venerdì 12 agosto 2011

London Time- l'incontro (2)

2_London time, l'incontro (2) ... here you are!!
3_London time: Perfette imperfezioni (3)
4_London time, surreal city (4)


COME DUE MONDI - L'INCONTRO (2) 

La pioggia scende instancabile in terra Inglese e io ne subisco le controindicazioni come fosse un medicinale di cui non dovrei abusare. Esco a fare due passi, mi fermo in un Internet point, scrivo una mail patetica e la cancello così, senza troppo starci a pensare, mi alzo per andarmene. Sono molto nervosa ed è inspiegabile.

Cammino veloce come se avessi un posto dove andare, e infatti, eccomi di fronte al buggy, che vuol dire “calesse”, come una profezia. Entro, vago fra i reparti in cerca delle solite cinque o sei armi letali con cui mi difendo dai mostri nascosti nella mente che ogni tanto, all’improvviso, spuntano fuori dalla copertina di un libro, o da un pensiero, o anche dal nulla. Il cestello si riempie in meno di un minuto: biscotti inglesi ripieni di crema alla vaniglia, muffins al cioccolato… cioccolato senza muffins, pane per toast, qualche marmellata e per finire, sigarette. Infinita malinconia nata fra la pausa caffè e una passeggiata qualunque. Non capisco il motivo e mi odio per questo. Vorrei imparare l’arte dell’indifferenza verso tutto e tutti.

Leggo su un muro: “Qui visse Mr Chares Dickens”… Abitazione economica e anonima in cui –pare- stette per un po’. L’ottocento in persona, penso. La solita letteratura che arriva dal nulla e risponde a domande che esistono da sempre. Quasi me lo vedo Mr Grandgrind di fronte ai suoi studenti impauriti mentre alza il dito e celebra l’evidente, inesorabile importanza dei fatti: “Facts! ...Just facts!” e la povera Sissy, incapace di entrare nel mondo della logica che abbassa gli occhi sperando di scomparire, eppoi Luisa Grandgrind che parlando al padre si definisce stanca, da molto tempo. Hard Times… Tempi duri anche i miei, ma per fatti diversi. Mi è già capitato di leggere sui muri targhe come questa. Mi è anche capitato di aggirarmi verso Bloomsbury in cerca di Virginia Woolf. Decido di tornarci ancora, e ancora non trovo la strada esatta né l’esatto indirizzo. Mi chiedo se sono nella città giusta. Mi chiedo quale sia la vera domanda.

Virginia & I.
                                        
Passeggio per le strade di Londra. Vago senza meta, giro in lungo e largo, in metro, in autobus, poi a piedi, fino a morire stanca. Respiro i suoi odori, assorbo la sua umidità, fin quasi ad avere freddo. Penso a quanto mi mancherà quando sarò altrove, e un po' già mi manca.

“Answers for answers…” un ufficio preposto a studiare risposte per domande inconcludenti, sarebbe un business –penso-

Proseguo lungo le vie geometriche e regolari della città, osservo edifici imponenti molto simili fra loro e m’innamoro una volta di più dei giardini londinesi, verdi, umidi, e affollati. Nella mente, come in corto circuito, si alternano pensieri ultra light, e pensieri colmi di una malinconia che molto poco si addice ad una che è a Londra in vacanza. Mi siedo su una panchina vicino a due scoiattoli che si arrampicano su un albero. Accendo la mia terza sigaretta e dal nulla, come una profezia, arriva l’approccio o se si vuole, la goccia che inevitabilmente farà traboccare il vaso. Un ragazzo altissimo e molto piacevole all'occhio che sta scendendo da un autobus. Mi sorride e visto quanto è bello ricambio la cortesia. ERRORE! Subito mi ricorda in un inglese da fare invidia che il fumo uccide. Non poteva scegliere momento peggiore. Si avvicina ancora un po’, affatto intimorito dal mio sguardo cortese/omicida. Ha gli occhi neri, i capelli neri e cortissimi, la bocca carnosa e sensuale. Indossa una camicia bianca, pantaloni blu e scarpe nere, come la sua pelle. Il tempo di uno sguardo e subito parte con la predica, come un messia.
Per fini dimostrativi, inizia con la non proprio buona novella di suo padre stecchito per il fumo… Annuisco, chiudo gli occhi e aspiro. Cerco di sembrare dispiaciuta ma oggi mi sento egoista, e di suo padre non mi interessa per niente. Si siede, si presenta, il suo nome è John -pura tradizione- sorride. Cerco di dispiacermi per il padre. Prende le sigarette che ho in mano, le guarda, poi guarda me col rimprovero impresso nel mezzo di quegli occhi magnifici e dice che dovrei smettere oggi stesso -odio suo padre- intanto però mi osserva con attenzione. Spero se ne vada e siccome non lo fa, mi sento moralmente costretta a buttare la “droga”.
John,convinto di conoscere con precisione i confini del bene e del male, non si cura di me, non si accorge di niente, sgorga parole come una fonte d’acqua sacra. Non smette più di parlare e a me non resta che la conversione, la maleducazione o il silenzio. Scelgo il silenzio e spero nel linguaggio del corpo. Lo fisso con tutta la noia che posso, spero… e invece… Seguono minuti d’interminabile silenzio -Il mio- la mente, al contrario è invasa da un incessante pensiero bulimico.

-Conversione- vero… provoca infarti.
-Ripasso- …danneggia… da dipendenza…
-Conversione- …fa male…
-Redenta- pe-ri-co-loooo.
-Pentita-  Certo che se è un messia allora mi salverà, penso. Smetterà di preoccuparsi per me e finalmente si occuperà di me, anzi mi occuperà col  fascino del suo corpo da statua africana, ma senza tante vane chiacchiere "Fatcs, just facts!!" Ammicco mezzo secondo ma niente! Lui parla.

-Ostile-…neanche mi avesse sentito, tira fuori Dio in persona. Così, dal nulla. Sempre la stessa storia! Partono dal sesso e poi si vestono da preti, sempre così, e bisogna pur riconoscere che quando si tratta di me, Dio ha sempre qualche asso nella manica, altro che crisi di vocazioni! Sono praticamente isterica. Ora dovrei spiegarmi, giustificarmi forse. No, non spiego un bel niente. Se anche volessi, quale che sia la lingua, non conosco parole abbastanza esatte per rendere l’idea. Che può saperne? lui ha Dio per riempire i vuoti, per la morte del padre, pare sappia dargli un senso addirittura. Lui ha il dono della parola, lui sa come abusare di me e io lo lascio fare, lascio che si consumi ogni grammo della mia pazienza, come fosse normale -intanto fuggo sulla terra di nessuno, luogo esotico in terra africana. Deserto. Sola. Non riesco a parlare, mi muovo come in preda a un lieve attacco epilettico, come su un covo di spine, ma lui parla.

-Conciliante- Mi sento egoista, quindi in colpa come chiunque abbia ricevuto un’educazione cattolica. Ha perso il padre, certo che ci sta male! certo che parla cosi! È normale, è giusto. Cerco di capire per Dio! Cerco di entrare nella sua vita. Vorrei giustificarlo, ringraziarlo addirittura. Dovrei, forse… eppure, per questioni istintive, innate, inspiegabili, preferirei di gran lunga spalancare la bocca, caricare al meglio i polmoni di salutare aria inquinata e, fissandolo attentamente, ingoiare i suoi modi qualunquisti, ovvi, banali come il colore dei suoi occhi bianco-sangue, li vorrei inghiottire in un colpo solo… e, sopra ad ogni altra cosa… vorrei liberarmi di lui, farlo sparire mandandolo immediatamente, semplicemente… naturalmente...

A FARSI FOTTERE… AFFFFFFANNNNNCULOOOOOOOOOOOOOOOOO.

Miliardi di epiteti mi si affollano in mente, un impasto di terminologie più o meno appropriate, tutte rigorosamente in Italiano. Aggettivi e derivati prodotti dalla mente, giungono copiosi in prossimità del mio organo fonatorio e si trovano coinvolte in un epico ingorgo che impedisce produzione di suono alcuno. Respiro, chiudo gli occhi un secondo, li riapro e tutto quello che viene fuori dalla bocca fatta di labbra sottili, quasi austere è un sorriso cortese-nervoso, seguito da profondo nuovo respiro… e poi …il sigillo -la fine-. In un inglese approssimativo e sfuggente: “Grazie… devo andare”. Sorrido, mi alzo come spinta da una molla e mi allontano veloce prima che proponga uno scambio di numeri.

Finalmente sola e furiosa. Pagherei per liberarmi degli orribili automatismi che mi costringono SEMPRE a sorridere e ad essere gentile con tutta la specie umana. TUTTA!!! Il mio autobus nel frattempo si avvicina veloce, andrebbe preso al volo. Inizio a correre, fin quasi a perdere fiato, perdo anche un po’ di tensione, mi fa bene. Rallento il passo e d’istinto, senza pensare, butto via il sacchetto con la spesa fatta un’ ora prima. Mi sento rinascere per un attimo, leggera, quasi felice. Nono morirò dunque!

Attraverso distratta un incrocio, dimentico che qui le macchine viaggiano al contrario, guardo solo a sinistra e rischio di finire sotto un Taxi. L’autista sembra infastidito. Suona il Clacson e si dilegua veloce, come tutto il resto a Londra. Mi fermo per riprendere fiato, urlo qualche scusa, ma quello nemmeno si volta. La mente conserva suoni confusi per qualche istante ancora, come un eco di qualcos’altro. Mi giro e vedo l’autobus allontanarsi. Se anche corressi fino a morire non potrei più fermarlo -Andato- Lo guardo come sotto effetto di una droga molto pesante. Non ho forza, sono stanca e quasi a mia insaputa, due lacrime simmetriche e asciutte scendono lungo le mie guance rosse d’imbarazzo e di stanchezza; mi bagnano le labbra che ne riconoscono il sapore acido, umido. Riecco la tristezza che torna ad invadermi rientrandomi nello stomaco. Passando per le vene, raggiunge il mio cervello con una prepotenza che mi debilita, che vince su ogni istinto alla serenità, alla leggerezza. È come se insieme all' autobus qualcosa di più grande fosse passato, perduto… Visto a posteriori sembra importante, ma allora, quando era il tempo, non ci sono salita, intenta com’ero a scrivere romanzi sperimentali di cui mi sono resa autrice e protagonista.
Che Amori!Che Scelte!Che incredibili cazzate!

Roba da stirarci le gambe o ridere fino a morirne, come poco fa all’incrocio!

M i n d  t h e  c a r s !!!

LOOK RIGHT!!!

@ Luisa (2006)

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