giovedì 2 dicembre 2010

"Novembre 1963"

Capita a tutti, almeno una volta nella vita, di venire al mondo. Tutti lo sanno, pochi ci pensano e davvero pochi se ne ricordano. Angelo, che è l'autore di questa riflessione, è andato oltre visto che si ricorda anche l'origine dell'origine. Mi è piaciuto leggere il suo pensiero e, visto che mi ha dato il permesso di condividerlo, lo pubblico sulla mia pagina delle stanze e lo ringrazio.

Dal Film "Paradiso perduto", che con Milton non c'entra nulla,
infatti è un adattamento di Dickens "Grandi speranze".

Ieri era il giorno del mio 46esimo compleanno.
Strano che mi faccia quasi impressione scrivere quel numero, mentre non me ne fa alcuna dirlo o rifletterci sopra.Vuol dire che sono passati più di 16.000 giorni da quell'attimo, nel Novembre del '63, in cui una lampada accecante della sala parto dell'ospedale di Varese mi costrinse alla prima imprecazione della mia vita, come se non fosse stata sufficiente la fatica che avevo fatto fino a quel momento. Ho ricordi molto belli della mia vita pre-parto: ero uno spermatozoo un po' atipico che trascorreva le sue giornate gironzolando per quelle due tranquille stazioni sospese che stavano proprio alla base dell'enorme canna di lancio da cui a giorni alterni, ma anche più raramente, venivano sparati fuori tutti gli spermatozoi che si prenotavano per la grande corsa, così la chiamavano. Io invece me ne stavo nella zona relax, lasciandomi dondolare dal movimento della stazione, sbirciando la codina di qualche spermatozoina X, chiacchierando con i nuovi arrivi nella sala d'aspetto. C'era chi era stanco dell'attesa e non vedeva l'ora di lanciarsi, chi era timoroso di cosa avrebbe trovato fuori, chi mi chiedeva cosa si sarebbe dovuto fare una volta lanciato. Non avendo nessuna smania di lanciarmi e avendo perciò trascorso diverso tempo alla stazione, sapevo esattamente tutto quello che c'era da sapere. Sapevo che quando si cominciava a dondolare vistosamente e le pareti sopra di noi iniziavano ad arrossarsi significava che il grande cannone si stava armando e di lì poco l'altoparlante avrebbe avvisato chi si era prenotato per la corsa a posizionarsi in corsia, dove poi una crescente pressione avrebbe scardinato il cancelletto e li avrebbe catapultati verso l'alto in un flusso violento e disordinato.Sapevo quello che si sarebbe duvuto fare una volta fuori, me lo aveva detto la barista della zona ristoro con cui passavo intere giornate, lei era troppo gracile per lanciarsi e allora aveva accettato quell'impiego che le permetteva anche di ascoltare di tanto in tanto le voci da fuori, i rumori. Aveva sentito i lamenti di chi era stato catapultato nel vuoto, di chi giaceva agonizzante a terra o da qualche parte, mi disse che bisognava avere fortuna e tanta forza per correre e arrivare primo al "grande uovo". Chiacchierare con lei mi faceva vincere la noia di quei giorni (forse è per questo che da adulti poi si usa l'espressione "che palle!", è un retaggio inconscio dell'attesa in quella stazione...), mi parlava del mondo fuori e di come avrebbe dovuto essere secondo le informazioni che captava. E fu proprio lei con i suoi racconti a convincermi gradualmente che era giunto il momento di tentare la grande corsa. Mi disse che fuori c'era un gran fermento, tutti cominciavano a star davvero bene, arrivavano da anni in cui avevano duvuto rialzarsi da una guerra e che non sapeva bene cosa fosse questa guerra, ma doveva essere qualcosa di terribile. C'era una persona che tutti adoravano e che chiamavano Papa Giovanni, pare volesse bene ai bambini, ed un'altra in cui il mondo riponeva grandi aspettative che viveva in un posto molto lontano, parlava di nuova frontiera e di diritti per tutti, Kennedy il suo nome. Poi mi raccontò di come finalmente doveva essere bello essere giovani, fino ad allora i giovani si vestivano come i padri e ragionavano come i padri, ora invece erano una categoria a parte, avevano un loro modo di pensare, di vestire, di comunicare ed era tutto gioiso e zeppo di buoni propositi. Cominciavo ad eccitarmi all'idea, ma furono delle musiche, che per caso ascoltai anch'io, che fecero saltare il tappo. Chiesi alla barista da dove arrivasse quella meraviglia e lei mi rispose che si trattava di canzoni, arrivavano da fuori ed erano cantate e suonate da quattro ragazzi inglesi con la frangetta sulla fronte, tutti vestiti allo stessi modo e che facevano impazzire tutte le ragazzine: che urlavano e non parlavano d'altro, ed ecco come lei sapeva tutte quelle cose. Decisi: mi sarei prenotato per la corsa successiva! Volevo esserci in quel periodo, vivere quel fermento, ascoltare quei ragazzi suonare. Mi preparai per bene: invece che bighellonare, palestra e running, fino al momento della chiamata. Arrivò il grande giorno, l'altoparlante gracchiò la solita formuletta, ci posizionammo ed io cercai subito di guadagnare i posti centrali nelle prime file, qualcuno si lamentò, ma non ci feci caso, vedevo chiaramente il lungo sfilare dell'interno del cannone ritto di fronte a me. Tutto fremeva, fino a che una forza incredibile ci spinse da dietro e cominciammo a risalire ad una velocità supersonica, tutto era incontrollabile ed improvvisamente sbucammo fuori saltando nel vuoto. La barista mi aveva avvertito: "se quando salti non vedrai la luce, sarai stato fortunato! Da li in poi dipende tutto da te ". Fui fortunato, nessuna luce, ma ancora tunnel oscuri e contorti in cui sgomitavo e mi aggrappavo a tutte le code degli spermatozoi che mi precedevano, colpi proibiti ed anche qualche scorrettezza di troppo, ma dovevo arrivare. Realizzai di essere in buona posizione, cercai di mantenere pulita la traiettoria per non rallentare la velocità, iniziai ad intravedere davanti a me in fondo al tunnel quello che doveva essere "il grande uovo", inarcai le spalle e abbassai la testa per prepararmi all'impatto, feci lo sguardo feroce e diedi una capocciata violentissima. Poi persi i sensi e non ricordo nulla di quello che accadde dopo, mi risvegliai diversi mesi dopo mentre sotto altre sembianze ripercorrevo a senso inverso il tunnel da cui ero arrivato, era strettissimo, sentivo urla e frasi concitate, le orecchie mi si erano appiccicate e stortate tutte, avevo il naso pressato alla parete ed un espressione sofferente e stordita. Poi due mani mi presero e vidi quella luce della sala parto, mi tornarono in mente le parole della barista e pensai che ero stato sfigato così mi usci quell'imprecazione che invece fu accolta con gioia e sorrisi da tutti lì dentro, era evidente che non parlavamo la stessa lingua.E così fu per i giorni seguenti: chiedevo dei Beatles e mi cacciavano una tetta in bocca da ciucciare, domandavo della swinging London e mi ninnavano in braccio per farmi addormentare. Così rinunciavo e mi lasciavo dondolare aggrappato a qualche spalla guardando fuori dalla finestra. Là c'era il mondo, Kennedy era stato assassinato da 5 giorni, Giovanni XXIII era morto da qualche mese e i Beatles avevano appena iniziato una scalata inarrestabile. Di là dal davanzale invece le foglie morte ricoprivano le strade mentre quelle sugli alberi coloravano di poesia quello come ogni autunno, un freddo cane non preoccupava i cachi rimasti soli sui rami spogli e nemmeno quei pochi passanti frettolosi di quel Novembre del '63.

A.C. 

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