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giovedì 2 giugno 2022

Sono mancato all'affetto dei miei cari. Andrea Vitali.

  "... e certe volte, nella fantasia, mi sembrava di vedere anche da lassù, 

con dentro uno dei miei figli a mandarla avanti, 

sentivo perfino le voci dei clienti che entravano e dicevano. 

Va' che gioiello che t'ha lasciato tuo padre, 

mica tutti c'hanno 'sta fortuna!" Pag 165 






Andrea Vitali. Sono mancato all'affetto dei miei cari. Edizioni Einaudi, stile libero BIG. 2022. 167 pagine. 



 Colonna sonora personale: Fade out lines. The avener. 

We are all plunging straight towards our own decline

Without noticing, we slide down, deeper down

The shadow grows without ever slowing down

We are heading straight into the fade out line

Deeper down.


Ho terminato poche ore fa questo fantastico libro di Andrea Vitali, captato fra mille, in zona Mondadori, ma in principio un che ne può sapere? A cose finite, direi che è diventato una perlina nel mio piccolo paradiso cartaceo. Abbiamo passato pochissimo tempo insieme visto che non riuscivo a smetterla di leggere, e come tutte le più belle cose, è vissuto pochi giorni, come le rose, parafrasando la nota canzone.

Quest'opera non somiglia a ciò che leggo di solito, a riprova del fatto che i binari portano sempre nelle stesse stazioni.

Vitali mi ha portata nella mente di un "serial padre", uno come tantissimi. Ne conosco a decine fatti come lui, e anche tu, sono certa, ma è bello sentirselo raccontare con grazia e leggerezza, rinunciando palesemente all'indagine psicologica, limitandosi allo sguardo ed al punto di vista, quello del padre di famiglia che si è fatto da solo e vuole lasciare ai suoi figli la sola eredità possibile, che è materiale, ferruginosa, faticosa, metodica, oltre che fonte di guadagno sicuro. 
Ma i figli che ne pensano?  
A parte che ogni personaggio viene narrato in funzione delle noie che dà al padre lavoratore costretto a badare a tutto, e quindi la moglie che lo sfinisce a trapano, la figlia che è un'Alice senza meraviglie, l'Alberto è una testa calda che poi la testa la mette a posto, e l'Ercolino, che pensa sempre e solo a mangiare per due ed ai suoi libri, per poi sfociare nel vecchio detto, secondo il quale chi troppo studia, matto diventa. Lui diventa filosofo, e chi non conosce almeno uno che s'è perso lungo le vie della più astratta delle materie umanistiche?  A ciò si aggiunga la necessità genetica della specie, che consiste nel portarsi avanti accoppiandosi ed avendo figli con estranei che il povero Cristo si ritrova in casa con un tot di rogne impreviste, affronti, umiliazioni e truffe e quindi la tragica scoperta, che fa molto Gibran, ovvero che i figli non sono nostri e non possono essere noi perché, molto spesso, non lo vogliono proprio e questo certi padri non possono accettarlo perché è un dato culturale troppo radicato, quello del figlio mio che diventa come dico io e forse deve ancora nascere un padre che, in cuor suo accetti davvero che un figlio sia altro da sé.

Scritto con leggerezza, capace di un affresco su tempi che forse possiamo coniugare al passato prossimo, ha la virtù di far sorridere quasi dimenticando che dietro alle lacrime di quelle persone ci siano vite andate a male. Si ride per lo stesso motivo che ci fa ridere quando qualcuno cade. E' un istinto di sopravvivenza. Ridere del comico, ridere del tragico, ridere e basta. 

Consiglio senza esitazione la lettura di questo bellissimo libro! 

Se ti interessa, ti segnalo tre libri che mi è capitato di leggere: 

Veronica Raimo. Niente di vero.

Marco Missiroli. Atti osceni in luogo privato.

Peter Cameron. Coral Glynn.



venerdì 14 ottobre 2011

Due poesie dedicate al padre, di Camillo Sbarbaro.

Padre che muori tutti i giorni un poco
Da Pianissimo. Raccolta poetica di Camillo Sbarbaro del 1914. 
Qui riporto però, l'edizione del 1954. 
"Empty" by Kosmur.
Padre che muori tutti i giorni un poco, (1)
e ti scema la mente e più non vedi
con allargati occhi che i tuoi figli
e di te non t’accorgi e non rimpiangi-
se penso la fortezza con la quale          (5)
hai vissuto; il disprezzo c’hai portato
a tutto ciò che è piccolo e meschino;
sotto la rude scorza
il tuo candido cuore di fanciullo;
il bene c’hai voluto a tua madre,        (10)
a tua sorella ingrata, a nostra madre
morta;
tutta la vita tua sacrificata,
e poi ti guardo, così come sei,
io mi torco in silenzio le mie mani.    (15)


Contro l’indifferenza della vita
vedo inutile anch’essa la virtù,
e provo forte come non ho mai
il senso della nostra solitudine.


Io voglio confessarmi a tutti, padre, (20)
che ridi se mi vedi e tremi quando
d'una qualche premura ti fo segno,
di quanto fui codardo verso te.

Benché il rimorso mi si alleggerisca,
che più giusto sarebbe mi pesasse    (25)
sul cuore, inconfessato....
Io giovinetto imberbe, ti guardai,
con ira padre, per la tua vecchiezza...
Stizza contro te vecchio mi prendeva…


Padre che ci hai tenuto sui ginocchi (30)
nella stanza che s’oscurava, in faccia
alla finestra, e contavamo i lumi
di cui si punteggiava la collina,
facendo a gara a chi vedeva primo -
perdono non ti chiedo con le lacrime (35)
che mi sarebbe troppo dolce piangere,
ma con quelle più amare te lo chiedo
che non vogliono uscire dai miei occhi.

Una cosa soltanto mi conforta
di poterti guardare con occhi asciutti:  (40)
il ricordo che piccolo,al pensiero        
che come gli altri uomini dovevi
morir pure tu, il nostro padre,
solo e zitto nel mio letto la notte
io di sbigottimento lacrimavo.                 (45)
Di quello che i miei occhi ora non piangono
quell'infantile pianto mi consola,
padre, perché mi par d’aver lasciato
tutta la fanciullezza in quelle lacrime.

Nella versione del 1914 la poesia terminava con la seguente strofa, che poi l'autore ha preferito sopprimere perché forse discordante col tono di tutta la lirica:

Se potessi promettere qualcosa
se potessi fidarmi di me stesso    (50)
se di me non avessi anzi paura,
padre, una cosa ti prometterei:
di viver fortemente come te
sacrificato agli altri come te
e negandomi tutto come te,         (55)
povero padre, per la fiera gioia
di finir tristemente come te.

Da "Pianissimo" 1914 
NB: Qui riporto l'edizione del 1954, che presenta rispetto alla prima, cambiamenti a volte sostanziali. 

Mio padre. 
Padre, se anche tu non fossi il mio.

Padre, se anche tu fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t'amerei.
Ché mi ricordo d'un mattin d'inverno
che la prima viola sull'opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
E poi la scala di legno tolta in spalla,
di casa uscisti e l'appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.

E di quell'altra volta mi ricordo
che la sorella mia piccola ancora,
per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia avea fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia e, tutta spaventata
tu vacillante l'attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l'avviluppavi come per difenderla 
da quel cattivo ch' era il tu di prima.

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore da fanciullo t'amerei.

Da Pianissimo. 1914.

Kosmur.

Due poesie che iniziano con la parola "Padre", perché al padre sono dedicate, così ci ho associato l'immagine di mio padre. Un'immagine a colori forti, che comunque sembra appartenere ad un mondo morto da secoli, che poco o nulla ha a che fare con i vari I phone, I pad, o I ...quel che sia. 
Sbarbaro mi è capitato sotto mano per gentile concessione di un conoscente, e per questo lo ringrazio. 

Pianissimo è il titolo della raccolta, ed è per lo meno meraviglioso, perché non si pretende, ma si racconta.

 "I migliori viaggi si fanno nelle osterie", disse l'autore, e questo nonostante fosse un po' orso, per sua stessa definizione. 

Nel 1914 il mondo è impazzito, ed ha scelto di darsi alla danza delle armi, dunque Sbarbaro, e non solo lui, aveva diritto all'amarezza, al disincanto, ed il modo in cui lo racconta è interessante perché scarno, semplice, immediato ed onesto. Si sente la prima persona, e non sempre è un male. Dall'onestà deriva la stima che è il motivo per cui fra mille, si sceglie quella persona, solo quella, perché se ne ha stima, e Sbarbaro ha scelto il padre.
"padre se anche tu non fossi il mio..... egualmente t'amerei". Quanti possono dirlo? Quanti provano verso "l'autore dei propri giorni" (Bauby di "Lo scafandro e la farfalla" parlando del padre) una  stima così disinteressata?  
Il dolore di svegliarsi nel cuore della notte, ancora bambino e piangere all'idea di saperlo mortale, come tutti gli altri. E' successo anche a me da piccola. 
"Ti guardai con ira padre, per la tua vecchiezza ..."
"Il ricordo che piccolo al pensiero che come gli altri uomini dovevi morire pure tu... lacrimavo"
La sola consolazione dell'adulto che non sa più piangere, sta nel ricordo della spontaneità emotiva dell'infanzia.

Le due poesie hanno un tono che un po' somiglia e un po' diverge.
Il padre è al centro della riflessione poetica in entrambe, ma nella prima "Padre che muori tutti i giorni un poco", il poeta allude al vecchio paralizzato, che perde le forze di giorno in giorno, che con lenta costanza perde le sue capacità intellettive: "E di te non t'accorgi e non rimpiangi" e pensandolo lo "ricorda", lo rivive, enfatizzando la sua bontà naturale "il bene c'hai voluto a tua madre, a tua sorella ingrata, a nostra madre morta", eppure ora è malato, incosciente, nonostante tutto il bene di cui è stato capace, "e io mi torco in silenzio le mani". 
Segue poi un senso di frustrazione per qualche rimorso che ha verso di lui, ed infine un sentimento ambivalente per la vecchiaia di lui, per la triste constatazione che come gli altri uomini, anche suo padre, il vecchio,  lascerà la vita, pensiero così insopportabile che nel cuore della notte, il bambino che era, si sveglia e piange.  Da adulto non sa più farlo, dunque quelle lacrime di un tempo sono tutta la sua consolazione del presente, perché conservano il ricordo dell'età infantile, della spontaneità delle emozioni che l'adulto ha chiaramente perduto.

Nella seconda poesia, il tono è più leggero mi sembra. Qui si enfatizza la gratitudine del poeta verso la sorte per avergli dato quel padre e non un altro, d'altronde, non è il vincolo di sangue che lo tiene unito a lui, ma la stima, il rispetto, l'affetto, tanto che l'amerebbe anche se fosse un'estraneo "Padre se anche non fossi il mio ... egualmente t'amerei"
In questa poesia troviamo due ricordi d'infanzia: Il primo, quando il padre scopre dalla finestra la prima viola e lo comunica ai figli. Il secondo, quando il padre rincorre la sorella per qualche sua malfatta, e vedendola urlante spaventata, prova spavento per essere stato la causa di quel dolore e l'abbraccia "Come per difenderla da quel cattivo ch'era il tu di prima".
La finestra per altro compare in entrambe le poesie.
  • Nella prima (vs 30-35) in cui dall'interno di una stanza il padre e i figli osservano l'arrivo della notte all'esterno e i lumi di cui si colora la collina.
  • Nella seconda (vs 5-10) Il padre scopre dalla "sua" finestra la nascita della prima viola della stagione e felice ne informa i figli... poi poggia la scala di legno sul muro, perché stava lavorando e "noi piccoli stavamo alla finestra". Dunque due finestre verso l'esterno. Una del padre, una dei figli, e convergono in un intreccio di sguardi.  
Infine l'ultima strofa, che riprende la prima, come una litania, come un canto antico, dando al tutto una struttura circolare, che è quella che meglio racconta la storia di un padre e di un figlio.

martedì 11 ottobre 2011

"Talor, mentre cammino per le strade" di Camillo Sbarbaro

Dipinto di Roberto Faiola.

Talor, mentre cammino per le strade
della città tumultuosa solo,
mi dimentico il mio destino d'essere
uomo tra gli altri e, come smemorato,
anzi tratto fuor di me stesso, guardo
la gente con aperti estranei occhi.


M'occupa allora un puerile, un vago
senso di sofferenza ed ansietà
come per mano che mi opprima il cuore.
Fronti calve di vecchi, inconsapevoli
occhi di bimbi, facce consuete
di nati a faticare e a riprodursi,
facce volpine stupide beate,
facce ambigue di preti, pitturate
facce di meretrici, entro il cervello
mi s'imprimono dolorosamente.
E conosco l'inganno pel qual vivono,
il dolore che mise quella piega
sul loro labbro, le speranze sempre
deluse,
e l'inutilità della loro vita
amara e il lor destino ultimo, il buio.


Ché ciascuno di loro porta seco
la condanna d'esistere: ma vanno
dimentichi di ciò e di tutto, ognuno
occupato dall'attimo che passa,
distratto dal suo vizio prediletto.


Provo un disagio simile a chi veda
inseguire farfalle lungo l'orlo
d'un precipizio, od una compagnia
di strani condannati sorridenti.
E se poco ciò dura, io veramente
in quell'attimo dentro m'impauro
a vedere che gli uomini son tanti.

Da "Pianissimo" raccolta poetica del 1914



Camillo Sbarbaro.

Con Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Piero Jahier, Aldo Palazzeschi, Arturo Onofri, Dino Campana e Clemente Rebora,  Camillo Sbarbaro viene definito un "Vociano", dunque uno scrittore che ha avuto legami con la nota rivista "La voce", caratterizzata da: 
  •  Interessi multiformi che spaziano dalla letteratura all'economia
  •  Un numero considerevole di collaboratori dalle vite particolarmente intense e a tratti dolorose (Pensiamo a Dino Campana, che muore in un ospedale psichiatrico.) 
Intento primario della rivista è quello di rompere col passato, con la cultura tradizionale accademica, e in questo è aiutata da costanti  contatti con la cultura europea, da cui il suo ruolo di perno nodale del rinnovamento italiano nel primo novecento, all'alba del primo conflitto mondiale.

Chi è Camillo Sbarbaro?
Uno scrittore riservato, solitario, poco amante della vita mondana. Vive buona parte della sua vita nella sua terra natia, cioè la Liguria (Nasce a Santa Margherita Ligure nel 1888 e muore a Spotorno nel 1967, all'età di 79 anni), dirà infatti "I migliori viaggi si fanno a un tavolo d'osteria"
Insegnante, studioso di letteratura, traduttore, ricercatore naturalista all'insegna del suo amore per la natura, che è la sua unica fonte di consolazione. 

Pianissimo. 1914. 
Pianissimo, è una raccolta di liriche in cui l'autore testimonia la crisi filosofica e morale del primo novecento.  Qui esprime il vuoto ed il disorientamento in cui si è trovato l'uomo perché ogni certezza è venuta meno, e perché trova impossibile instaurare rapporti autentici con gli altri e con la realtà.
La Coscienza, la consapevolezza della sua condizione non lo porta all'autocommiserazione né all'autocompiacimento, semplicemente, si rassegna e diventa insensibile di fronte alle gioie e ai dolori che caratterizzano la vita.
Il mondo è un grande deserto dove non si  può fare altro che contemplare la propria arida esistenza, dirà l'autore.
"Spaesato e stupefatto, Sbarbaro passa tra gli uomini che non comprende, tra la vita che lo sopravanza e gli sfugge" dice Eugenio Montale parlando del suo amico. Questo stato d'animo cupo è sintomatico di un paese che si prepara alla prima guerra mondiale (la raccolta è infatti del 1914).

Rimanenze. 1955. 
Questa è una raccolta di liriche scritte fra il 1921 ed il 1932, in cui si denota una  maggiora apertura verso la vita. Qui la sua poesia si fa più distesa e musicale ed il linguaggio si fa più complesso e sfumato. 

Trucioli.1948. 
Si tratta di una raccolta di opere in prosa, successiva alla stagione di "pianissimo". Sono prose brevi dal carattere frammentario come suggerisce il titolo. La realtà sfugge all'uomo nel suo significato e di essa è possibile cogliere solo alcune rapide impressioni.
Seguono:  
Liquidazione. 1928.
Fuochi fatui. 1956.
Scampoli. 1960.
Gocce.1963.
Quisquilie. 1967.
Opere nelle quali i titoli sottolineano il carattere marginale, frammentario, provvisorio della scrittura,


Infine, nel contesto vociano che ho sopra citato:
Campana privilegia il valore evocativo delle parole,
Rebora ottiene con le parole effetti quasi espressionistici e Sbarbato, si affida a un linguaggio essenziale e nello stesso tempo limpido e concreto, dando vita a una sommessa musicalità.
  

giovedì 23 dicembre 2010

"C'era una volta Babbo Natale"

Il post che segue è la riproposizione di una nota che ho scritto l'anno scorso a Natale, per ricordare mio padre che, per la prima volta da che sto sulla terra, non ha potuto essere con noi perché avvolto dal mistero che riguarda tutti, ma che lui ha già sperimentato, il fine vita.

Diceva sempre che "siccome nessuno è mai tornato indietro, allora non si starà così male", pur senza conoscere Vasco Rossi "Quanta gente è convinta che ci sia nell'aldilà, qualche cosa, chissà, quanta gente comunque ci sarà, che si accontenterà....". Uno spirito rock, a sua insaputa.
Mi ha fatto strano rileggere quello che ho scritto. Ci ho visto una specie di sovraesposizione. Troppo personale, senza dubbio. Se il tema fosse un altro, qualsiasi altro, avrei cancellato la nota, ma sono dentro le mie "stanze" e mi piace pensare che ci sia anche mio padre.
À chacun son père noël.
Non so perché lo dico in francese. Anzi si, ma non sto a spiegarlo.

Questo è il mio primo Natale senza un “babbo” come si dice a Senigallia. Da me in Abruzzo si chiama “papà”, e in ogni caso, non ci sarà. La sua assenza mi riporta a ricordi lontani. Un esempio su tutti, quando tornava dalla Germania a Natale e per regalo mi portava cioccolato a forma di albero di Natale o di coniglio gigante. Era come un rito, e io ne ero contenta, non per il cioccolato in sé, ma per l’idea che quel regalo, per arrivare a me, dovesse fare così tanta strada.

Ho sempre avuto la sincope da viaggiatore anche quando non lo sapevo. Oggi so che questa stana patologia me l’ha trasmessa mio padre, in una specie di all inclusive genetico, comprendente carattere difficile, orsaggine a prova di brevetto, capelli ultra sottili e liscissimi a dispetto del mio cognome, che su di me pare una beffa, una tagliente ironia, quasi sarcasmo, e anche la capacità di ridere e divertire gli altri. Infine, questa cosa, la sindrome del pastore errante dell’Asia, come la poesia di Leopardi, che mi ha salvata da possibile bocciatura alle superiori.

Mio padre, il padre di mio padre, i suoi tre fratelli e la sua unica sorella femmina sono stati tutti viaggiatori, emigranti per l’esattezza, di quelli che si portano la terra d'origine nel cuore, ma la lasciano per sempre, senza possibilità di tornare indietro. I suoi fratelli sono finiti in America centrale e latina, e lì sono morti. Mio padre invece, dopo aver tentato come loro le vie di Colombo, ha scelto la Germania, ma lui alla fine è tornato indietro e da casa non si e più mosso negli ultimi anni, forse per riprendersi quel che poteva della lunga assenza.

Il suo ritorno non è stato rose e fiori. Troppo uguali per non scontrarci. Sono iniziate le grandi distanze, la guerra fredda, un’aperta ostilità, dovuta a tante cose irrisolvibili. Il tempo, la storia, il gap generazionale. Tutti assolti, tutti colpevoli.

Le distanze fra noi sono sempre esistite, ma senza la scusa dei chilometri che stavano fra casa mia e la Germania, mi pesavano tanto di più. Il cioccolato a Natale non è più arrivato, comunque c’era lui e forse, la speranza di rimediare, prima o poi. Forse poi è accaduto davvero di rimediare, ed è stato lui a superare certi limiti e a venirmi incontro. Era il periodo del mio viaggio a Londra. Forse si è riconosciuto in quel gesto, ed ha apprezzato che ripercorressi i suoi sentieri per quanto geograficamente lontani, e credo gli sia dispiaciuto vedermi tornare in fretta. Sapeva meglio di me che i viaggi hanno senso solo se durano una vita. Lo penso sempre di più. Il mio viaggio allora mi ha restituito un padre che, da un giorno all'altro, ha cominciato a interessarsi ad alta voce alla mia vita e ai miei progetti, un padre normale, che mi aiutava. Lo faceva anche prima, ma non me ne accorgevo.

Il mio Natale quest’anno sarà triste, difficile da sopportare, noioso da festeggiare.
Vorrei sparire dal mondo utile per tutto il tempo delle abbuffate e viaggiare nello spazio se solo si potesse, questo perché il mio babbo Natale non è qui. Mi chiedo di continuo dove sia finito, se davvero è tutto finito. Secondo le leggi di dio a quest’ora sta in cielo ed è tutta una goduria. Secondo il mondo del marketing si prende un caffè con Bonolis e Clooney in uno stato di celestiale serenità. Poi ci sarebbe il secondo me, che prescinde ogni insegnamento dottrinale e commerciale. Il mio istinto, oltre all'insieme di dati raccolti qua e là per tutta la vita, mi suggerisce un'altra soluzione, molto meno allettante, più “naturale” temo.

Quando guardo in alto vedo azzurro, grigio o giallo, dipende dal tempo… quando guardo a terra vedo verde, grigio o altro, dipende anche li... in generale la terra come concetto mi rimane difficile da gestire. Preferisco il mare o il cielo, ma è sulla terra che cammino, è qui che vivo, e per quel che ne so, è qui che morirò.
Mio padre allora? La mia mente lo immagina custodito in uno spazio senz'aria, in un gioco di scatole cinesi fatte di ferro, legno, cemento, marmo e fiori - in ordine di costrizione - e sopra, cioè dove lui non può accedere, c’è il cielo, che io ho ancora il privilegio di poter vedere. Forse non a caso ora più che mai, passo più tempo con la testa per aria che a terra, fra i miei simili.

Il fatto che lui non ci sarà a Natale, come poi a pasqua o a ferragosto, somiglia a uno di quei tratti disegnati sulle cartine geografiche, un confine naturale fra prima e dopo. Prima ero io, e ora sono io. Nulla è cambiato, eppure tutto è cambiato. Penso cose che ho sempre pensato, ma con un’ onestà che prima camuffavo, che a volte reprimevo per non sentire troppo peso addosso. Volendo trovarci una logica ad ogni costo, potrebbe significare che prima o poi, mi piaccia o no, dovrò riprendere il viaggio, e non solo in termini spaziali. Dovrò tornare a sbattere addosso alle persone, dovrò riprendere dozzine di dialoghi sepolti o abbandonati, dovrò lasciare il nido di fogli che mi sono cucita addosso.

La mia natura, se non l’avessi costretta con impossibili busti cinesi, era destinata a un contesto più concreto, mi sogno volentieri artigiana: Creta, colori ad olio, gessi, matite, acquaragia, odori impossibili e materia, questa era la mia inclinazione naturale. Una vita fatta di soli pensieri a volte mi stacca da terra e mi porta troppo lontano rispetto a quello che mi smuove le vene. Questi anni di violentissima e tutto sommato inutile autocostrizione, mi hanno disegnato addosso un’ ennesima linea geografica, quella dei miei limiti. Mi consola sapere che tutti, proprio tutti ne hanno una, mi diverte che alcuni non lo sospettino nemmeno, e quando penso che ho sbagliato ogni singola scelta importante, poi realizzo che non è vero, che tutto ha un senso, non fosse altro che perché niente ha veramente senso, se il senso ultimo è di finire inscatolati come sardine.

Tentata da discorsi immensi e immensamente banali come “la vita” concludo che ho capito qualcosa della sua essenza (o meglio, la mia essenza) solo quando ho visto svanire il respiro di chi ha dato inizio al mio mondo. Mio padre senz'anima su quel letto è stato il minuto più pesante e grave di tutta la mia esistenza. L’ho fissato per tutto il tempo, con una curiosità a tratti morbosa e definitiva. Ho pensato per un attimo a “21 grammi” il film più a tema che mi venisse in mente ed ho trovato sbalorditivo che riuscissi a pensare ad un film, alle cose di tutti i giorni. Ho toccato la sua pelle ancora calda, ho stretto la sua mano forse per la prima volta in trentotto anni di vita, e l’ho tenuta stretta, molto stretta alla mia per un tempo che si è dilatato, fin quasi all'atrofia, chiedendomi per che cazzo di motivo una cosa tanto semplice e ovvia non fosse successa mai, nemmeno una volta prima di questo momento che è l’equivalente di un qualsiasi “troppo tardi” visto che lui non c’è più.

Non conta quanto ci abbia riflettuto prima, la teoria è niente rispetto a quel secondo che da solo basta a fare luce in tutta la sua banale evidenza su cose che mi sembravano chissà quanto complesse. Si vive e si muore, si respira e poi si smette di respirare, si vede e poi si smette di vedere. Alla luce di simili ovvietà, tantissimi falsi miti sociali/commerciali mi sono ancora più insopportabili, soprattutto quando capisco che ce li ho addosso un po’ come tutti.

Al di la di ogni cosa, sono sempre io, ma ho perso l’assoluto, che era la mia maggiore tentazione. Oggi sono relativa e forse, relativamente migliore, con meno manfrine in testa, e un principio di disillusione che trasforma un po’ la volta le mie grandi aspettative in anni di “vani palpiti e vane speranze” come scriveva la poetessa che ho letto fino a solcarne le righe.

La mente pensa cose mai pensate prima, ed ha il coraggio, forse un po’ ingenuo, di andarle a raccontare a qualcuno a volte, nell'illusione che anche ad altri sia evidente quel nuovo sentiero che mi separa la testa in due, e che invece è cosa mia, nient’altro che mia.

Di nuovo sulla terra di nessuno. Sono sempre io, e non sarò mai più io. Ora so di essere mortale. Lo so dal profondo dell'anima. Un pezzo di radice si è staccata da terra, ed è definitivo.

Tutto quello che prima conoscevo a livello razionale, oggi mi scorre nelle vene e mi percorre il corpo dalla testa ai piedi per tutto il giorno, senza tregua. Se c’è un effetto collaterale è che la mia vita ora è piena di urgenze. Tutto quello che fino a ieri poteva aspettare ora mi tira i capelli, mi tormenta come un ossessione, tanto che mi stupisce di non essere ancora esplosa, stile Hiroshima. Non penso al futuro. Ha smesso di essere una priorità diversi anni fa, e ora men che meno, oggi ho il presente, e da qui la percezione del tutto cambi in modo immenso.

Ho reagito in maniera atipica all'ultimo viaggio del mio babbo.
Di lì a poco sono partita anche io, ma l’ho fatto come piaceva a lui, con una valigia in mano. Sono andata a Parigi perché solo lì avrei potuto andare, e se mai una scelta fu quella giusta, questa lo è stata, non una ma due volte, una scelta fra le più giuste per me. Amo questa città in cui ogni angolo attraversato è stato l’occasione per restituire vita propria ad anni di studio a tratti atrofizzante, a vite vissute che tornavano dal nulla e mi facevano compagnia. Ho salutato amici nei luoghi più impensati (i cimiteri per esempio) fra Truffaut, Baudelaire e diversi altri in cerca di un pensiero là dove riposa il corpo di chi con la parola o con l’immagine ha saputo raccontare cose che molti sentono ancora come proprie, ma che pochi saprebbero esprimere in quei termini. Mi vergogno un po’ per questo, ma Parigi mi è servita per tornare sulla terra, per ritrovare qualche traccia del bonheur che è l’essenza della grand ville. Sono stata quasi bene. Ho avuto la terribile indelicatezza di essere egoista. Forse per questo mi sono un po’ ammalata, per bilanciare il tutto. Poi una volta tornata al solito purgatorio (dice bene Ligabue, quello è un posto che uno si sceglie) mi è capitata una stravaganza e come ogni persona ingenua mi piace pensare che me l’abbia mandata mio padre per non farmi annegare. Una specie di angelo, senza un corpo vero, senza una vita propria. Lo posso riassumere in una specie di magnifica idea, che mi salva dal precipizio almeno una volta al giorno senza averne la minima idea visto che all'occorrenza, sono brava a recitare. Come ho già detto, penso cose che prima uccidevo sul nascere e non so dove tutto questo mi porterà. Sarà di certo un diverso vagare.
Dopo tanto parlare a ruota libera, non ho troppo da aggiungere. Non c’è morale, non c’è messaggio alcuno, solo un lungo fluttuare in luoghi lontani, forse inopportuno, troppo personale. Ma sono sempre stata così. Non riesco ad essere gelosa dei miei pensieri, perché non penso che condividerli li sminuisca. Ho verificato più volte invece, che chi ti conosce, spesso non resiste alla tentazione di lanciarti le armi che tu gli hai messo in mano, ma penso ancora che la meschinità sia un problema enorme, soltanto per chi ce l'ha. Io almeno da questo, sono fuori. 

L'immagine qui sopra è di Talani. Si legge male, così riscrivo il contenuto:

"Viaggiare di notte è sempre più bello, specie se è una notte blu e hai indosso un cappotto blu, ma di quelli caldi e pesanti, di quelli buoni. Se poi anche i tuoi occhi brillano ti puoi confondere con il cielo e le stelle."

La canzone per l'occasione, è "Mandaci una cartolina" di Carmen Consoli, per le mille affinità del caso. Mandaci una cartolina. 


lunedì 7 giugno 2010

Un pensiero per mio padre.



Ricordare e condividere la memoria per allentare la morsa delle distanze. Per questo ho pensato di inventarmi un modo per rendere omaggio a mio padre, per il primo anniversario della sua morte. Volevo fosse qualcosa di più emotivo e partecipato rispetto alla freddezza delle funzioni ecclesiastiche, che recepisco come vuoti rituali privi di essenza, che hanno senso solo per chi ci crede.

Realizzare questo piccolo video-collage di tre minuti appena, mi è costato del tempo, degli esperimenti, e mi è piaciuto farlo perché è stato un modo per rielaborare dati ed imparare qualche nozione di un nuovo linguaggio, come sempre in modalità "mi insegno da sola". Autodidatta si nasce, mi sa.
Queste foto non includono tutte le persone della mia famiglia, ma non era possibile incrociare tutti gli elementi. Vero anche che non si tratta di un album dei ricordi, ma è il ricordo di una storia che riguarda tutti noi e che ho volutamente conservato al passato prossimo e remoto, cioè ad una dimensione temporale in cui le foto si facevano dal fotografo, oppure quando lo zio veniva a casa, e poi si mandavano "all'estero", come cartoline, per raccontare a qualcuno come erano fatti i suoi figli.

Anni luce rispetto alla generazione facebook-Ryan Air, ma allora era così: La scarpa era uno dei mezzi più usati per le brevi distanze, e per le altre ci si spostava in treno o in nave, e visti i prezzi non trascurabili, si partiva per lunghi periodi. Nel frattempo, si comunicava per lettera e tramite cartoline…a tal proposito ho aggiunto il retro di una di queste foto, perché la grafia, soprattutto a distanza di anni, acquisisce un valore emozionale che la carta stampata e la moderna tecnologia si possono sognare. Anche le foto a colori sono molto datate. L’unica recente è quella di mio padre con una delle mie nipoti, e l’ho aggiunta perché è una delle ultime foto in cui si intuiva che qualcosa di definitivo iniziava il suo corso, però potevamo ancora pensare che fosse solo una nostra impressione.

Erano i mesi del terremoto all'Aquila, pensavamo fosse una forma di stress, ma forse si era capito che era altro.

L’inizio del video insistite su uno scenario, che è quello che ho visto dalla terrazza di casa per i primi 18 anni della mia vita, ogni mattino, ogni pomeriggio, ogni sera, ad ogni condizione climatica. Non conosco un posto migliore per vedere le stelle. Ce ne sono miliardi di notte, perché la luce artificiale è molto più tenue che in città. Detto questo, che fosse estate, inverno o anche primavera, tutto sembrava eternamente immobile e noiosamente statico davanti ai miei occhi di giovane “problematica” ed estremamente impaziente di vita e quelle nuvole girovaghe e bellissime le ho spesso invidiate, finché un giorno ho seguito il loro esempio ed ho fatto le valigie. Come succede per tutte le cose, sono le distanze fisiche e temporali che alla fine permettono “la pace”, o anche solo l'inevitabile accettazione.
Le montagne le ho vissute per anni come muri che mi separavano dal mondo, ma alla fine sono diventate nient’altro che il mio passato. Non tornerò a vivere in quel posto, ma ora le posso sopportare, e non so mai come spiegare a chi, come me, in quel paese ci è nato e ci vive bene, che la mia non è una forma di snobismo, ma un fatto personale, proveniente da cose che solo io ho vissuto. Arrivo ad invidiare chiunque sia così saggio da saper viver con ciò di cui dispone.

“Nel mio non essere c’è un impossibilità” per citare la frase di un libro che ho molto amato.
Per mio padre quel panorama statico era una parte irrinunciabile di vita. A lui la monotonia del paesaggio non dava noia. Passava ore seduto su una sedia a guardare i monti. Chissà che pensava? Non lo saprò mai. Non era il tipo da mettersi a raccontare i suoi stati d’animo, comunque, sappiamo che gli piaceva, e per questo ora piace di più anche a noi. Gli piaceva anche l’erba, la natura in genere, e per questo ho concluso il video con quelle bellissime spighe verdi. Non c’era intenzione di “pateticità”, solo la descrizione di quel che è stato.

Parlando della morte diceva sempre "Non credo si stia così male! non è mai tornato nessuno"  e lo diceva prima di Vasco Rossi e del suo "quanta gente è convinta che ci sia nell'aldilà chissà cosa, chissà...quanta gente comunque ci sarà che si accontenterà".

Adesso mi capita di chiedermi  che cosa sia diventato nel frattempo, se sono io a sbagliare con questo razionale cinismo così radicato, o se hanno ragione quelli che guardando in cielo lo vedono popolato di anime beate.

Brian Eno,“By this river” perché niente altro può raccontare come mi sento di fronte alla morte. 

Ho smesso da un po’ di pensare al futuro come se fosse un fatto logico e dovuto. Apprezzo oggi, ora, questo secondo, perché nel bene o nel male me lo sento addosso. Ieri e domani, sono il male eterno di troppi di noi, senza contare tutte le regolette di morale (quasi sempre falsa e di comodo) che ci cuciamo addosso ogni giorno, neanche vivessimo per sempre… quello che voglio per me è un’altra prospettiva, un po’ come Novecento, il personaggio di Baricco che dopo una vita vissuta in una nave ha pensato bene di scendere per sentire la voce del mare, per guardarlo da lontano… il mare è sempre il mare, ma abitarci sopra e guardarlo da lontano sono due cose diverse, e bisogna essere idioti per non capirlo.

Il testo della canzone in Italiano:

Da questo fiume
siamo qui,
bloccati da questo fiume
tu ed io
sotto un cielo che sta precipitando giù,
che da sempre precipita giù.

Il giorno trascorre come fossimo di fronte ad un oceano
aspettando qui,
senza riuscire a ricordare perché siamo venuti,
mi chiedo “perché siamo venuti?”

Mi parli come se fossi distante
e io ti rispondo
con un tono che appartiene ad un tempo lontano,
ad un tempo lontano.



BY THIS RIVER
Here we are
Stuck by this river,
You and I
Underneath a sky that's ever falling down, down, down
Ever falling down.

Through the day As if on an ocean
Waiting here,
Always failing to remember why we came, came, came:
I wonder why we came.

You talk to me as if from a distance
And I reply
With impressions chosen from another time, time, time,
From another time.


giovedì 3 giugno 2010

"Oceano mare" Baricco.

Alessandro Baricco 
Oceano mare. 1993
BUR edizioni. 

“...Così Elisewin scese verso il mare nel modo più dolce del mondo – solo la mente di un padre poteva immaginarlo – portata dalla corrente, lungo la danza fatta di curve, pause ed esitazioni che il fiume aveva imparato in secoli di viaggi, lui, il grande saggio, l’unico a sapere la strada più bella e dolce e mite per arrivare al mare senza farsi del male... ma ancora adesso, nelle terre di Carewall, tutti raccontano quel viaggio. Ognuno a modo suo. Tutti senza averlo mai visto. Ma non importa. Non smetteranno mai di raccontarlo. Perché nessuno possa dimenticare di quanto sarebbe bello se, per ogni mare che ci aspetta, ci fosse un fiume, per noi. E qualcuno – un padre,un amore, qualcuno –capace di prenderci per mano e di trovare quel fiume – immaginarlo, inventarlo – e sulla sua corrente posarci, con la leggerezza di una sola parola, addio. Questo, davvero, sarebbe meraviglioso. Sarebbe dolce, la vita, qualunque vita. E le cose non farebbero male, ma si avvicinerebbero portate dalla corrente, si potrebbe prima sfiorarle e poi toccarle e solo alla fine farsi toccare. Farsi ferire, anche,morirne. Non importa. Ma tutto sarebbe, finalmente, umano. Basterebbe la fantasia di qualcuno – un padre, un amore, qualcuno. Lui saprebbe inventarla una strada, qui, in mezzo a questo silenzio, in questa terra che non vuole parlare. Strada clemente e bella. Una strada da qui al mare...” Pag 50-51 edizioni BUR


"...Poi non è che la vita vada come tu te la immagini. Fa la sua strada. E tu la tua. E non sono la stessa strada. Così... io non è che volevo essere felice, questo no. Volevo... salvarmi, ecco: salvarmi. Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei desideri. Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente: il dovere, l'onestà, essere buoni, essere giusti. No.Sono i desideri che salvano. Solo l'unica cosa vera. Tu stai con loro, e ti salverai. Però troppo tardi l'ho capito. Se le dai il tempo alla vita, lei si rigira in un modo strano, inesorabile: e tu ti accorgi che a quel punto non puoi desiderare qualcosa senza farti male. E' li che salta tutto. Non c'è verso di scappare, più ti agiti più ti si ingarbuglia la rete, più ti ribelli più ti ferisci. Non se ne esce. Quando era troppo tardi io ho iniziato a desiderare, con tutta la forza che avevo. Mi sono fatta tanto di quel male che tu non te lo puoi nemmeno immaginare" Pag 79 edizioni BUR