citare la frase di un libro che ho molto amato.
Per mio padre quel panorama fisso era una parte irrinunciabile di vita. A lui la monotonia del paesaggio non dava noia. Passava ore seduto su una sedia a guardare i monti. Non sapremo mai che pensava. Non era il tipo da mettersi a raccontare i suoi stati d’animo, comunque… sappiamo che gli piaceva, e per questo ora piace di più anche a noi. Gli piaceva anche l’erba, la natura in genere, e per questo ho concluso il video con quelle bellissime spighe verdi. Non c’era intenzione di “pateticità”, solo la descrizione di quel che è stato.
Parlando della morte diceva sempre "Non credo si stia così male! non è mai tornato nessuno"  e lo diceva prima di Vasco Rossi e del suo "quanta gente è convinta che ci sia nell'aldilà chissà cosa, chissà...quanta gente comunque ci sarà che si accontenterà".
Adesso mi capita di chiedermi  che cosa è diventato, se sono io a sbagliare con questo razionale cinismo così insistito, o se hanno ragione quelli che guardando in cielo lo vedono popolato di anime beate.

Ho scelto la canzone di Brian Eno, “By this river” perché racconta meglio di altre il modo in cui mi sento quando penso alla natura temporale e provvisoria del mio viaggio sulla terra. Ho smesso da un po’ di pensare al “futuro” come se fosse un fatto logico e dovuto. Apprezzo oggi, ora, questo secondo, perché nel bene o nel male me lo sento addosso. Ieri e domani sono il male eterno di troppi di noi, senza contare tutte le regolette di morale (quasi sempre falsa e di comodo) che ci cuciamo addosso ogni giorno, neanche vivessimo per sempre… quello che voglio per me è un’altra prospettiva, un po’ come Novecento, il personaggio creato da Baricco che dopo una vita vissuta in una nave ha pensato bene di scendere per sentire la voce del mare, per guardarlo da lontano… il mare è sempre il mare, ma abitarci sopra e guardarlo da lontano sono due cose diverse, e bisogna essere del tutto idioti per non capirlo.


Questo il testo della canzone in Italiano:
Da questo fiume
siamo qui,
bloccati da questo fiume
tu ed io
sotto un cielo che sta precipitando giù,
che da sempre precipita giù.

Il giorno trascorre come fossimo di fronte ad un oceano
aspettando qui,
senza riuscire a ricordare perché siamo venuti,
mi chiedo “perché siamo venuti?”

Mi parli come se fossi distante
e io ti rispondo
con un tono che appartiene ad un tempo lontano,
ad un tempo lontano.



BY THIS RIVER
Here we are
Stuck by this river,
You and I
Underneath a sky that's ever falling down, down, down
Ever falling down.

Through the day As if on an ocean
Waiting here,
Always failing to remember why we came, came, came:
I wonder why we came.

You talk to me as if from a distance
And I reply
With impressions chosen from another time, time, time,
From another time.


3 commenti:

  1. Luca Mare Maggio7 giugno 2011 15:45

    . . . . F a n t a s t i c a L u i s a . . . .

    Un grande abbraccio, di cuore.
    Luca

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  2. Grazie per la "fantasia" Luca :-) mi vedo piuttosto "realista" io, ma grazie lo stesso. Appena mi compro una bacchetta magica e comincio a fare magie sarai prontamente avvisato :-))
    ps: st'idiota di Blog nn mi permette di rispondere come se fossi io la creatrice del tutto...quindi sono "anonima" come gli altri e devo firmarmi... Luisa!!!

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  3. soprattutto mi sono espressa benissimo in questo commento!! :-) se nn mi capisci tranquillo, non è colpa tua...ho ferocemente "sgrammaticato" come dice un mio caro amico :-)

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