mercoledì 6 ottobre 2010

Filippo Timi. "Non mi fido di un cuore senza cicatrici"... Intervista a "La Repubblica delle donne". Giugno 2010.

Sottotitolo dell'intervista:
" Auto-analisi di un attore che voleva essere Di Caprio e si ritrova Amleto. In bilico sul filo della pazzia, senza paura di cadere"
Salto la primissima parte perché Filippo commenta  una foto che non ho a disposizione...
...
"Sorridete", ci aveva chiesto il fotografo. Ma era impossibile, il sorriso ci avrebbe squarciato la faccia. Meglio così. Ai finti sorrisi ho sempre preferito i veri musi imbronciati. Squallido? Meravigliosamente umano. La vita è tutta una questione di culo e vanità.
Ho provato a omologarmi col mondo, ma proprio non ci sono riuscito. E il culo ce ne avevo anche troppo, fino alla terza media mia mamma era costretta a cucirmi un triangolo di stoffa sulla cucitura dietro dei pantaloni, altrimenti non c'entravano.
All'inizio ci soffrivo, mi sentivo inadatto, un figlio che fa sempre la cosa sbagliata, e un giorno vedo un'intervista di Kurt Cobain vestito da principessa con un abito giallo e ne rimango folgorato. Cos'è che davvero luccica nell'essere? Qual'è il motore del desiderio? Che cosa rapisce la mia attenzione e mi costringe a non distogliere lo sguardo?
Camminavo per Milano e fuori da uno squallido bar vedo una donna ancora più squallida, grassissima, addosso aveva una minigonna che la strizzava come un insaccato. Sopra indossava una maglietta attillata, di due taglie più piccola, e la trippa, in tre rotoli di grasso straripava goduriosa e oscena fra l'orizzonte della minigonna e quello della maglietta. Sudava come un agosto in preda a una febbre di colera. Ballava in mezzo alla strada sbattendo contro i passanti. I capelli biondi con la ricrescita. Finalmente la vedo in faccia. Le labbra zuppe di rossetto rosa, gli occhi contornati di una matita nera e sulle palpebre due mezze lune celesti.... orribile, talmente orribile che ne rimango affascinato.
Cos'è che mi attraeva di quell'essere abominevole? Perché le ragazze che mi passano accanto, magre, perfette, vestite con abitini giusti, la frangetta, gli occhialoni e le scarpe abbinate alla borsetta non mi fanno lo stesso effetto? Possibile che un mostro vestito male mi piaccia più di una fighetta all'ultima moda?
Il rischio. Il rischio. Ecco cosa mi attrae. La posta in gioco del mostro è imparagonabile a quella di centinaia di fighette che passeggiano sui navigli. Se non ti smascheri, se non perdi la faccia, se non rischi quello che sei, non sei. L'essere non serve all'essere, senz'essere quel che si è! Ma rischiare se stessi è difficilissimo, perché ci si immagina sempre diversi da come si è veramente. Il primo passo per raggingere l'autenticità è quello di scardinare ogni proiezione, vivere come se i tuoi genitori fossero morti e non ti potessero più giudicare. A forza di giudicarci migliori di quello che siamo, si rischia col diventarlo, e non è mai una buona cosa. E' necessario fare i conti con la propria altezza morale, per quanto bassa essa sia, solo allora puoi rischiare il culo. A  vent'anni ero convinto di essere magro, biondo, efebico, una specie di Leonardo di Caprio de noantri, fino a quando un regista m'ha detto, ma la smetti di muoverti come se fossi un cerbiattino, sei ridicolo, comportati per quello che sei, un cinghiale umbro. Cazzo è vero, ho pensato. Da quel giorno m'è cambiata la vita. Ho rizzato il pelo, lucidato le zanne, preso la carica e giù dritto a tutta velocità, di notte, dentro il bosco dei miei desideri! Ho cuccato un casino. Ma nessuna storia mi appagava. Allora ho capito che anche i mei desideri erano fuori fuoco. Erano desideri di qualcun'altro, di quell'altro me stesso migliore che m'ero costruito. Ed è pericolosissimo desiderare qualcosa di sbagliato, rischi che il desiderio si avveri. E dopo tanta fatica e sudore, finalmente stai per accoppiarti... E capisci che non te ne fregava niente, capisci di esserti sbagliato. E' devastante. Per riconoscere l'autenticità di un desiderio, devi trovare il cuore di quel desiderio, insomma, devi metterlo alla prova, il desiderio. Così prima di fare l'Amleto l'ho messo alla prova.

Mi faceva schifo l'idea dell'Amleto che ci inculcano a scuola. Un ragazzino biondo, magro, emaciato, sensibile, malaticcio, dubbioso di tutto e di tutti, che si fa scrupoli sull'esistenza... che sega. Era il 27 febbraio, pioveva, e tra un video You porn e l'altro, ecco che mi viene in mente un'immagine. Amleto bambino, al buio si sveglia, spalanca gli occhi e impaurito, fra i tuoni e i lampi scende dal letto, attraversa correndo i saloni del castello...e arriva davanti alla camera della mamma e del papà, la porta è socchiusa, e la luce delle candele ancora accesa scalda l'animo del piccolo principe, sta per entrare, ma sbirciando fra la porta e la camera resta impietrito, la mamma  e il papà nudi, grassissimi , in mezzo a tanti amici, si abbracciano, sorridono, si perdono, corpi fra corpi, riconosce gli stallieri, le ancelle della mamma, i cugini e le cugine, i servi e i soldati... forse anche loro avevano paura del temporale e stare da soli nelle proprie stanze? 
Altro che paura del temporale, questa è un'orgia bella e buona! Eccolo il mio Amleto. Altro che magro, altro che emaciato... i reali a quel tempo magnavano come ricci. 
Erano i chili a far la differenza tra quelli che avevano soldi e i poveracci. Amleto c'aveva la trippa, e non era per nulla un santarello, il vizio stava alla base di ogni famiglia reale, e un figlio di Re, sa bene che la probabilità di morire per morte violenta, è altissima. Di rado, la corona passa tranquillamente di padre in figlio. E' impossibile che Amleto fosse scandalizzato per una madre troia e uno zio più porco di un porco. E allora perché non vendica suo padre uccidendo lo zio, sposo di sua madre? 
Amleto è il primo ruolo nella storia del teatro a capire di essere un ruolo, un personaggio, non è padrone di se stesso. Può solo seguire le impronte di un destino che lo manovra. Amleto è l'essere umano schiavo della propria maschera. Sarebbe come se io mi svegliassi un giorno e capissi che mia madre non è davvero mia madre, ma un'attrice che sta interpretando mia madre, un'attrice ignara di farlo, e ogni mio amore è una recita, e ogni giorno io perdo mio padre, mia madre si sposa mio zio, uccido quello che sarebbe stato mio suocero, Polonio, sua figlia Ofelia, il mio amore, impazzisce e si annega, allora uccido anche suo fratello, alla fine mia madre muore avvelenata, mi infilzano con una spada... 
Basta, sono 400 anni che mi metto in scena, che recito la mia morte, basta! E invece no, non c'è fondo a questo precipitare tragico di eventi. Domani sera alla stessa ora, rivivrò tutto daccapo. E per quanto io-Amleto cerchi di ribellarmi, non ci sono vie di scampo. Siamo topi, topi chiusi in trappola e anche se qualche topo sembra che mangi più formaggio, è solo un topo con la corona, ma i topi con la corona fanno ridere i gatti. Siamo tutti spacciati. Ma come diceva Carmelo Bene, è facile e inutile porsi compiti difficili, fondamentale è porsi compiti impossibili. E' impossibile non prescindere mai dal rischio del fallimento. E il rischio non si può fingere.
Ecco perché mi fanno schifo gli attori che recitano, impostati nelle pause giuste e nei toni azzeccati, sono come le squinzie sui Navigli vestite bene, ma sciape come lumache senza guscio. Non si può fingere uno stato mortale.
Una volta stavo facendo un monologo in uno spettacolo, e sopra di me a sette metri d'altezza un circense camminava sul filo. Il pubblico giustamente, non seguiva una parola del mio testo, era con la faccia per aria, attirato dal funambolo. Allora ho capito che dovevo andare anche io sul filo, e rischiare di cadere e rompermi il collo. Il rischio lo dovevo trovare dentro di me. Diventare un funambolo con le emozioni, camminare sul filo della pazzia, col rischio di cadere e farmi male, davvero male. 
Solo nella verità si può dare carne, sudore, sangue ai sogni. E soltanto rischiando di essere se stessi si può essere vivi! 
Per dirla breve, non mi fido mai di un cuore senza ginocchia sbucciate, o senza cicatrici sulla faccia. Amleto cerca di svegliara il suo amore, Ofelia, a questa coscienza, cerca di svegliare tutti gli altri personaggi alla consapevolezza di questa visione, ma viene preso per matto. E ci credo! 




http://lestanzeletterarie.blogspot.it/2011/09/alejandro-jodorowsky-por-osmar.html
Nel link qui sopra: Jodorowsky letto da Filippo Timi. (sperando che you tube non faccia capricci)

1 commento:

  1. l'ho apprezzato come attore ma è bello scoprire che questo timi è una persona vera...
    o.

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