sabato 15 ottobre 2011

Non so nulla della vita.


Abreit Versklavt
Non so nulla della vita, nessun copione imparato o anche solo sfogliato. Gli attori con cui recito li conosco per circostanza. Il tempo d’incontrarsi, presentarsi, e si comincia a improvvisare. Funziona di rado però, non a caso sulle scene ci mettono quelli che prima hanno letto ed appreso il testo par coeur . Meglio sapere in anticipo quel che devi dire. E’ essenziale conoscere il finale: Anna, il tuo personaggio, lascerà il marito per l’amante. Lui la tradirà e per questo lei morirà sotto un treno -Un tragico incidente- Lo sa dal primo istante, quindi mentre ride, mentre cammina o parla con gli altri, ha tutto il tempo per coltivarsi dentro quell’angolo di umore che le serve per elaborare il lutto, come una riserva di angoscia per rendersi credibile agli occhi del pubblico in vista della scena finale, quella in cui, dopo grave incidente, morirà. Anche Giulietta, col veleno sempre in borsa per il più futile dei motivi. Secoli di teatro e sostanziale inganno, eppure ovunque c’è ancora gente che recita al soggetto. Per me, che non so niente della vita, è importante affinare l’abilità d’improvvisazione. Non è che uno pensi o agisca come se fosse cosciente di essere in scena, ma a volte succede di finire dentro un ruolo. Appena il tempo di riconoscere le coordinate e... quello è il ruolo, la cosa che ti fa sentire dentro, che permette agli altri di riconoscersi o prendere le distanze. Le parti disponibili sono tante: Il monologo, quand’è interiore lo fai a casa, davanti allo specchio, mentre ti lavi i denti, o in macchina mentre ti accendi una sigaretta che ben si accoppia a quella canzone, che sembra pensata per farti accendere quella sigaretta, giacché te ne ricorda altre... di sigarette, mentre ascoltavi la stessa canzone. “Sembra ieri” ti dici. Ecco, questo è un ruolo. Ti stai dando una posa. Sei condizionato, ma non lo puoi sapere. Sei preso dal tutto e ti piace troppo per pensare che non è affatto originale. Non meno diffuso, il monologo di coppia: Prendi due persone, le metti una di fronte all’altra, e una di loro comincia a parlare: Si racconta con le dovute sfumature “psicologiche”, poi finito il suo argomento, vedi che perde interesse, si, ti ascolta... ma riflette ancora su quello che s’è detta ad alta voce mezz’ora prima. È tempo dei saluti. Se ne va, lasciandoti coi tuoi pensieri e molti dei suoi, che magari non ti toccano più di tanto, ma se sei, come dire, uno sensibile, un po’ ti tocca tutto, dal gatto in calore al tizio che non si ferma al semaforo e quella vecchia a momenti l’ammazza. L’ora è quella di punta. Il giorno è quello della festa, il corso è pieno di gente, ma il bar, il “solito” bar, è semideserto. Non è un “Caffè letterario”, eppure si vede spesso gente che legge un giornale, un libro o quel che sia. Niente Glam attitude, niente libri incollati alle pareti o luci basse stile bohème. Qui s’impone la luce accecante dei neon, e le cose si vedono esattamente così come sono, senza sfumature o abbellimenti. È un luogo ideale, perché non si pretende più di quel che é. Il tempo di voltare gli occhi e ti prende una fitta al cuore per uno, vicino a te. Un vecchio. Cappotto lungo che scivola fino a terra, un cappello in testa. Ha tutta la fisionomia di un tipo sensibile. E’ più vecchio di tanti vecchi messi insieme ed è bello da vedersi. Sul minuscolo tavolo che ha di fronte, ha apparecchiato tutta una mercanzia di carte che ispeziona con una lente d’ingrandimento,prendendo qualche nota a penna. Con una mano tiene la lente sul grafico, con l’altra scrive parole giganti su un foglio a quadretti che gli scivola di continuo. Per realizzare la complicatissima operazione assume, tutto curvo sui fogli, la scomoda forma di una “C” . Ti chiedi che stia facendo. Vorresti chiederlo a lui. Lo contempli indisturbata mentre cerchi di capire, lui neanche ti vede e la sua non è una posa, ma un impegno estenuante. Chissà che cerca, ti chiedi. Chiederlo a lui però è fuori questione. Mio spazio-tuo spazio. Vietato fondere gli estremi. E’ il tipo di cose per cui la gente vive male. Giornate, mesi, anni passati a crearsi degli spazi, cioè dei muri, solo che detto così: “Crearsi i propri spazi” fa più “individuo”. Il guaio è che serve, è inevitabile o si finisce travolti dal treno. Finalmente alza gli occhi. Lo guardi come fosse amore. Sorride e torna al suo lavoro. Ti vedi al suo posto, vecchia, coi capelli raccolti e bianchi, le rughe come solchi sul viso, e forse anche tu avrai un cappotto troppo lungo che ti farà scivolare via i fogli. Non c’entra con l’egocentrismo, come si potrebbe pensare. Certo! Tutti lo guardano, ma per essere giocolieri bisogna esporsi, correndo il rischio che si rida di te, e questo è possibile solo dopo anni di esercizio, così che alla fine, nulla ti riguardi troppo da vicino. Non parlo di cose astruse, è solo teoria e tecnica della libertà, che nel momento in cui fai quel che vuoi, come e quando vuoi, smette di essere verbo e diventa realtà. Una specie di utopia insomma. Il tappo della penna gli scivola dalle dita, e tu non perdi l'occasione, ti pieghi e lo raccogli. Da solo non ce la farebbe, ma non chiederebbe aiuto. “Si figuri” rispondi, ma l’hai detto come se avessi davanti un bel maschio da corteggiare. “Si figuri”...tutto qui. Ecco un ruolo, un limite. Anch’ io come tutti, coltivo i miei spazi, ma sarebbe più saggio coltivare insalata. Ho letto da qualche parte che il lavoro manuale aiuta la gente astratta a tornare sulla terra, e siccome sono astratta, dovrei coltivare insalata. Vorrei un lavoro stancante che mi facesse pensare meno a tutte le parole che non dico perché non posso, a quelle che non dico perché non so. Ho bisogno di vacanze, ma non posso permettermi lussi, allora l'ideale è un lavoro stancante, ecco che mi serve. Il contrario di una vacanza. Essere soli, sentirsi soli, che cambia? Esiste un confine? Basta rimbalzarsi qualche verbo con bipedi parlanti per poter affermare che si sta comunicando? “Colgo la tua ironia...” Una frase messa lì, con nonchalance. Seguono altre parole, altri argomenti, ma queste le senti che mettono radici, come i semi che volano in aria in primavera, come certi germi, nei posti più impensati. Ti si attaccano come un fungo mentre stai per saltare dal trampolino -appena un secondo prima del salto- Uno che ti capisce, così dice. Se poi la coglie davvero quest’ironia, e per sfortuna capisci che è vero, accade una specie di metamorfosi che ti trasforma nell'insalata che vorresti coltivare e lui si ritrova suo malgrado, nel ruolo di agricoltore, che ti coltiva e ti raccoglie a suo piacimento. Ogni volta che coglie la tua ironia, è come se t’ innaffiasse. Ogni volta che ride di quel che ti fa ridere, è come se si curasse di te. Quando ti calma se sei agitata, è come se ti riparasse dal freddo polare capace di annientarti, riducendoti a foglia secca. Non so niente della vita. L’arte del relativo. Ecco una cosa che devo imparare. Credevo che l’assoluto sarebbe morto con l’odiosa adolescenza. Lo speravo, ma non è successo. Non muore. Non ancora. Mi piaci quando cogli la mia ironia. E’ un modo assoluto di amarmi. Non puoi saperlo. Stai improvvisando la battuta giusta, quella che porterà all’innesto di altri dialoghi e forse, dei corpi stessi. E’ così unico quel che dici, che mi trasformo nella stupida Giulietta, ma lei era adolescente e per questo scusabile, io non lo sono. “Ti amo” ecco il ruolo fra i più convenzionali a portata di bocca. Mi ronza in testa da qualche giorno, quasi mi strozza intoppandomi la gola. Provo un desiderio compulsivo di lanciare le cinque lettere in aria. È come se dicendolo a te lo dicessi a tutti quelli a cui non l'ho mai detto. Anni di mai detto a ben vedere. Mi distraggo un secondo, e appena smetto di pensarci, lo dico, se ne esce. Ne ho bisogno. Proprio io, che non si può dire che mi metta ad “amare” chiunque. A te si. Perché cogli la mia ironia. L’hai detto e l’hai fatto spesso. Hai colto, e portato via. Se almeno fossi stata un fiore, una Rosa Rossa dai petali di velluto, sarei morta per motivi futili e belli, come Giulietta, ma morire da insalata, non è che il più stupido dei ruoli. Siamo a teatro. Devo tenerlo a mente. Stiamo improvvisando, ed è logico che i ruoli si disegnino man mano. Conoscersi, recitare, mischiarsi in un romantico bacio “artistico” così come nel momento magico che lo precede, è necessario per questioni sceniche... e poi la FINE. Arriva sempre, e sempre fa male. Fa così male che viene voglia di non iniziare mai niente. Mai più. Persino un libro, quando mi piace, non solo non mi affretto a finirlo, ma rallento. E’ estenuante, come il lavoro di quel vecchio. La noia di dovermi separare da luoghi della mente che ho faticato tanto ad innestare al pensiero. Non soffro di bulimia lessicale, non mi occorrono grandi quantità, mi piace che lo scritto sia poco e indimenticabile, che se è troppo è erudizione, e quella si addice meglio a chi frequenta “caffè letterari” ed ha qualcosa da dimostrare, io voglio solo capire. Quando la fine si avvicina, succede anche di leggere dieci righe e basta fino a domani. Le ultime righe, appena sveglia, e me le porto addosso per tutto il giorno con una strana nostalgia, una specie di tristezza, perché, chiuso il libro è come se fosse finita l’ennesima storia d’amore. Scemenze! Un libro non ti mancherebbe mai di rispetto, non è nella sua natura, eppure se anche decidessi di rileggerlo, non sarebbe più lo stesso, perché se sai già il finale, allora stai solo recitando, e io, come si è forse capito, questa cosa non la so fare, al massimo posso scrivere copioni, corti… appunto! Sono così le persone sensibili. Niente le tocca, e tutto le tocca. Assoluta. Affatto relativa. Non so niente della vita. Dove sei? Che ti è successo? Cos’ è cambiato? Tutto. Niente. Siamo sempre noi. Sempre a teatro. Scorrono i giorni, e i personaggi che siamo chiamati a interpretare si allontanano per esigenze di copione. Cambia la scena. Altri attori. Tutto daccapo. Fa male. Fa molto male. Più del necessario. E non serve sgranare il rosario di altre cose che già hanno lacerato l’anima per sentirsi meglio. Non si è mai imparato niente. Questa l’impressione che racconto nel mio prossimo ruolo, che è un lungo monologo in cui recito sola sulla scena. Una volta capivi la mia ironia, ora devo spiegarti quando scherzo e quando sono seria. Pazienza. Non so niente della vita. Quello che prima ti attirava ora ti allontana, quello che ti divertiva, non ti diverte più. Dunque hai smesso di cogliere la mia ironia. Ora non la capisci più, peggio, molto peggio, ora non t’interessa. E io capisco che non so nulla della vita, i suoi ingranaggi, le sue logiche, niente di niente. Dov’è finito mio padre? Lo voglio sapere. E io? Che vado cercando senza posa da mattino a sera? Quanto tempo rimane prima di sparire? quante volte ancora dovrò cambiare copione? Succederà un giorno d' incontrare davvero qualcuno? Riuscirò mai a vedere da vicino, anche solo per un istante, la magia dell'ingranaggio? Per quello bisogna diventare madri, e io non lo sono. Non so niente dunque. So solo che ti perdo, che fa male e che non posso farci niente, perché ti porti via un po’ di me, un po’ delle mie speranze. Mi calo nelle vesti dell’attore allora. Ritorno al mio ruolo in scena, e mi aspetto che da qualche parte un tecnico abbassi le luci, e che fra i pulviscoli di polvere enfatizzata dal colore tenue che si è calato sul palco, dove io sto sola e in posa, s’intuisca un profilo teso e drammatico, artisticamente bello se si può. Che almeno scenda un sipario, che qualcuno applauda l’inevitabile e poetico finale in cambio di un generoso inchino,ma non si muove una mosca. Silenzio. Solo vento sul prato, e foglie d’insalata che mi osservano con la faccia inespressiva che è propria degli stupidi ortaggi.
@_Luisa

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