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mercoledì 19 settembre 2012

Grazie per la compagnia.

20.000 visite al blog. (sett 2012) 
Dove la terra finisce ci sono musiche e rose, mari ed altre dune di 
sabbia
con sopra castelli salati.
Cravatte al vento, valigie rosse e ombre che camminano.
Non ci sono più partenze dove finisce la terra, perché solo i ritorni
finalmente, avranno un senso. 

www.talani.it 
Occhio all'uomo con la valigia rossa, quello parte davvero,
sa dove andare.
Quello non torna più.
www.talani.it 
L'importante è non sbagliare mai valigia, soprattutto
non confonderla.
C'è la valigia delle partenze e quella dei ritorni
la differenza è enorme naturalmente,
ma non sta scritta sulla valigia e non la puoi vedere con gli occhi.
La senti solo col cuore.
www.talani.it 
Partire di notte è sempre più bello,
specie se è una notte blu e hai indosso un cappotto blu,
ma di quelli caldi e pesanti, di quelli buoni.
Se poi anche i tuoi occhi brillano li puoi confondere
con il cielo e le stelle.
www.talani.it 
L'uomo con la rosa sotto il braccio ha un sogno 
e una malinconia sotto il braccio.
Stringe una partenza dentro la sua tasca 

e attende un ritorno dentro al suo cuore.
Si porta tutto il suo mondo sotto il braccio.
Tutto il suo amore.
www.talani.it 
La partenza è una stanza buia. Il ritorno una luminosa. 
All'interno dell'una o dell'altra
non si riesce comunque a vedere niente,
Tra le due c'è un corridoio comunicante,
stretto, corto e opaco con musiche basse di sottofondo.
Nessuno ha mai capito con esattezza però, il vero senso di transito.
www.talani.it 
Fu una partenza improvvisa quella per Finisterrre.
Indossò l'abito migliore e il cappotto pesante,
colse una rosa, prese la sua valigia rossa e scomparve nella luce.
Non lo rividi più.
www.talani.it 
Fu durante quella lunga passeggiata nella nebbia che me lo disse.
Il cielo di un grigio profondo si tuffava direttamente nel mare 
del medesimo colore.
L'aria era fredda.
"Andrò a Finistrerre"
"Che fretta hai?" risposi.
Non disse niente, sorrise e si strinse nel cappotto e
continuò a camminare.
www.talanti.it 
Giunsti a Finisterrre c'è una bandierina rossa piantata nella sabbia;
Fine del viagigo.
Dipende. Si può aspettare, guardare avanti lontano,
o voltarsi indietro. 
Tornare oppure... ci vuole fede però,
saltare oltre la bandiera rossa.
La vera storia, forse, comincia così.
www.talani.it 
Il mare improvvisamente si staccò come un vetro colpito da
 un pensiero duro.
Scheggie impazzite negli occhi e sulla pelle, penetrano feroci 
fino a bucare il cuore.
Ma non fecero  male perché le scheggge di mare sono solo schizzi: 
al massimo il sale brucia, una volta di più. sulle ferite. 
www.talani.it 
Finalmente Finisterre!
Mi arrivò sicura come una saetta lanciata da un dio,
rossa come il sangue, silenziosa.
Niente aria né mare, né terra, è un grande castello di sabbia Finisterre.
L'amico Giò aveva ragione:
"Spargi colore come una bestemmia , schiaccialo assieme 

a un insulto blasfemo,
libera il gesto dalle ossa. Tutto arriverà da solo"
www.talani.it 

Si prova piacere nei boschi sconfinati,
Ci si sente rapiti, su una riva solitaria,
C'è società, dove nessuno s'intromette,
...nel profondo dei mari, e nel suo ruggito:
Non amo di meno l'uomo, ma la natura di più...
Lord Byron da
Childe Harrold's philgrimage
-I pellegrinaggi del giovane Harrold-
1818

Questa parte del lungo poema
è stata usata da Sean Penn 
come intro al suo film: "Into the wild"
che è viaggio... e finisterre.

Non lo giudicate, provate a capire il senso del viaggio.





Dal libro di John Krakawer  "Into the wild"
Le sottolineature barbariche invece, sono le mie. 


Hemile Hirsh interpreta magistralmente 
Chris Mccandless 
"Into the wild" Film.


Finisterre è dove finisce la terra e gli elementi si fanno azzurri. E' un desiderio o un passaggio accidentale. Finisterre è lo svelamento di un mistero, è il posto dove un giorno mi capiterà di andare. 
Non è la fine del mondo, come si potrebbe pensare. Solo del mondo fatto di terra e forme solide. 
Dopo Finisterre c'è il mare. 


Il sipario dei ringraziamenti per le visite al blog finisce qui.
(Solo quello... non il blog! Nello specifico parlo del link "Grazie della compagnia")
E' nato per gratitudine, poi è diventato una scommessa, ad un certo punto m'è parso che si potesse prenderlo per manierismo. Non lo è, ma ho deciso che sarebbe finito con il raggiungimento di 20.000 visite al blog. Non per questo smetterò di ringraziarvi per essere passati dalle mie parti, e vi ringrazio il doppio se siete tornati. 



Questo viaggio letterario ho voluto raccontarlo con delle immagini che ho amato dal primo istante.  Sembrano nate per le parole alle quali il pittore Giampaolo Talani [www.talani.it] le ha associate. La mèta è Finisterre, con tutte le simbologie e le  inevitabili metafore del caso.
Saluti a te con la valigia rossa! 

Eddie Vedder "Society" -link-   Questa è la musica più adatta che mi venga in mente. Chi ha realizzato questo video ha tradotto la canzone in italiano, per chi volesse capire ogni singola parola. 

sabato 7 aprile 2012

"DALIA"

Concita de Gregorio dal libro: "Malamore"

(Se potete, ascoltate il video con le cuffie, l'esito è più soddisfacente)
In caso di problemi col video, cliccate su questo link, ma poi tornate qua!
Concita de Gregorio
Nel video, leggo (Senza Dio, lo so!) "DALIA", un racconto estratto dal libro "Malamore" , libro di Concita de Gregorio (Ai tempi direttrice de "L'unità")

Mi scuso per l'audacia di pretendermi "Lettrice", in verità non mi pretendo niente. Volevo parlare del racconto, ma volevo anche che chi non lo ha mai letto lo conoscesse, così mi sono adoperata a creare il video. Sono cosciente di non essere propriamente all'altezza di questo tipo di cose, soprattutto perché l'ansia di sbagliare mi fa sbagliare, ragione per cui mi  ostino a continuare.
Ci sono imprecisioni, ma spero non vi creino troppi fastidi.

"Le forme della violenza"
2011 Sengiallia.
L'anno scorso, verso fine marzo, mi è capitato di leggere "Dalia" in pubblico . Avevo il cuore in mano per l'emozione, sentivo l'eco della mia voce sospesa fra la gola che la produceva e il microfono che la diffondeva. Avevo paura che l'emozione prendesse il sopravvento dopo l'ultima riga del racconto. Era già successo a casa, almeno un paio di volte, ma per fortuna, in pubblico mi sono controllata.
Credo di non aver alzato gli occhi dal foglio nemmeno un secondo. Ciononostante, leggendo, capivo quanto piacere mi procurasse l'esperienza che stavo vivendo. Forse anche per questo, ogni tanto mi torna la voglia di rifarlo.
Perché una persona che si paralizza alla sola parola "palco" ha accettato di leggere in pubblico quattro pagine di un racconto? Perché mi è stato chiesto. Perché quel giorno una parte della mia città era piena di sagome di donne, come potete vedere nelle foto, anche se la suggestione di esserci era molto più forte. 
  • Le sagome arancioni: Piene = Donne sopravvissute alla violenza.
  • Le sagome viola: Vuote = Donne morte di "malamore", direbbe la De Gregorio.  
Sagome ad altezza naturali. Qualche riga sul busto (Arancione) o di lato (Viola) per raccontare vite abusate: Nomi, cognomi, età, tipo di violenza subita, grado di parentela o amicizia e poco altro. L'esito lo si sapeva a priori, in base al colore. 
"Le forme della violenza" Maratona di lettura.
Marzo 2011 Senigallia.
L'aria era ferma quel giorno, e la gente  si aggirava attorno alle sagome vivendosi addosso una commistione di strane emozioni: Stordimento, rabbia verso tutto e niente allo stesso tempo. Padri, fratelli, fidanzati, amici... pochissimi gli "stranieri" responsabili, a differenza di come ci ripetono di continuo i media per alimentare la paura di chi è altro da noi e, paradossalmente, per rassicurarci, si perché è rassicurante sapere che i buoni sono quelli con cui si vive e i cattivi, sempre gli altri.

M'è parso logico rispondere: "...Certo che leggo anch'io".
Il progetto di maratona di lettura, si è protratto per tutto l'anno, ed ha raggiunto molte piazze della mia regione. Sarebbe bellissimo se accadesse in tutta Italia, ogni anno. Utile più che bello, perché utile è ciò che interroga le coscienze.

Perché fra tutte le letture possibili ho scelto questo racconto?
Ho la netta impressione che negli ultimi anni si sia sviluppato un nuovo tipo di pornografia mediatica: Consiste nell'accanirsi su un caso di cronaca e smembrarlo fino al minimo dettaglio.
Lo si spulcia per mesi e mesi, provocando morboso piacere al pubblico che, Auditel alla mano, sembra avido di sangue. Una specie di Colosseo per gente del duemila.
Esagero?
Chiara Gambirasi, Sara Scazzi, Meredith, La Franzoni e relativo figlio, Erica... e così via.
Alzi la mano chi non ha visto almeno una volta questi nomi comparire nei TG o in qualche trasmissione, con tanto di plastico+criminologo+moralizzatore.
Che c'entra con la domanda iniziale?
Mi è stato chiesto di scegliere un pezzo da leggere. Non proprio facilissimo, così su due piedi.
Davanti agli occhi avevo una cartella stracolma di storie narranti casi  di stupro e violenze raccontate in modo più o meno esplicito, in linea (ai miei occhi) con la moderna pornografia di cui sopra, e io non volevo soddisfare il palato che ama assaporare dettagli macabri e voyeristici. Volevo una storia che evocasse la violenza con forza, senza nominarla mai per nome. Volevo un'opera propriamente letteraria, che somigliasse quanto più possibile al mio pensiero sull'argomento.

Una ragazza ha scelto "I promessi sposi", ed essendo attrice di teatro, l'ha letto benissimo, peccato che a me quel libro ispiri noia solo a nominarlo. Lo sento lontano. Sono cambiati i valori, le esigenze, le tematiche. Insomma, senza nulla togliere a Manzoni, direi che è giunto il tempo di voltare pagina.
Ho scelto "Dalia" alla fine, preferendola a Dacia Maraini, a Franca Rame e a tanto altro. Forse è più corretto dire che Dalia ha scelto me, a partire dal nome, dalle prime righe, così solari e fresche.

Dalia è una bambina di dodici anni, venduta da sua nonna a dei mercanti di sesso per  800 miseri dollari. Si parla di un mare che la separa dalla sua terra, di una lingua che non capisce. E' presumibile che sia stata portata in Italia. Quanto al paese di provenienza... qualunque posto necessiti di una nave per raggiungere la penisola.
Questo racconto forse senza volere, racconta anche altre storie: A tradire la donna è ancora una volta la donna, come da tradizione. Succede anche per l'infibulazione. Un grande classico insomma. Nel racconto è la nonna che vende la nipote, quella che la chiamava "Regina", un mito tutto romantico-maschilista che non smette di mietere vittime. La ragazzina si sognava sposa di un re (Che conclude, anche a livello etimologico, la parola amo-re) e si trova in contatto con maiali da accoppiamento, che ridono, non parlano, tagliano carne di donna, e ridono ancora. Il resto la ragazza non vuole raccontarlo, e si può capire. Che senso avrebbe?
Dalia è la sola voce realmente femminile che compare nel racconto. La nonna pensa e parla come un uomo, dirige gli affari di famiglia. E' lei che comanda. Sua madre invece, vittima a sua volta, lascia che il rito della dissoluzione si compia anche sulla figlia. Si limita a piangere. Non vede alternativa.  Lei stessa morirà di un'orribile sorte.
Il tipo di scrittura usata è semplice. Alcune parole ritornano costanti durante il testo e, in generale, somigliano a quelle che pronuncerebbe una ragazzina straniera, poco colta ed abusata. Un linguaggio disincantato e poco articolato, sebbene, molto efficace perché arriva molto più di quanto avrebbe potuto fare qualora fosse stato troppo esplicito.
Il finale schiaccia l'anima a pedate, e lo fa in modo diretto, perentorio ma con semplicità.
 "Ho ventitré anni, sono vecchia... Le femmine vivono solo 12 anni".

Rileggendo il racconto dopo qualche tempo, vi ho trovato un elemento che mi ha ricordato un modo di fare piuttosto tipico per chi soffre  di disturbi alimentari, bulimia soprattutto (chiamata "Mia" da chi ne soffre, così come "Ana" sta per Anoressia. Somiglia alla personalizzazione della parte del proprio essere che mira all'autodistruzione).
E' molto frequente fra chi è affetto dalla malattia, l'istinto di martoriarsi la pelle. Braccia, viso...  Ci si punisce per colpe che quasi sempre sono altrui, ci s'imbruttisce per mettersi al riparo. Chi ha subito violenze sessuali spera che imbruttendosi non sarà più desiderabile, spera di diventare invisibile agli occhi del mondo. Succederà il contrario purtroppo. Le umiliazioni aumenteranno, perché la gente attacca ferocemente le situazioni che non è in grado di comprendere, rafforzando il senso di frustrazione di chi vive il disagio, e  creando così un circolo vizioso da cui sarà molto difficile uscire. 
  
Auto annientarsi così che non lo facciano altri. E' un modo per crearsi uno scudo, ma è anche e soprattutto, autolesionismo, e questo in culo a chi si ostina a ripetere che siamo donne evolute, in un epoca evoluta. Per moltissime fra noi,  non è così.
Nei paesi ricchi e mediamente civilizzati, esistono varie forme di schiavitù imperanti. Gli scettici possono comodamente sfogliare riviste come "Panorama", o "La Repubblica delle Donne" o "Chi". Possono guardare i TG. ( le giornaliste sono tutte giovani e belle. Sarà l'aria della facoltà!). Infine, possono dare un'occhio sul web, che è lo specchio più immediato di come va una parte di mondo. L'impressione è che le donne per prime si recepiscano come pezzi di carne sul bancone di una macelleria. Una mera questione di peso e forme. Troppe le aspiranti "Mannequines" detto alla francese. Che triste se uno ci pensa, intendo... avere ambizioni così ...magre? 
Il discorso è ancora lungo, quindi lo taglio qui. Magari ci tornerò più avanti.
Se non vi ho rotto troppo la pazienza, v'invito a leggere quest'altro post, in cui racconto i dati oggettivi, numerici della violenza sulle donne in Italia.
In questo invece, parlo di Isoke, prostituta nigeriana... un happy ending, ma solo in parte (se leggerete i commenti a fine post, capirete perché)

Infine,
Il 6 aprile 2012 ho raggiunto 15.000 visite al blog, e come d'abitudine, vi ringrazio uno ad uno. Non vi dò mai per scontato e la vostra partecipazione mi fa piacere e forse anche qualcosa in più.

Per una strana coincidenza,
il 6 aprile del 2009 (3 anni fa) 309 persone hanno perso la vita a l'Aquila, in Abruzzo, che è la regione in cui sono nata e vissuta per vent'anni.
Le ragioni di questa carneficina annunciata sono state  molteplici, ma a fare più male sono le negligenze, le indecenze umane verificatesi per questioni meramente economiche.
A morire sono stati soprattutto ragazzi. L'Aquila è una città universitaria.

Per commemorare l'evento, le campane hanno suonato per ognuno di questi defunti, chiamati, nome e cognome, uno ad uno. Non credo sia possibile capire fino in fondo, solo chi l'ha vissuto può farlo. Per questo mi sento fortunata.  

Il 6 aprile, se i conti non m'ingannano, il figlio di Dio è morto per il bene dell'umanità.
Ogni anno nasce il 25 dicembre, ma muore  in periodi sempre diversi. Non mi è chiaro il meccanismo, ma resto dell'idea che sia morto per una vana causa, quindi umanamente, mi dispiace per lui. Il male è più forte del bene, per questo bisogna stare sempre attenti, che anche il migliore di noi potrebbe ritrovarsi a fare o dire cose molto cattive, crudeli. Vedi "Guerre", cioè il prossimo punto!

Sarajevo. 6 aprile 2012.
11.541 sedie rosso sangue.
In memoria del sangue versato vent'anni fa.
Il 6 aprile del 1992, a Sarajevo, iniziava un assedio che la storia che ci ha preceduti (la seconda guerra mondiale e relativi campi di concentramento, le uccisioni di massa) ci portava a pensare che non sarebbe successo mai più niente di simile, e invece è successo ancora. In scala numericamente minore quanto a vittime, ma l'atrocità è stata simile. La guerra dei vigliacchi, è stata definita. Attaccavano donne e bambini, perché volevano distruggere anche le generazioni future, e i vecchi li hanno usati come esche per uccidere gli altri. Bastardi senza gloria, come il titolo del film! 
 La sostanziale indifferenza del resto del mondo (quello col potere di cambiare le sorti di un paese) è stata imbarazzante e frustrante da vivere.
Questa guerra è stata per me l'occasione per dare inizio ad una serie di cambiamenti di vita radicali. Ma allora, mentre accadeva, non ne sapevo ancora nulla. Tralascio i dati autobiografici, e mi limito a ricordare che, ho cominciato a scrivere con costanza proprio in memoria dei fatti accaduti nei Balcani vent'anni fa.
Nel 2004 ho partecipato ad un concorso letterario, con un racconto breve in cui parlavo a grandi linee del mio incontro coi profughi bosniaci che, nell'estate del 1992, si erano rifugiati all'Hotel Torino (oggi "La ghigliottina", strana coincidenza!) 
Ho vinto.
Non capita tutti i giorni di vincere un concorso letterario. Francamente, non me l'aspettavo affatto, quindi mi ha dato ossigeno, e anche qualche soldo, sebbene, a rimanere nel tempo, è stata la  soddisfazione di sapere che per quella giuria, il mio racconto era il migliore.
 
Rileggendolo oggi, non sono soddisfatta e non trovo le parole giuste per adeguarlo alla mia nuova percezione di quei fatti. Non l'ho pubblicato nemmeno sul blog.  Dicono sia un meccanismo positivo. Non so che dire, comunque è stato il primo capitolo importante in questa direzione.
Il racconto s'intitola "Fata", che è il nome di una donna dai tratti epici, con  rughe profonde come solchi, occhi azzurri come il mare, e capelli bianchissimi, lunghissimi, raccolti in una lunga treccia che arrotolava sotto il fazzoletto. Di tutto questo, la cosa che più colpiva della piccola fata (Si chiamava davvero così) era il suo sorriso, vivo malgrado tutto.
Mi chiedo spesso se sia ancora viva. Non credo lo saprò mai.
Questa la copertina, disegnata da me. cm 100x80 













martedì 1 novembre 2011

La cosa che non posso

1/11/2011
Letto e parlato.  Riflessioni personali sul concetto di limite e muro, passando per fatti di cronaca. 
Dipinto  di Roberto Faiola.
Musica:  Endorphin - Bastille 7
Una strana ostinazione mi porta a sfidare i miei limiti di dizione, perché penso che prima o poi  la spunto, nel frattempo mi scuso, ma è una tentazione a cui ultimamente non resisto, forse perché davvero mi costa fatica ed un discreto imbarazzo, da cui la necessità di esporsi e provare a superarsi. 

Roberto  Faiola  

La cosa che non posso, è una strana abitudine con cui mi sveglio ogni mattina. Io e le news, raccontate con atona nonchalance dalla radiosveglia. Come una parata, mi entrano nelle orecchie assonnate,
accenni di crisi politico-economica, sociale, esistenziale, climatico-ambientale; catastrofi petrolifere, quindi acquifere, dunque economiche, di conseguenza politiche, con ovvie ripercussioni sulla cronaca nera, no, sull'esistenza del sistema.
La crisi.
Oggi non sei nessuno se non ti senti in crisi almeno una volta al giorno.
La crisi e la cronaca nera. 
Oggi non sei nessuno se non conosci almeno un fatto di cronaca nera. Meredith e Scazzi vari, passando per Cogne, che è cronaca d’altri tempi, ma pur sempre cronaca è. Infanticidi, criminicidi vari, almeno uno al giorno, pescato fra mille, tanto per enfatizzare il necessario pauricidio, insomma, un tipico giorno di cronaca italiana. Non resta che svegliarsi. Possibilmente di malumore. In malo modo. Da lì a qualche minuto, giusto il tempo di sedermi sul letto, ed ecco che la vedo arrivare, la cosa che non posso.
Mi guardo attorno per capire. Cerco di capire come vestirmi, cerco di distrarmi, lei intanto, attraversa le pareti, volteggia nell’aria sfottendo l’Araba Fenice che, al solito, brucia sotto le ceneri ardenti, finché all’improvviso mi si adagia addosso ormai trasformata in quintali di gelido peso.

La cosa che davvero non posso è la colazione. Svegliarsi, lavarsi i denti e poi… mangiare. E’assurdo, mi ripeto ogni volta, ma è per il metabolismo. Senza masticare non si avvia, altrettanto vero che se mastico troppo durante il giorno, ingrasso.

-Del mancato equilibrio-
Gilbert Garcin.
“Tutto o niente” lo chiamano loro, i dottori, che dopo anni di studio, mi conoscono meglio di quanto io possa anche solo sospettare. Parlano in seguito a studi specifici, che poi sono la somma di casi specifici, che insieme compongono percentuali, dati statistici, altra cosa che non posso. Mi piace camminare a piedi la mattina, mi piace capire se mi riconosco nel volto di qualche passante. I più sembrano sapere con esattezza dove stanno andando. Dinamici, più o meno assonnati, comunque in linea di partenza, tutti apparecchiati per il giorno che li aspetta. Si sono svegliati al primo beep, si sono lavati i denti, come ogni mattina, poi hanno fatto colazione -non tutti, immagino- Si sono buttati veloci in macchina, parcheggiando i figli -chi li ha- e correndo meno -chi non li ha- Poi via al lavoro, più o meno precario, per ingrassare pance più o meno gonfie, in cambio di uno stipendio più o meno misero, da investire in cose ovvie, a volte banali, dunque assolutamente necessarie.

La cosa che non posso, è il cinismo.Mi calza troppo bene per non farne un look che mi distingua, ma è pericoloso. Il cinico ha spesso mal di bile, e se anche ride, ride amaro, dunque non conviene.
Quella vecchia per esempio, zoppa, un po’ gobba, capelli di un bianco ingiallito, francamente orribile. Ogni suo passo mi prude sulla pelle. Attraversa i miei occhi come la scena ralenty di un brutto film. E’ stanca, lenta, e morbosamente affascinante per la cinica che vive in me. Il solo fatto che esista, ruba tutta la concentrazione di cui dispongo quel giorno.

Eccolo là, il futuro che tutti si affannano a costruire, dico alla mia amica più giovane di dieci anni e più graziosa di svariate unità. Questo semplice dato cronologico la trasforma in un involontario baricentro fra me e la vecchia. Lei sta nel mezzo e da lì, smarrita, mi guarda. Non ha più niente da ridere, ha perso il filo del discorso. Sento che ho toccato corde sensibili su di lei. Quasi le spunta una ruga. Ora ha fretta, deve correre a fare qualcosa.

–Carpe diem prima che diem carpa a te- recitava il datato slogan pubblicitario. Le è venuta fretta, e fa bene. Dovrebbe averne un po’ ogni giorno.Tutti dovremmo. Ma è anche vero, che la vecchia, ancora in affanno per il faticoso vagare, quella che si contorce per salire quelle cazzo di scale sotto i miei occhi cinici e indifferenti, anche lei deve aver pensato qualcosa di simile quando era il tempo di farlo, e i vecchi erano gli altri. Avere fretta non le ha impedito in alcun modo di offendere la propria esistenza per ridursi in quello stato che è il dimenticato ricordo della pelle fresca e giovane che fu un tempo anche la sua.
“Chissà che crema antirughe usava? mi chiedo mentre ingoio un caffè al ginseng bollente e intriso di gocce di veleno che mi colano ritmicamente fra i denti a causa dell’inguaribile cinismo che mi vive dentro. Per altro, mi piacerebbe capirla un po’ meglio questa nuova mania per il ginseng, una roba dal gusto melenso, ottenuto da un mischiume di sostanze mai definite. Perché dunque, caffè?

La cosa che non posso sta in quello che vedo. Sono solo due occhi quei fari che stanno di là dal muro. Ne ho due anch'io, non può essere un fatto così strepitoso, e invece si, è un bel regalo perché mi stanno guardano proprio adesso. Non parlo certo della vecchia, ma di altri occhi che mi guardano splendenti, e scavano, entrano, leggono, e a momenti rompono il muro. Anni di fatica per abituarsi al cinismo e ora è tutto è in pericolo. Mi guardano a un passo dal mio naso. Per questo mi sento costretta, scomoda, contratta, che è in assoluto la cosa che non posso, e che voglio meno.
Non c’è traccia di promessa, tutt'altro. Niente contratti o investimenti né la prospettiva di eventuali spartizioni. Niente di niente. Solo due occhi che mi guardano e mi fanno tremare, perché capisco che anche solo guardarli, è una cosa che non posso, giacché basta niente per cadere a terra e rompersi tutto il rompibile. Sono caduta infatti.
-Ironia-
l’osso si è rotto.

Frans Van Der Veenhttp://greamersworld.wordpress.com/edward-penkov/exlibris-2/

Caduta davanti ad occhi freddi, secolari e da sempre molto duri, indifferenti come fossero mattoni rinascimentali coperti d’intonaco bianco. E se è vero che quando cadi devi pur mettere in conto che prima o poi ti rialzerai, io non posso più farlo -cadere intendo- perché cadere abbiamo detto, rompe le ossa, soprattutto se si cade a terra. Non posso neppure ignorarli però, questi occhi che mi guardano, che sono tutto quel che mi rimane. Non posso niente se non pensare e sperare che per questi occhi, solo per loro, tutto si possa, almeno, fra un cinismo e l’altro.

Luisa.