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venerdì 14 ottobre 2011

Due poesie dedicate al padre, di Camillo Sbarbaro.

Padre che muori tutti i giorni un poco
Da Pianissimo. Raccolta poetica di Camillo Sbarbaro del 1914. 
Qui riporto però, l'edizione del 1954. 
"Empty" by Kosmur.
Padre che muori tutti i giorni un poco, (1)
e ti scema la mente e più non vedi
con allargati occhi che i tuoi figli
e di te non t’accorgi e non rimpiangi-
se penso la fortezza con la quale          (5)
hai vissuto; il disprezzo c’hai portato
a tutto ciò che è piccolo e meschino;
sotto la rude scorza
il tuo candido cuore di fanciullo;
il bene c’hai voluto a tua madre,        (10)
a tua sorella ingrata, a nostra madre
morta;
tutta la vita tua sacrificata,
e poi ti guardo, così come sei,
io mi torco in silenzio le mie mani.    (15)


Contro l’indifferenza della vita
vedo inutile anch’essa la virtù,
e provo forte come non ho mai
il senso della nostra solitudine.


Io voglio confessarmi a tutti, padre, (20)
che ridi se mi vedi e tremi quando
d'una qualche premura ti fo segno,
di quanto fui codardo verso te.

Benché il rimorso mi si alleggerisca,
che più giusto sarebbe mi pesasse    (25)
sul cuore, inconfessato....
Io giovinetto imberbe, ti guardai,
con ira padre, per la tua vecchiezza...
Stizza contro te vecchio mi prendeva…


Padre che ci hai tenuto sui ginocchi (30)
nella stanza che s’oscurava, in faccia
alla finestra, e contavamo i lumi
di cui si punteggiava la collina,
facendo a gara a chi vedeva primo -
perdono non ti chiedo con le lacrime (35)
che mi sarebbe troppo dolce piangere,
ma con quelle più amare te lo chiedo
che non vogliono uscire dai miei occhi.

Una cosa soltanto mi conforta
di poterti guardare con occhi asciutti:  (40)
il ricordo che piccolo,al pensiero        
che come gli altri uomini dovevi
morir pure tu, il nostro padre,
solo e zitto nel mio letto la notte
io di sbigottimento lacrimavo.                 (45)
Di quello che i miei occhi ora non piangono
quell'infantile pianto mi consola,
padre, perché mi par d’aver lasciato
tutta la fanciullezza in quelle lacrime.

Nella versione del 1914 la poesia terminava con la seguente strofa, che poi l'autore ha preferito sopprimere perché forse discordante col tono di tutta la lirica:

Se potessi promettere qualcosa
se potessi fidarmi di me stesso    (50)
se di me non avessi anzi paura,
padre, una cosa ti prometterei:
di viver fortemente come te
sacrificato agli altri come te
e negandomi tutto come te,         (55)
povero padre, per la fiera gioia
di finir tristemente come te.

Da "Pianissimo" 1914 
NB: Qui riporto l'edizione del 1954, che presenta rispetto alla prima, cambiamenti a volte sostanziali. 

Mio padre. 
Padre, se anche tu non fossi il mio.

Padre, se anche tu fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t'amerei.
Ché mi ricordo d'un mattin d'inverno
che la prima viola sull'opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
E poi la scala di legno tolta in spalla,
di casa uscisti e l'appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.

E di quell'altra volta mi ricordo
che la sorella mia piccola ancora,
per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia avea fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia e, tutta spaventata
tu vacillante l'attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l'avviluppavi come per difenderla 
da quel cattivo ch' era il tu di prima.

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore da fanciullo t'amerei.

Da Pianissimo. 1914.

Kosmur.

Due poesie che iniziano con la parola "Padre", perché al padre sono dedicate, così ci ho associato l'immagine di mio padre. Un'immagine a colori forti, che comunque sembra appartenere ad un mondo morto da secoli, che poco o nulla ha a che fare con i vari I phone, I pad, o I ...quel che sia. 
Sbarbaro mi è capitato sotto mano per gentile concessione di un conoscente, e per questo lo ringrazio. 

Pianissimo è il titolo della raccolta, ed è per lo meno meraviglioso, perché non si pretende, ma si racconta.

 "I migliori viaggi si fanno nelle osterie", disse l'autore, e questo nonostante fosse un po' orso, per sua stessa definizione. 

Nel 1914 il mondo è impazzito, ed ha scelto di darsi alla danza delle armi, dunque Sbarbaro, e non solo lui, aveva diritto all'amarezza, al disincanto, ed il modo in cui lo racconta è interessante perché scarno, semplice, immediato ed onesto. Si sente la prima persona, e non sempre è un male. Dall'onestà deriva la stima che è il motivo per cui fra mille, si sceglie quella persona, solo quella, perché se ne ha stima, e Sbarbaro ha scelto il padre.
"padre se anche tu non fossi il mio..... egualmente t'amerei". Quanti possono dirlo? Quanti provano verso "l'autore dei propri giorni" (Bauby di "Lo scafandro e la farfalla" parlando del padre) una  stima così disinteressata?  
Il dolore di svegliarsi nel cuore della notte, ancora bambino e piangere all'idea di saperlo mortale, come tutti gli altri. E' successo anche a me da piccola. 
"Ti guardai con ira padre, per la tua vecchiezza ..."
"Il ricordo che piccolo al pensiero che come gli altri uomini dovevi morire pure tu... lacrimavo"
La sola consolazione dell'adulto che non sa più piangere, sta nel ricordo della spontaneità emotiva dell'infanzia.

Le due poesie hanno un tono che un po' somiglia e un po' diverge.
Il padre è al centro della riflessione poetica in entrambe, ma nella prima "Padre che muori tutti i giorni un poco", il poeta allude al vecchio paralizzato, che perde le forze di giorno in giorno, che con lenta costanza perde le sue capacità intellettive: "E di te non t'accorgi e non rimpiangi" e pensandolo lo "ricorda", lo rivive, enfatizzando la sua bontà naturale "il bene c'hai voluto a tua madre, a tua sorella ingrata, a nostra madre morta", eppure ora è malato, incosciente, nonostante tutto il bene di cui è stato capace, "e io mi torco in silenzio le mani". 
Segue poi un senso di frustrazione per qualche rimorso che ha verso di lui, ed infine un sentimento ambivalente per la vecchiaia di lui, per la triste constatazione che come gli altri uomini, anche suo padre, il vecchio,  lascerà la vita, pensiero così insopportabile che nel cuore della notte, il bambino che era, si sveglia e piange.  Da adulto non sa più farlo, dunque quelle lacrime di un tempo sono tutta la sua consolazione del presente, perché conservano il ricordo dell'età infantile, della spontaneità delle emozioni che l'adulto ha chiaramente perduto.

Nella seconda poesia, il tono è più leggero mi sembra. Qui si enfatizza la gratitudine del poeta verso la sorte per avergli dato quel padre e non un altro, d'altronde, non è il vincolo di sangue che lo tiene unito a lui, ma la stima, il rispetto, l'affetto, tanto che l'amerebbe anche se fosse un'estraneo "Padre se anche non fossi il mio ... egualmente t'amerei"
In questa poesia troviamo due ricordi d'infanzia: Il primo, quando il padre scopre dalla finestra la prima viola e lo comunica ai figli. Il secondo, quando il padre rincorre la sorella per qualche sua malfatta, e vedendola urlante spaventata, prova spavento per essere stato la causa di quel dolore e l'abbraccia "Come per difenderla da quel cattivo ch'era il tu di prima".
La finestra per altro compare in entrambe le poesie.
  • Nella prima (vs 30-35) in cui dall'interno di una stanza il padre e i figli osservano l'arrivo della notte all'esterno e i lumi di cui si colora la collina.
  • Nella seconda (vs 5-10) Il padre scopre dalla "sua" finestra la nascita della prima viola della stagione e felice ne informa i figli... poi poggia la scala di legno sul muro, perché stava lavorando e "noi piccoli stavamo alla finestra". Dunque due finestre verso l'esterno. Una del padre, una dei figli, e convergono in un intreccio di sguardi.  
Infine l'ultima strofa, che riprende la prima, come una litania, come un canto antico, dando al tutto una struttura circolare, che è quella che meglio racconta la storia di un padre e di un figlio.

martedì 11 ottobre 2011

"Talor, mentre cammino per le strade" di Camillo Sbarbaro

Dipinto di Roberto Faiola.

Talor, mentre cammino per le strade
della città tumultuosa solo,
mi dimentico il mio destino d'essere
uomo tra gli altri e, come smemorato,
anzi tratto fuor di me stesso, guardo
la gente con aperti estranei occhi.


M'occupa allora un puerile, un vago
senso di sofferenza ed ansietà
come per mano che mi opprima il cuore.
Fronti calve di vecchi, inconsapevoli
occhi di bimbi, facce consuete
di nati a faticare e a riprodursi,
facce volpine stupide beate,
facce ambigue di preti, pitturate
facce di meretrici, entro il cervello
mi s'imprimono dolorosamente.
E conosco l'inganno pel qual vivono,
il dolore che mise quella piega
sul loro labbro, le speranze sempre
deluse,
e l'inutilità della loro vita
amara e il lor destino ultimo, il buio.


Ché ciascuno di loro porta seco
la condanna d'esistere: ma vanno
dimentichi di ciò e di tutto, ognuno
occupato dall'attimo che passa,
distratto dal suo vizio prediletto.


Provo un disagio simile a chi veda
inseguire farfalle lungo l'orlo
d'un precipizio, od una compagnia
di strani condannati sorridenti.
E se poco ciò dura, io veramente
in quell'attimo dentro m'impauro
a vedere che gli uomini son tanti.

Da "Pianissimo" raccolta poetica del 1914



Camillo Sbarbaro.

Con Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Piero Jahier, Aldo Palazzeschi, Arturo Onofri, Dino Campana e Clemente Rebora,  Camillo Sbarbaro viene definito un "Vociano", dunque uno scrittore che ha avuto legami con la nota rivista "La voce", caratterizzata da: 
  •  Interessi multiformi che spaziano dalla letteratura all'economia
  •  Un numero considerevole di collaboratori dalle vite particolarmente intense e a tratti dolorose (Pensiamo a Dino Campana, che muore in un ospedale psichiatrico.) 
Intento primario della rivista è quello di rompere col passato, con la cultura tradizionale accademica, e in questo è aiutata da costanti  contatti con la cultura europea, da cui il suo ruolo di perno nodale del rinnovamento italiano nel primo novecento, all'alba del primo conflitto mondiale.

Chi è Camillo Sbarbaro?
Uno scrittore riservato, solitario, poco amante della vita mondana. Vive buona parte della sua vita nella sua terra natia, cioè la Liguria (Nasce a Santa Margherita Ligure nel 1888 e muore a Spotorno nel 1967, all'età di 79 anni), dirà infatti "I migliori viaggi si fanno a un tavolo d'osteria"
Insegnante, studioso di letteratura, traduttore, ricercatore naturalista all'insegna del suo amore per la natura, che è la sua unica fonte di consolazione. 

Pianissimo. 1914. 
Pianissimo, è una raccolta di liriche in cui l'autore testimonia la crisi filosofica e morale del primo novecento.  Qui esprime il vuoto ed il disorientamento in cui si è trovato l'uomo perché ogni certezza è venuta meno, e perché trova impossibile instaurare rapporti autentici con gli altri e con la realtà.
La Coscienza, la consapevolezza della sua condizione non lo porta all'autocommiserazione né all'autocompiacimento, semplicemente, si rassegna e diventa insensibile di fronte alle gioie e ai dolori che caratterizzano la vita.
Il mondo è un grande deserto dove non si  può fare altro che contemplare la propria arida esistenza, dirà l'autore.
"Spaesato e stupefatto, Sbarbaro passa tra gli uomini che non comprende, tra la vita che lo sopravanza e gli sfugge" dice Eugenio Montale parlando del suo amico. Questo stato d'animo cupo è sintomatico di un paese che si prepara alla prima guerra mondiale (la raccolta è infatti del 1914).

Rimanenze. 1955. 
Questa è una raccolta di liriche scritte fra il 1921 ed il 1932, in cui si denota una  maggiora apertura verso la vita. Qui la sua poesia si fa più distesa e musicale ed il linguaggio si fa più complesso e sfumato. 

Trucioli.1948. 
Si tratta di una raccolta di opere in prosa, successiva alla stagione di "pianissimo". Sono prose brevi dal carattere frammentario come suggerisce il titolo. La realtà sfugge all'uomo nel suo significato e di essa è possibile cogliere solo alcune rapide impressioni.
Seguono:  
Liquidazione. 1928.
Fuochi fatui. 1956.
Scampoli. 1960.
Gocce.1963.
Quisquilie. 1967.
Opere nelle quali i titoli sottolineano il carattere marginale, frammentario, provvisorio della scrittura,


Infine, nel contesto vociano che ho sopra citato:
Campana privilegia il valore evocativo delle parole,
Rebora ottiene con le parole effetti quasi espressionistici e Sbarbato, si affida a un linguaggio essenziale e nello stesso tempo limpido e concreto, dando vita a una sommessa musicalità.