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sabato 16 luglio 2022

Kitchen, Banana Yoshimoto

Kitchen. Banana Yoshimoto Pag 148 
(Kitchen; Pleniluno (Kitchen 2); Moonlight shadow. 
Prefazione e postfazione di Giorgio Amitrano.
 Universale Economica Feltrinelli



















Nel corso degli anni Novanta, non c'era libreria che non proponesse almeno un libro dell'autrice giapponese Banana Yoshimoto. Le mie amiche leggevano i suoi libri e me li consigliavano, ma non ne ero attratta. Forse è dipeso dal fatto che mi ero avvicinata con difficoltà a Kawabata ed ai suoi  "Racconti in un palmo di mano", senza riuscire ad apprezzarli come invece meritavano. Ero rimasta al di qua della scrittura, e poche esperienze mi risultano più frustranti. 

Sul finire del 2019, ho ripreso i miei rapporti con l'Oriente, quello che ti cattura e non ti lascia più andare. La mia porta d'ingresso è stato Murakami Akuri, e da lì è arrivata anche Banana Yoshimoto, regalatami a Natale. 
Provo gratitudine nei confronti di persone come Giorgio Amitrano, che hanno trasformato la loro esistenza in un ponte di congiunzione fra culture distanti, altrimenti inaccessibili, almeno per me, che non conosco il giapponese. 
Amitrano ha tradotto molti libri di Murakami ed anche della Yoshimoto. Grazie alle sue note, ho potuto conoscere qualcosa in più  sul background culturale che ha permesso la diffusione di questi autori e dei loro testi dalle nostre parti. 

Dovessi scegliere fra i due, direi Murakami, senza esitare, ma oggi vorrei raccontare qualcosa su Banana Yoshimoto, una cameriera, figlia di un celebre critico e poeta nipponico, diventata in men che non si dica, famosa in tutto il mondo. In principio, andava per librerie a sfogliare i suoi libri, incredula all'idea che fossero diventati "un caso", un caso letterario, e come tale, l'avrebbero portata via dal circuito chiuso della cucina e della sala in cui la gente mangia, paga e, più o meno contenta, se ne va. 

Il libro si intitola Kitchen, ovvero "Cucina", e riunisce tre racconti. Kitchen è una storia molto introspettiva, personale, e pone enfasi sulla stanza della casa che, per antonomasia, è dedicata al cibo, al rituale della preparazione dei pasti e simbolicamente, all'anima della famiglia, al punto d'incontro o di distanze fra le persone,  a seconda. 
La famiglia viene qui intesa in senso "allargato", molto aperto. 

Mikage Sakurai, orfana di madre e padre, vive con sua nonna, che muore all'improvviso, lasciando la ragazza completamente sola. Non si è mai pronti alla perdita di qualcuno e per affrontare il lutto, lei si riduce a dormire ai piedi del frigorifero, perché lì si sente meno sola. 
Un giorno suona alla porta un giovane amico di sua nonna, Yῡichi Tanabe, disposto ad ospitarla a casa sua, con il benestare della madre, Eriko. Anche loro sono una famiglia atipica, ma hanno la bontà di accogliere la ragazza, di includerla nella loro quotidianità, e ciò le permette di superare il dolore della perdita e di prepararsi ad un nuovo trasloco verso nuove "cucine". 

"...Le persone che vogliono farcela da sole, dovrebbero prima di tutto curare qualcosa che cresce. Un bambino, una pianta, che so. Facendolo, si capiscono i propri limiti. E' un punto di partenza." Pag 40 




  

lunedì 18 luglio 2011

La trottola.



Si erge da terra in forme scarne ed eleganti. Ferro battuto color grigio e verde muschio.  Sembra nata nel medioevo, anno più anno meno. L’acqua fa un gran baccano mentre precipita verso terra e si separa da lei. Ho l'impressione di ascoltare un CD new age e di vedere, a mo' di inserto specialissimo, anche le origini di tutti quei rumori. Testo e contesto, se fosse letteratura.
- La fontana -
Piccole gocce trasparenti schizzano sulle pietre dell’antica piazzola semicircolare di color grigio scuro intorno alla fontana. I vecchi sassi, bagnati, si nutrono di umidità e appaiono più giovani di qualche secolo, come illuminati da una luce temporanea – naturali -
A ritmi alterni ed incostanti altre gocce d’acqua vanno a cadere sull'asfalto, lontano, sdegnando così la  solita, vecchia, rassicurante circonferenza della piazzetta.
- Eroine -
L’asfalto sbuffa, annoiato dai troppi gradi centigradi che il sole impone alla terra da mattino a sera in questo torrido giorno di fine agosto, sembra mal tollerare l’acqua e la sua invadenza. Intanto le gocce arrivano qua e là, come a voler fuggire dalla fontana, riparata dal sole, quindi fresca. Su una panchina in pietra adiacente al muro medievale che circonda la fontana è seduta una donna che medita sul nulla cercando di trovarlo interessante. Quella donna sono io: Femmina, “Glamourosamente” imperfetta. Ambizioni che il tempo ha trasformato in viziate utopie, traboccano da cassetti stantii, e cadono a casaccio sul pavimento. Alcune si fanno persino un po' male, ma è un problema che non mi tocca troppo da vicino. Come la fontana, getto acqua che cade  perpendicolare, eppure spesso finisce a un passo dal traguardo. Le pietre sono la mia meta, la mia direzione, il mio finale più scontato quando le cose si mettono male e spesso, anche quando sembra che tutto sia possibile.

Siedo in un ambiente vuoto e desolato che mi somiglia terribilmente, e ascolto il ritmo con cui l’acqua, partita dal monte, si precipita a terra. Mi distrae il rumore lievissimo di una foglia secca che mi cade vicino a un piede, come un ornamento e intanto sogno di partire.
Devo partire.Voglio partire, e penso, mi chiedo il perché di una foglia secca in piena estate. Le foglie muoiono in autunno, questa è la regola e non ha senso alcuno essere tanto egocentrici. Penso a tutte le volte che una foglia, o più di una, hanno ispirato poeti per opere monumentali: Walt Whitman,Ungaretti, Dickinson.
Perché non me?
Qualche anno fa le ho rese soggetto-oggetto di un mio dipinto, acquarello invero!
Non avevo altro in mente e poi, mi piacciono le pieghe naturali delle foglie. Mi piace il gioco di luci  che queste creano su se stesse - Eterne narcisiste - Mi piacciono le foglie lunghe e sottili che si piegano verso il basso mimando un abbraccio. Ne ho abbozzate a miliardi sui libri di diritto e varie economie, anche su qualche grammatica francese, ma allora mi piaceva accoppiarle con le maschere. Mi piacevano moltissimo, ne ero quasi ossessionata. Volevo fossero il mio soggetto, poi ho scovato un pittore che le maschere le dipingeva in modo spettacolare, erano il suo soggetto, così mi è passata, e con loro, addio foglie.

Una gatta con passo felpato e distratto, mi viene incontro senza esitazioni. Si fida di un'estranea. Fortuna! Pensavo di essere in un paese-fantasma. Attraversa l’asfalto rovente con tutta la calma che si conviene a chi non ha  problemi col sole. Si abbevera in una pozza d’acqua verde di muschio, ai piedi della fontana che mi sta di fronte e poi mi si avvicina lentamente. Si arrotola attorno ai miei piedi e si arruffa tutta. E’ grigia con delle sfumature nere e splendidi occhi azzurri, come il cielo. Una trovatella si direbbe dal suo modo di cercare affetto, o una zitella, come me. L’adoro e non è cosa ovvia come forse potrebbe sembrare. Sarà un maschio? chi lo sa? Gli accarezzo la testa, intanto sul viso mi sorge una smorfia involontaria, quasi a volerlo avvertire che in via del tutto eccezionale sto non pensando che potrebbe avere pidocchi o essere sporco sudicio, possibilissimo, dunque, a mio modo, compio un gesto di affetto disinteressato -Ma non sarebbe male se trovasse il modo di essermene grato.
Il gatto non mi guarda. Ha gli occhi chiusi e sembra stia avendo una specie di orgasmo dovuto al tocco delle mie mani. E' la mia buona azione quotidiana.
Fra esseri umani cose simili non accadono quasi mai, sebbene"quasi" sia più lieve di "mai". Anni fa per esempio, mi trovavo in un parco con un'amica e sua figlia di anni zero, ovvero undici mesi.
Rincorrevamo i piccioni. Lei non era mai stanca e io morivo di paura all'idea che si facesse male. Qualcuno lo chiama istinto materno, io la chiamo paura, semplicemente paura, e va intesa in senso lato. Per gioco, non facevo che afferrarla per paura che cadesse, ma lei non voleva saperne. Mi sfuggiva di continuo finché l'ho raggiunta e l'ho presa in braccio con un gesto deciso. A quel punto, rassegnata alla mia paura, si è guardata attorno in cerca di scappatoie, e mi ha indicato un anziano seduto su una panchina che ci osservava con attenzione da molto tempo ormai. Ci siamo avvicinate, lei gli ha sorriso e l’ha accarezzato. Forse le ricordava il nonno, o più banalmente,  i bambini sanno essere buoni o cattivi senza che occorra un motivo troppo specifico. Gli occhi verdi e spenti del vecchio si sono bagnati un po’, velati, come chi mangia dopo lungo digiuno. Guardava la piccola con una specie di estasi e confusione.
-Grazie, ha detto con voce tremante e con la dolcezza che è propria di chi riceve un dono che non sarà mai in grado di rendere. Lei ha sorriso, non sapeva parlare, non ancora.
Anche i miei occhi prendevano luce nel constatare una volta di più, quanto siamo perdenti noi adulti in termini di umanità,  ma non volevo mostrare emozioni tristi ad una bambina allegra, che somigliava piuttosto al gatto incastrato fra i miei piedi, affettuoso, simpatico. Continuo ad affondare le dita nel pelo dello splendido animale godereccio, e mi viene da pensare a quel giorno surreale. Sarebbe più logico dimenticare, invece ogni tanto ritorna, che sia freddo da morire, o che sia caldo al punto che i capelli si attaccano alla fronte, ogni tanto il mio ricordo ritorna. Nelle orecchie il rumore dell'acqua, che non smette di precipitare giù dal monte. Scende da secoli. Ne ha visti di occhi e di donne lei! Oggi tocca a me.
Quanto allo strano ricordo, ero col mio attuale ex fidanzato. Eravamo in un ospedale per motivi dimenticati e davanti a me c’era una donna anziana tutta dolente. Non faceva che lamentarsi, con gli occhi soprattutto. L'incrociai lungo un corridoio e fui presa da emozioni incontrollabili. Chiesi agli infermieri che le era successo. Quelli mi spiegarono, pensando fossi sua parente, e io piangevo, imbarazzata, ma incapace di smettere. Neanche la conoscevo quella donna malata. Anche lei era sorpresa di trovarsi al centro di attenzioni immotivate ed inattese, forse umane. Sembrava volermi rassicurare. Cercava di dirmi che persino all'inferno ci si può abituare, ma leggevo anche una certa invidia  verso la mia gioventù, e naturalmente non ero in grado di comprendere, di valutare e apprezzare il mio essere giovane e in salute, perché credevo, come tutti del resto, che sarebbe durato per sempre. E' questo in fondo essere giovani, pensare che non finisca mai.

Mi racconto a volte di non conoscere il motivo per quelle lacrime astratte. Il motivo  non era la vecchia, ad essere sinceri, è che sentivo su qualche angolo non definibile d' istinto, che il mio futuro ex-ragazzo non era mio neanche un pochino. Sapevo che stavo religiosamente e stupidamente abbandonando la mia vita, la mia gioia, tutta la mia leggerezza:
- LA DANZA -
Compivo quel sacrificio inutile per uno che, lo sapevo, sarebbe sparito presto. Era molto chiaro almeno quanto era chiara la diagnosi di infermità emotiva a senso unico, la mia.
Piangevo perché sentivo dolori ovunque, come quella vecchia sul letto, ma non c’era un motivo clinicamente dimostrabile, nessuna lesione tendinea o lussazione articolare, così temo di aver usato il dolore altrui, oggettivo, per quei cinque minuti eterni. Piangevo anche perché la morte mi fa paura, molta paura. L’attimo prima, cosa m' inventerò per distrarmi dal buio? Sdrammatizzo pensando a mio padre che, sdrammatizzando, diceva: siccome nessuno è mai tornato indietro, allora  non si sta poi tanto male. E ora che anche lui se n'è andato, non faccio che sperare che in qualche modo avesse ragione. Il gatto si è stancato di me e sta per fuggire via, così lo prendo in braccio, come fosse un bambino, ci gioco un po' e questo basta a farlo accovacciare di nuovo sulle mie gambe. Non contento, si fa le unghie sui miei jeans fino a entrarmi nella pelle. Mi procura una specie di dolore, ma è stranamente piacevole, tant'è che lo lascio fare. Le sue unghie infilzate fra i pori della mia pelle sudata, mi ricordano che sono viva.  

-Vieni con me gatto? Devo partire, lo so, avrei dovuto dirtelo prima. Sbagli a fidarti dei passanti come me. Sbagli a fidarti gatto. Ora ci parlo addirittura! Come se potesse capire. Mi sembra persino che annuisca mentre l’accarezzo, inizio quindi il mio viaggio a ritroso.
L’interlocutore non obbietta, mi sento comunque matta, così smetto di parlare e mi limito al pensiero.
Montagne di aneddoti, ricordi da niente, passeggiate, luoghi, giardini, litri di birra, una certa routine se uno ci pensa. Londra, un anno fa. Non sono mancati momenti neri, ma solo perché la mia natura tende al nero. Per paradosso il grigio della città dava luce ai miei colori. Ricordo però improvvise insofferenze, intolleranze a tutto, al punto che decisi di tornare in Italia per districare certi nodi e poi ripartire. Così me la raccontavo. Intanto, quindici interminabili giorni in cui tutto mi era sembrato troppo bello perché ne potessi più fare a meno, tutti troppo speciali perché me ne potessi mai separare. Poi la festa di addio, e si poteva stare certi che fosse davvero per sempre.
Per questo, davanti ad idee così irrimediabilmente romantiche come: “Per sempre" o "Forever", che è lo stesso, tutte quelle facce mi erano sembrate molto belle e diverse fra loro, tutte profondamente mie, in senso artistico, si capisce!

Il volo, tutto un pianto, persino il cielo era lacrimoso, come me, per tutto quel tempo eterno. All'improvviso tutto sembrava definitivo, e lo era davvero. Finivo un capitolo, lo firmavo e chiudevo un libro, il mio London Time, ma non finisce mai il desiderio di deviare dalla solita, noiosissima retta via che non smarrisco mai a sufficienza. Vorrei il coraggio di quelle gocce sull’asfalto e invece ho solo numeri in testa; lo zero, per esempio!
[(volo + ritorno alle responsabilità) - senso di libertà] = sconforto = zero.
Eccola qui l’equazione. Nero su bianco. Sono una trottola, come quella che un tempo qualcuno mi regalò per correggere la mia natura troppo impulsiva, troppo vivente. Perché poi me la prendo tanto? Voleva aiutarmi a imparare l’essenziale e filosofica arte della riflessione. L’oggetto più odiato di tutta la mia vita! Era come una pigna, verde, piccola come un pugno, in legno leggero, venato…eppure mi sento come lei adesso.

- Metamorfosi avvenuta: Il sodalizio -

Il gatto si è stancato delle mie carezze e con un balzo corre via. Ingrata puttana! Le urlo seccata, decidendo infine che è una femmina. Mi ha sporcato i pantaloni. Mi alzo per lavarmi le mani sotto il getto scrosciante della fontana che, proprio come mezz’ora fa, funge da veicolo al corso d’acqua. Mi lavo le mani in modo minuzioso e per un tempo infinito, fino ad avere la pelle aggrinzita per via dell’acqua che intanto schizza all'impazzata sui miei sandali e sui calzoni.

Si muore di caldo oggi, così decido di bagnare i capelli sotto il flusso d’acqua gelata proveniente dal monte. Idee congelate.
La trottola si è fermata! Alzo la testa e la sgrullo come fossi un gatto. No, Meglio! Come un cane! Anzi... un bel cavallo nero, lucente, indomabile. I capelli, lunghi e bagnati, schizzano gocce sull'asfalto che per chimica reazione, produce nuvolette di polvere ad ogni singolo impatto. Non mi sente nessuno, non mi vede nessuno, e la trottola si è fermata.

Ballo attorno alla fontana…
Plié – un… deux… trois…
Developpé – quatre… cinq… six...
Port de bras …come fosse una sbarra per esercizi e io ancora una ballerina.

Intanto nella mente, composta di materia grigia e molle, Pensieri fissi, scomodissimi, ostinati e monumentali, aggrovigliati  a tutto il resto, a mo' di caos.
Opere universali, eterne, soavi, ed io le so ballare tutte, come fossi all'opera.

Il racconto è stato premiato con menzione speciale al concorso letterario: "Giovanni XXIII" a Modica, Sicilia, nel 2007, ma ho apportato nel tempo qualche modifica rispetto a quella versione e, francamente, per certi versi, ancora non mi convince. Oggi il mio stile è cambiato, e ne sono felice. Ma desidero ricordare questo pezzo della mia strada. 

L'ultima riga del mio racconto è un'omaggio ai versi di Emily Dickinson: 
"Non so ballare sulle punte" di E. Dickinson. (Clicca sul link)

Luisa. 18/07/2011

martedì 15 marzo 2011

Le forme della VIOLENZA. Il vuoto del silenzio, la vita delle parole.

Foro Annonario, Senigallia. 8 marzo 2011.
Foto di Riccitelli Luisa. 
Dall'otto marzo 2011 al venticinque novembre dello stesso anno, la regione Marche, organizza una campagna di sensibilizzazione sulla violenza contro le donne, chiamata: Le forme della violenza, il vuoto del silenzio, la vita delle parole. 

Le forme della violenza, sono state rappresentate visivamente al Foro, come potete osservare nella foto introduttiva. Il 12 marzo, Piazza Manni a Senigallia si è riempita di  cento sagome realizzate con cartone, ad altezza naturale che rappresentano donne reali sopravvissute ad abusi e violenze, oppure morte, dipende dal colore. Quelle arancioni, hanno per sottotitolo La vita delle parole, quelle viola, incarnano il vuoto del silenzio. 

Nessuno dei passanti, per assente o distratto che sia, riesce a rimanere indifferente. La forza evocativa dell'istallazione è notevole. Ho una folla di pensieri nella testa, e mi sento come chi attraversa un luogo di dolore, che posso leggere, a mo' di didascalia, su ognuno dei cartoni. Quelle viola, dicevo, sono morte ammazzate, ed è difficile trattenere le lacrime, è difficile non pensare "potrei essere io".

Qual è, mi sono chiesta, il giorno in cui la persona con la quale vivi, ti presenta il conto, rivelandosi per ciò che è davvero? e come si reagisce alla brutta scoperta? Non me lo immagino semplice.

Quand'è che l'autocontrollo viene meno? Cosa muove una mano ad uccidere una persona "Amata"? Non riesco a capirlo. Non l'ho mai vissuta questa tentazione, neppure nei momenti di maggior rancore verso qualcuno. Fortuna, mi dico. Mi chiedo anche, cosa spinga una donna a rimanere per anni incastrata nel giogo della sottomissione, dell'umiliazione, nel dolore fisico, quando basterebbe scappare via. La risposta sta nei meccanismi psicologici generati dalla paura. Succedono cose atroci all'interno di certe pareti domestiche, e la paura è un sentimento paralizzante che si appiccica addosso a chi un giorno si sveglia e scopre che suo marito, il suo fidanzato, è regredito allo stato animale. 
Immagino che la mente vada in confusione e che riemergano memorie ancestrali circa i comportamenti remissivi delle nostre antenate, e parlo di realtà durate secoli e secoli, per altro ancora raccomandate da certe religioni che, per diverse che siano, almeno su un punto sono allineate, cioè sulla necessaria sottomissione/inferiorità della donna.

Camminando fra queste sagome ho pensato di avere avuto fortuna nella vita, nonostante tutto. 


Occorre fortuna negli incontri, ma anche e soprattutto, una buona dose di buon senso, una mente limpida e non inquinata da visioni irrealistiche. La violenza più dolorosa è evidentemente quella di natura fisica, ma anche quella psicologica ha un suo peso e pesanti conseguenze, senza contare che, quasi sempre, quest'ultima precede la prima.

L'esito più evidente, quando vieni preso a schiaffi o malmenato, è che la tua dignità "lentamente muore", come quella famosa poesia dai toni aulici, che non amo particolarmente.

Georgia O’Keeffe dipingeva fiori enormi perché voleva costringere l’occhio distratto, a portare attenzione su un particolare della natura che l'umanità si ostina ad ignorare. Allo stesso modo, queste sagome hanno materializzato, sebbene simbolicamente, qualcosa che da una parte ci sfiniscono giorno e notte via TG, sotto forma di cronaca nera e relativi show, e dall'altra ci danno l'illusione che certe cose accadono solo agli altri, lontano da noi, invece non è quasi mai così.
Anni fa in collegio a Urbino, ho visto un ragazzo che ha preso a sberle la sua ragazza con una violenza spaventosa. Era vicino alla mensa, un punto di passaggio affollato, e nessuno ha detto nulla. Lei era seduta in un angolo, spaventatissima, lui arrogante come una bestia, non temeva nessuno, anzi, si sentiva forte, e io mi sono odiata per non aver fatto niente. La verità è che avevo paura, come lei. 
Ho scoperto la manifestazione per caso, perché passavo di lì. Una signora mi ha chiesto di partecipare al reading collettivo. Di solito evito di sovraespormi, ma questa volta ho detto di si senza esitare.  Avevo tre cartelle piene di scritti fra cui scegliere, dai Promessi sposi, passando per Dante e la sua Divina commedia, o per la osannata Dacia Maraini, fino alle testimonianze di processi e fatti di cronaca, o la storia di Franca Rame.
Io ho scelto, o lei ha scelto me, non so, Dalia, di Concita De Gregorio, un racconto dal libro Malamore. Il testo mi ha catturato il cervello dalle prime righe. Il racconto narra di una ragazzina di dodici anni, venduta da sua nonna e costretta a prostituirsi. Non ci è detto il suo paese di provenienza, ma si può intuire “A voi che vivete nelle case di città sembrerà una baracca, lo so che le chiamate così le nostre case: Baracche”. Non ci è detto il nome della madre della ragazza, intuiamo solo che si prostituisce e che a un certo punto, non torna più a casa. Della nonna sappiamo che è lei il capofamiglia, sappiamo che è vecchia e che ha la pelle liscia e sana. Questa famiglia è composta da sole donne: “Mio padre non lo so chi è, non c’è mai stato un uomo a casa nostra”. Ci sono dei fratelli, ma sono ancora piccoli, ed è quasi paradossale, visto il ruolo dell’altro sesso sulla vita di Dalia e su sua madre.

Uno dei motivi per cui mi è piaciuto questo racconto è che l’autrice non cita nulla di esplicitamente sessuale. Nessun dettaglio. Dice solo: "Non c'è niente da raccontare. Era uguale ogni giorno. Orribile" e riprende verso la fine “non voglio parlare con nessuno di quello che è successo”. Eppure le sue parole raccontano molto di più di quei dettagliatissimi elenchi di pose e sevizie, che a volte confinano con un sadico voyeurismo. Lei non vuole la pietà, vuole che si ascolti la sua storia, perché potrebbe essere anche la nostra. Narra lo stato d'animo di un furto d'identità ai danni di una bambina tradita dalla nonna “...io avevo paura, ma la nonna è sempre la nonna... ed io ero la sua regina”e dai "grandi" che raccontano favole sui re e le regine, ma poi ti trattano come fossi carne da bancone, da comprare, vendere al chilo e poi macellare quando si ha fame. Quando capisce che la bellezza è per gli uomini fonte d' attrazione, Dalia approfitta di un “piccolo” incidente per imbruttirsi e smettere così di essere desiderabile. Funziona. Finalmente libera di morire o di tornarsene a casa.

Chi ha letto qualche libro che parla di disturbi alimentari, o chi l'ha vissuto di persona, noterà straordinarie associazioni psicologiche fra questi meccanismi. Abbruttire, mortificare il corpo per smettere di essere desiderati. I bulimici spesso si tagliano, si feriscono (e il recente film “il cigno nero” lo mostra in più occasioni), magari per altri motivi, ma è pur sempre un meccanismo di autodistruzione che inizia per creare un muro invalicabile fra la propria persona e il resto del mondo, cioè l'altro sesso.
Paradossalmente nel racconto, è l’autodistruzione la sola cosa che può salvare Dalia, che, come lei stessa ricorda, ha per nome, un sostantivo pensato per un fiore. Dalia a modo suo, è un'autentica forma di poesia. Pura nonostante tutto. La conosciamo a 12 anni e la salutiamo a 23, quando si pensa vecchia e brutta.
Che succederà nella sua vita quando cercherà di essere come tutti gli altri? Questo non ce lo racconta nessuno. Sappiamo solo che “ora” il capo famiglia è un maschio, il fratello quattordicenne, e non sappiamo come deciderà di comportarsi con la sorella. Sappiamo anche che lei dovrà sopportare l’evidenza che il suo corpo, nonostante tutto, conoscerà  il desiderio prima o poi, ma difficilmente sarà soddisfatto, perché nel mondo del bello inteso come valore assoluto, una donna consumata come lei, sarà costretta a grandi solitudini o forse avrà fortuna. Non si può sapere.


Leggere in pubblico, prestare la  voce a Concita De Gregorio, autrice di una storia così intensa, e trovarmi in un contesto praticamente surreale, fra spettatori di carne ed ossa e spettatori di carta viola e arancione, ha avuto su di me un effetto catartico. Ho ascoltato la mia voce uscire fuori dalle labbra e raccontare una storia, ben cosciente che non si trattava solo di una storia, ma della testimonianza di qualcosa che succede ogni giorno, in ogni angolo di mondo, anche nella nostra evoluta Italia che a volte sembra occupata a tempo pieno in una crociata tutta a ritroso, verso la regressione.

🐭🔍🐭🔍
La violenza sulle donne in Italia.
Violenza fisica.
Circa sei milioni e settecentomila  donne fra i 16 e i 70 anni hanno subito violenza fisica nel corso della vita. Cinque milioni di queste hanno subito violenza sessuale.

Violenza psicologica.
Sette milioni e centro trentaquattromila donne hanno subito o subiscono violenza psicologica.
46,7% isolamento o tentativo di isolamento
40,7% controllo
30,7% violenza economica
23,8% svalorizzazione
7,8% intimidazione

Stalking
Quattromilacentoventuno gli stalker denunciati, di cui 723 arrestati.

Le vittime sono per il 19,1% UOMINI e per l’80,1% DONNE.
Due milioni settantasette mila sono state le donne vittime di comportamenti persecutori.

Autori della violenza:
70% partner
17% conoscenti
6% estranei.

Queste statistiche parlano solo dei casi denunciati, ma bastano a capire che il peggiore dei nemici, potrebbe abitare nella nostra casa, dormire nel nostro letto o poco distante. Solo il 6% delle violenze proviene da estranei.

Riporto alla lettera un tabellone esposto durante la manifestazione:

Non è vero che... 
Non è vero che il fenomeno della violenza familiare sia limitato, invece è un fenomeno molto esteso, anche se ancora sommerso e quindi sottostimato.

Non è vero che riguardi le fasce sociali più disagiate, con reddito e livello d’istruzione basso, invece è un fenomeno trasversale che non conosce differenza di età, ricchezza e livello culturale.

Non è vero che la violenza riguardi soprattutto comunità straniere, invece è persente in ogni cultura, non solo fra gli immigrati e le minoranze.

Non è vero che sia causato da momentanee perdite di controllo, invece, nella maggior parte dei casi è un episodio di violenza premeditato.

Non è vero che “le vittime avranno fatto qualcosa per meritarselo”, invece il ricorso alla violenza verso il proprio partner non può essere giustificato da alcun tipo di comportamento.

Non è vero che alle donne che subiscono violenza piace essere picchiate, altrimenti se ne andrebbero di casa, invece è difficile per le donne interrompere la situazione di violenza per paura, dipendenza economica, isolamento, riprovazione sociale.

Non è vero che gli uomini violenti siano alcolisti, tossicodipendenti, o individui con problemi psichiatrici, invece è solo un modo per allontanare il problema, confinandolo in casi particolari che riguardano gli altri, un modo per trovare agli abusi una giustificazione che non hanno.

Non è vero che la violenza sessuale sia per la maggior parte dei casi compiuta da estranei, invece è più spesso compiuta da familiari e conoscenti.

Non è vero che “i panni sporchi si lavano in casa”, invece è fondamentale che le violenze vengano alla luce e che le donne cerchino aiuti esterni.
E fra questi aiuti esterni ci sono varie soluzioni, fra cui case di accoglienza.

Questi i punti di riferimento per chi avesse bisogno di aiuto o informazioni più dettagliate:

http://www.lagemma.org/ Presso la città di Ancona.

E mail: casarifugio@lagemma.org
Tel: 071/ 2075383
Cell: 335/ 7681975


Associazione delle donne e Giustizia – Via Cialdini n 24/A Ancona. 
N° verde 80032810
Tel 071/205376

E mail: donne.giustizia@libero.it

Pesaro:
Parla con noi - Via Diaz n° 10 (merc. Ore 8:30-12:30) (Giovedi. Ore 16:00-18:00)
Tel: 0721-639014

www.eurogiovani.provincia.it
E mail: parlaconnoi@provincia.ps.it
http://www.laprovinciadelledonne.it/.

Macerata:
Centro SOS donna –Piazza Veneto 14 (S Giovanni) (merc-giov Ore 15:00-18:00)
Tel: 0733/1990133

E mail: sosdonna@provincia.mc.it

Fermo:
Sant’Elpidio a mare. Piazza marconi 14

N° verde: 800215809 (24 ore su 24)

E mail: percorsidonna@ontheroadonlus.it


Ascoli Piceno:
Consultorio ASUR –Via Torino 4
Merc ore 16:30/ 18:30
N° verde: 800021314 (24 ore su 24)
Tel: 0736/358915 (orario sportello)

E mail: centroviolenza.ap@alice.it



San Benedetto del Tronto
Distretto sanitario Asur 12-via Romagna 7
N° verde 800021314 (24 ore su 24)

E Mail centroantiviolenza.ap@alice.it



Altri link di riferimento:
http://www.regione.marche.it/
http://www.pariopportunità.regione.marche.it/
http://www.donne.marche.it/
http://www.pariopportunità.marche.it/



Luisa

venerdì 28 gennaio 2011

Non so niente della vita.


Foto di Arbeit Versklavt.

Non so nulla della vita. Nessun copione imparato o anche solo sfogliato di sfuggita. Gli altri attori, quelli con cui giro, li conosco per circostanza, e nei modi più imprevisti. Appena il tempo di incontrarsi, presentarsi, e si comincia ad improvvisare. Funziona di rado però. E’ per questo che sulle scene dei teatri ci mettono quelli che prima hanno letto ed appreso un testo scritto, par coeur . Meglio sapere in anticipo quel che devi dire, e che sollievo conoscere già il finale.

Anna, il tuo personaggio, lascerà il marito, sarà poi tradita dal suo amante e morirà sotto un treno. Un tragico incidente. Lo sai dal primo secondo. E allora, anche mentre ride, mentre cammina, mentre parla con gli altri, Anna ha tutto il tempo per coltivarsi dentro quell'angolo di umore che le serve per elaborare il lutto, come una riserva di angoscia per rendersi credibile agli occhi del pubblico pagante, per quella scena finale, quella in cui, dopo grave incidente, morirà.

Per Fedra non è troppo diverso; chiunque interpreti il ruolo, entra in scena, cosciente dal primo istante, che entro poche ore ucciderà il figlio e soffrirà per questo. Ne soffre da secoli, ma non riesce a smettere. L' ammazza -Ogni volta- e Giulietta, sempre col veleno in borsetta per il più futile dei motivi. Secoli di teatro, d'inganno, e ancora oggi, in giro per il mondo, è pieno di gente che recita al soggetto.

Per me che non conosco il copione, che non so niente della vita, è importante affinare l’abilità d’improvvisazione, come quei comici o certi giocolieri capaci di tenersi in bilico su una ruota che volteggia a svariati metri da terra, facendolo sembrare un gioco da ragazzi.
Drammatici e leggeri.
Non è che uno si pensi o agisca come se fosse cosciente di essere in scena, ma a volte s' intuisce, di essere finiti dentro ad un ruolo. Appena il tempo di riconoscere le coordinate, e quello è il ruolo, quella è la cosa che ti fa sentire dentro, quello permette agli altri di riconoscersi o allontanarsi da te.

Le parti da recitare sono tante.

Il monologo, quando è  interiore, te lo fai a casa, davanti allo specchio, mentre ti lavi i denti, così come davanti a un film, oppure in macchina mentre ti accendi una sigaretta che ben si accoppia con quella canzone che sembra fatta apposta per farti accendere quella sigaretta, giacché te ne ricorda altre...di sigarette, mentre ascoltavi quella canzone. “Sembra ieri” ti dici. Ecco, questo è un ruolo. Ti stai dando una posa. Sei condizionato, ma in quel momento non lo puoi sapere. Sei troppo preso dal tutto. Ti piace troppo per pensare che non è affatto, affatto originale.

Non meno diffuso, il monologo di coppia: Prendi due persone e le metti una di fronte all'altra, e una di loro comincia a parlare. Non è che gli interessi parlare con te perché sei tu, vuole solo parlare di sé per alleggerirsi qualche minuto, dunque te o chicchessia, è proprio identico. Poi se tu l’ ascolti, se ti annoi, se muori lì, sotto i suoi occhi impietosi, quasi non ci fa caso. Ti dice, si racconta enfatico e pieno di sfumature “psicologiche”. Finito il suo argomento, lo vedi che perde interesse, si, ti ascolta a limite... ma s'intuisce lontano un miglio che riflette ancora su quella cosa che s’è detto ad alta voce mezz'ora prima. Detto tutto il dicibile, arriva l'ora dei saluti e se ne va, lasciandoti coi tuoi pensieri e qualche etto dei suoi, che magari non ti toccano più di tanto, ma se sei, come si suol dire, uno sensibile, un po’ ti tocca tutto, dal gatto in calore che non sai come aiutare, al tizio che non si ferma al semaforo e che quella vecchia, a momenti l’ammazza.

L’ora è quella di punta. Il giorno è quello della festa, il corso è pieno di gente, ma il bar, il “solito” bar, è semi deserto, il che non è mai troppo male. E’ un bar particolare, un caffè incastrato in una libreria, non di certo un caffè letterario, eppure, per assurdo che possa sembrare, è più “letterario” di quell'altro, perché si dà meno pose. Lì la gente prende il caffè con un' attitudine fastidiosamente glamour, gambe incrociate, busto a tre quarti, spalla sul divano letterario e mento elevato, quasi austero. Qui c’è solo gente che prende il caffè e che in mano ha un libro, un giornale o  una tazza piena di liquido. Senza dubbio un luogo ideale, perché non si pretende troppo di più rispetto a quel che è. Il tempo di voltare gli occhi e ti prende una fitta al cuore per uno che sta li, vicino a te. Un vecchio col cappello ed un cappotto lungo fino a terra. Ha tutta la fisionomia di un tipo sensibile.

E’ più vecchio di tanti vecchi messi insieme, ed è bello da vedersi.

Sul piccolo tavolo rotondo che ha davanti, ha apparecchiato tutta una mercanzia di carte, ha anche una lente d’ingrandimento ed una penna. Con una mano tiene la lente su una specie di  grafico, con l’altra scrive parole giganti ed incomprensibili sul foglio a quadretti, e per compiere questa complicatissima operazione assume, tutto curvo sui fogli, la scomoda forma di una “C” . Ti chiedi cosa starà mai facendo. Vorresti tanto chiederlo a lui. Puoi osservarlo liberamente mentre cerchi di capire, perché lui  neanche ti vede, e quella non è una posa, ma un impegno estenuante. Chissà che cerca, viene da chiedersi. Ma chiederlo a lui è fuori questione.
Mio spazio-tuo spazio. Vietato fondere gli estremi.
E’ il tipo di cose per cui la gente vive male e sola. Giornate, mesi, anni passati a crearsi degli spazi, cioè dei muri, solo che detto così: “Crearsi i propri spazi” fa più “individuo”. Il guaio è che serve, è inevitabile o si finisce travolti dal treno. Finalmente alza gli occhi e tu lo guardi come se fosse amore. Lui sorride un po' impacciato e torna al suo lavoro.
Pensi che se invecchiassi abbastanza da somigliargli, seduta al suo posto ci staresti tu, magari coi capelli raccolti e bianchi, e le tue rughe in bella vista. Non sarebbe certo per attirare l’occhio curioso degli altri. Lo faresti perché per essere giocolieri bisogna esporsi, correndo il rischio che si rida di te, che ti si noti, e si può fare solo se ci si esercita negli anni, così che la cosa alla fine, non ti tocchi troppo. Non parlo di cose astruse, è solo teoria e tecnica della libertà, che nel momento in cui fai quel che vuoi, come e quando vuoi, smette di essere verbo e diventa reale. Una specie di utopia insomma. Il tappo della penna gli scivola dalle dita, e tu non perdi l'occasione, ti pieghi e lo raccogli. Da solo non ce la farebbe, eppure non chiederebbe aiuto. “Si figuri” rispondi, ma l’hai detto con amore, come se avessi davanti un bel maschio con cui vorresti accoppiarti a breve. “Si figuri”...tutto qui. Ecco un esempio di ruolo, un limite.

Anche io come tutti, coltivo i miei spazi, ma sarebbe più saggio coltivare insalata. Sarebbe preferibile, perché ho letto da qualche parte che il lavoro manuale aiuta la gente astratta a legarsi di più alla terra, e siccome io sono astratta, dovrei proprio coltivare insalata. Vorrei un lavoro stancante che mi facesse pensare meno a tutte le parole che non dico perché non posso, o a quelle che non dico perché non so...ho bisogno di vacanze insomma, ma le vacanze sono un lusso, e io non posso permettermi lussi, allora l'ideale è un lavoro stancante, ecco che mi serve. Il contrario di una vacanza. Essere soli, sentirsi soli, che cambia? Qual è il confine? Basta forse un cortile pieno di bipedi che ti camminano attorno per pensare, anche solo per sospettare che non sei solo? E’ sufficiente rimbalzarsi qualche verbo per poter asserire, o seriamente pensare che si sta comunicando?
“Colgo la tua ironia...” Una frase messa lì, fra una chiacchiera e l’altra. Seguono altre parole, altri argomenti, ma queste le senti che mettono radici, come quei semi che volano in aria in primavera, come quei germi che ti si attaccano nei posti più impensati. Ti si attaccano come una medusa mentre nuoti, come un fungo mentre stai per saltare dal trampolino in piscina -appena un secondo prima del salto- Uno che ti capisce, così ti lascia intuire. Se poi la coglie davvero quest’ironia, e per sfortuna capisci che è vero, accade una specie di metamorfosi che ti trasforma  nell'insalata che vorresti imparare a coltivare, e lui si ritrova, quasi senza volerlo, nel ruolo di agricoltore, che quindi ti coltiva e ti raccoglie a suo piacimento. Ogni volta che coglie la tua ironia, è come se t’innaffiasse e ti concimasse. Ogni volta che ride di quel che a te fa ridere, è come se si curasse di te. Quando ti calma se sei agitata, è come se ti riparasse da uno storico freddo polare che altrimenti ti annienterebbe, riducendoti a foglia secca.

Non so niente della vita.

L’arte del relativo. Ecco una cosa che devo imparare. Devo. Assolutamente. Credevo che l’assoluto sarebbe deceduto insieme all'odiosa adolescenza. Ci speravo tanto, ma non è successo. Non muore. Non ancora. Mi piaci quando cogli la mia ironia. E’ un modo assoluto di amarmi. Non puoi saperlo. Stai improvvisando la battuta giusta, quella che porterà all'innesto di altri dialoghi e forse, dei corpi stessi. E’ così unico quello che dici, che mi trasformo nella stupida Giulietta, solo che lei era adolescente, dunque scusabile, su di me invece, quei lunghi abiti, i capelli raccolti e quel tipo di pensieri appaiono patetici. “Ti amo” ecco il ruolo fra i più convenzionali a portata di bocca. Voglio dirlo da qualche giorno, mi nuota in testa, quasi mi strozza la gola, lo penso, provo un irresistibile desiderio di lanciare queste lettere in aria, è come se dicendolo a te lo dicessi a tutti quelli a cui non l'ho mai detto. Anni di mai detto, ora che ci penso. Mi distraggo e appena mi rilasso, appena smetto di pensarci... lo dico, se ne esce. Ne ho bisogno. Proprio io, che non si può dire che mi metta ad “amare” chiunque. A te si. Perché cogli la mia ironia. L’hai detto e l’hai fatto più di una volta. Ho le prove che non sono sola, non oggi almeno. Hai colto, e portato via. Se almeno fossi stata un fiore, una rosa rossa dai petali di velluto, sarei morta per motivi futili e belli, come l'ingenua Giulietta, ma morire da insalata, non è che il più stupido dei ruoli. Siamo a teatro. Devo sempre tenerlo a mente. Stiamo improvvisando, ed è logico che i ruoli si disegnino man mano. Conoscersi, recitare, mischiarsi in un romantico bacio “artistico” così come nel momento magico che lo precede, è necessario per questioni sceniche... il solito audience.... e poi la fine. Arriva sempre la fine, e fa sempre male. Fa così male che viene voglia di non iniziare mai niente. Mai più.
Persino un libro, quando mi piace, non solo non mi affretto a finirlo, ma rallento.  E’ estenuante, come il lavoro di quel vecchio. La noia di doversi separare da quei luoghi della mente che ho faticato tanto ad innestare al mio pensiero. Non sono una mangiatrice di pagine, non soffro di bulimia lessicale, mi piace che lo scritto sia poco ed indimenticabile, che se è troppo, è erudizione, e quella si addice meglio a chi  ce l'ha, o a chi frequenta “caffè letterari” ed ha qualcosa da dimostrare, io voglio solo capire. Quando la fine si avvicina, succede anche di leggere dieci righe, e basta fino a domani. Poi il finale, magari appena sveglia, e me lo porto addosso per tutto il giorno con una specie di nostalgia, come una tristezza, perché, chiuso il libro è come se fosse finita l’ennesima storia d’amore. Scemenza! Un libro non ti mancherebbe mai di rispetto, non è nella sua natura, eppure se anche decidessi di rileggerlo, non sarebbe più lo stesso, perché se sai già il finale, allora stai solo recitando, e io, come si è forse capito, non so recitare affatto, al massimo posso scrivere copioni, sceneggiature, corti. Si appunto. Corti. Sono fatte così le persone sensibili. Niente le tocca, e tutto le tocca. Assoluta. Affatto relativa.
Non so niente della vita.
Dove sei? Che ti è successo? Cosa è cambiato? Tutto. Niente. Siamo sempre noi. Sempre a teatro. Scorrono solo i giorni, i personaggi che siamo chiamati a interpretare si allontanano per esigenze di copione. Cambia la scena. Altri attori. Tutto daccapo. Fa male. Fa molto male. Più del necessario. E non serve sgranare il rosario di altre cose che hanno già fatto male per sentirsi meglio. Non si è mai imparato niente. Questa l’impressione che racconto nel mio prossimo ruolo, che è un lungo monologo in cui recito sola sulla scena. Pazienza. Una volta capivi la mia ironia, ora devo spiegarti quando scherzo e quando sono seria.
Non so niente della vita.
Quello che prima ti attirava ora ti allontana, quello che ti divertiva, non ti diverte più. Dunque hai smesso di cogliere la mia ironia. Ora non la capisci più, peggio, molto peggio, ora non t’interessa. E io capisco solo una cosa, solo una fra le tante possibili: cioè che non capisco nulla della vita. Non comprendo i suoi ingranaggi, le sue logiche, niente di niente.

Dov'è finito mio padre? Lo voglio sapere. E io? Che vado cercando senza posa da mattino a sera? Quanto tempo resta prima di sparire? quante volte ancora dovrò cambiare copione? Succederà un giorno d' incontrare davvero qualcuno? Riuscirò mai a vedere da vicino, anche solo per un istante, la magia dell'ingranaggio? Per quello bisogna diventare madri, e io non lo sono. Non so niente dunque. So solo che ti perdo, che fa male e che non posso farci niente, perché ti porti via un po' di me, un po' della mia speranza.

Mi calo nelle vesti dell’attore allora, ritorno al mio ruolo in scena, e mi aspetto che da qualche parte, qualcuno abbassi le luci, e che in controluce, fra i pulviscoli di polvere enfatizzata dal colore tenue che si è calato sulla scena, dove io sto sola e in posa, s’intuisca un profilo teso e drammatico, artisticamente bello se si può. Che almeno scenda un sipario, che qualcuno applauda l’inevitabile e artistico finale in cambio di un generoso inchino, ma non si muove una mosca. Silenzio. Solo vento sul prato e foglie d’insalata che mi osservano con la faccia inespressiva che è propria degli stupidi ortaggi.

Luisa