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giovedì 2 aprile 2020

Il senso di una fine. Romanzo di Julian Barnes.

Il senso di una fine/ The sense of an ending 
Einaudi Super ET 
Tradotto da Susanna Basso
 Edizione 2011.

"Mi conosceva meglio di chiunque al mondo. E aveva lo stesso voglia di pranzare con me". Pag 101.

Julian Barnes
Il senso di una fine
Einaudi Super ET
Il libro vince il man Booker Prize 2011. 
Tony Webster, inglese, sulla sessantina, definito in quarta di copertina, un uomo senza qualità, è la voce narrante della storia che andremo a leggere. Una storia piacevole e scorrevole, lunga appena 150 pagine, divisa in due ampi capitoli. Fra battute di spirito ed intrigo della trama, la prima parte racconta della gioventù del personaggio, la seconda parte invece, ci parla di un uomo maturo, che cerca di fare il punto sulla sua esistenza alla luce di un evento che gli accade 
"...esiste una scuola di pensiero secondo la quale, l'unica affermazione possibile riguardo a un evento storico qualsivoglia... è che "qualcosa è accaduto" -pag 7.
Secoli di grandi classici, ci hanno abituati al personaggio "X" che, ad un certo punto, eredita soldi e palazzi dalla lontana zia di turno, o dal benefattore più improbabile, penso a Pip, di Grandi speranze - Dickens, e fine del problema economico, così che egli possa dedicarsi anima e corpo alle varie paturnie sentimentali ed alle sue ambizioni, al netto di spiacevoli questioni monetarie.
Tony eredita una somma modesta, da una persona praticamente estranea, cioè la madre di Veronica, la sua ex dei tempi dell'università, che si è messa col suo migliore amico, Adrian Finn, subito dopo che loro due si erano lasciati. Tony non la prende bene, ma volta pagina. La morte di Adrian, suicida, a 24 anni, rende le distanze definitive. Tony invece, va avanti. Si sistema, nel senso più borghese del termine. Lavoro, moglie, figlia, routine, noia, finché un giorno arriva questo strano lascito, ovvero, una modesta somma di denaro, dicevamo, ed il diario di Adrian, da cui la domanda, ovvero: perché me? e l'altra domanda, ovvero: cosa c'è scritto su quel diario che Veronica non vuole fargli avere?
Questo è il motore che genera gli eventi.
Tony è uno storico, pertanto dovrebbe essere in grado, più di altri, ad indagare sul passato, analizzandolo in base alle fonti di cui dispone. Esistono però, passati diversi. C'è un passato prossimo che, sebbene più vicino, risulta difficile da vedere con chiarezza, e c'è anche un passato remoto, sul quale, più o meno, gli storici, nel tempo, si sono messi d'accordo. Tony è più a suo agio coi fatti del passato remoto.

Nel corso delle sue indagini, alla ricerca di un senso, Tony conversa con noi lettori, ci rende partecipi dei suoi ragionamenti, delle sue analisi. Fra i vari: "se...", "pensavo...", "mi son chiesto..." e "non trovate?", si confessa e non risparmia a se stesso nessun colpo basso, per questo motivo, ai miei occhi, non è un "uomo senza qualità", è solo un uomo come tanti, che non brilla per perspicacia.

Facendomi condizionare dall'indicazione dell'editore, ho cercato in Tony Webster, tracce tipiche di un uomo senza qualità, e per familiarità col tipo umano, ho pensato a Charles Bovary, anti eroe per antonomasia, sempre sfocato rispetto ai fatti della sua vita. Poi ho scoperto che  Barnes, ha scritto un libro intitolato "Il pappagallo di Flaubert", ed immagino tragga ispirazione dal racconto: "Un coeur simple", dell'autore di "Madame Bovary", quindi forse, qualcosa di Charles potrebbe averlo ispirato. Resta il fatto che il confronto non regge, ed il motivo è presto spiegato. Charles non ha coscienza dei fatti, non li vede né li sa analizzare,  neanche di fronte alla tragedia, quando incolpa la fatalità per la morte di sua moglie, ricadendo su uno dei tanti cliché romantici che hanno ucciso Emma. 
Tony, a differenza di Charles, diventando grande, sembra essere consapevole dei suoi limiti, li elenca con cognizione di causa, ciò lo rende un personaggio cosciente, in qualche modo drammatico, e la coscienza è, a mio avviso, una importante qualità. Egli non ci nasconde le sue debolezze, incluso il fatto che, quando ha la verità sotto gli occhi, non riesce ad interpretarla, "non ci arriva", e può succedere che alcuni fatti, siano chiari a noi che leggiamo, prima che a lui che ce li racconta. 
"...Se non avessi già optato per la cremazione e la successiva dispersione delle ceneri, avrei potuto utilizzare la frase* come epitaffio, incisa su una lastra di pietra o di marmo: "Tony Webster -Che Non Ci È Mai Arrivato", ma sarebbe suonato un po' troppo patetico, vittimistico, quasi". 
*"Ancora non ci arrivi. Non hai mai capito, e non capirai mai. Perciò lascia perdere, è inutile". Pag 114  Veronica a Tony. 
Come il titolo ci suggerisce, il personaggio è alla ricerca di un senso, e la mia impressione è che, interrogandoci di tanto in tanto, nelle vesti di lettori, ci suggerisca di fare lo stesso insieme a lui, sulle nostre vite oltre che sulla sua. Non stiamo cercando un senso, in generale, ma il senso di una fine. 
Penso si possa parlare di romanzo introspettivo, percorso, in lungo e in largo, da un' incessante analisi dei fatti, alla maniera di scavi archeologici nei sotterranei della memoria. La prima parola che incontriamo è infatti: "Ricordo". Il termine  compare tre volte nelle prime due pagine. 
  • Ricordo, in ordine sparso... 
  • ...Quel che si finisce per ricordare non sempre corrisponde a ciò di cui siamo testimoni. 
  • ...su alcuni ricordi approssimati che il tempo ha deformato in certezze. 

Siccome il ricordo, è strettamente legato al "tempo", anche questa parola compare più volte nelle prime due pagine del libro. Quattro volte, per l'esattezza, e per puro caso, tre è il numero degli amici a scuola, prima dell'arrivo di Adrian, il quarto elemento. Tony ci informa che il tempo ha deformato le sue certezze, quindi non può garantire sulla verità dei fatti, ma sulla verità delle impressioni. Il dato, a limite ironico, potrebbe derivare dalla sua laurea in storia, e dall'evidenza che, uno storico, dovrebbe focalizzarsi quanto più possibile, sulla verità dei fatti, passando per l'analisi dei documenti a disposizione, per le testimonianze varie, da interrogare fino a trarne logiche e sensate conclusioni. 

Il tempo, quello dei calendari e degli orologi, viene maneggiato da Webster come fosse un elastico, o una visione che passa attraverso una lente deformante. In merito al tempo "ufficiale", ci dice, a pagina 25, che erano gli anni Sessanta, ma solo per qualcuno, e solo in determinate zone del paese. Allude alla libertà sessuale, che molti avrebbero conquistato nel decennio successivo. Il resto del tempo, in senso cronologico, è intuibile, ma a lui interessa il tempo della memoria e delle emozioni.
Gli occorre un intero capitolo, lungo poco meno di sessanta pagine, per raccontarci dei suoi trascorsi scolastici, soprattutto ai tempi delle superiori, quando aspettava che la vita iniziasse. In seguito, quando la vita è iniziata davvero, qualcosa è cambiato in termini di entusiasmo, lo intuiamo dal fatto che gli sono sufficienti due pagine per raccontarci del suo matrimonio con Margaret, della nascita, tre anni dopo le nozze, della loro unica figlia Susie ed, a seguire, del matrimonio di lei, presto madre di due figli. (pag. 55, 56). Si intuisce anche che, come padre, egli sia piuttosto distante. Lo era stato anche come marito, e prima, come fidanzato della sua ex. Con Adrian, forse si era impegnato, e forse neanche tanto. Negli studi, non aveva puntato alla lode, ma non voleva rinunciare al massimo dei voti. 
"Viviamo nel tempo, il tempo ci forgia e ci contiene, eppure non ho mai avuto la sensazione di capirlo fino in fondo... esiste al mondo una cosa più ragionevole di una lancetta dei secondi? Ma a insegnarci la malleabilità del tempo basta un piccolissimo dolore, il minimo piacere. Certe emozioni lo accelerano, altre lo rallentano; ogni tanto sembra sparire, fino a che, in effetti, sparisce sul serio e non si presenta mai più" Pag. 6 
Siamo nella mente del narratore, e insieme a lui, indaghiamo sui fatti della sua vita. "È a scuola che tutto e cominciato", ci anticipa. Sapremo più avanti nel libro che, quando è ormai adulto, riceve il testamento da parte della madre di Veronica, e la cosa lo stupisce oltremodo. Perché proprio a lui? e perché, dopo tutto quel tempo? Così, alla maniera della detective story, Tony va in cerca della verità, del puzzle mancante, che gli permetterebbe la visione d'insieme di questa strana storia, apparentemente poco sensata. 

I "documenti" sui quali "l'indagine storica" dello storico Webster può focalizzarsi, sono dei frammenti di diario di Adrian, delle lettere, scritte e ricevute, una vecchia foto di gruppo, a Londra, e per tutto il resto, non ha che la sua memoria, non può neanche confrontarsi con qualcuno, a parte Veronica e suo fratello, ma lei è sempre irritata e lui è sfuggente.
Non gli resta che tornare fra i banchi di scuola, e di quel periodo, ci racconta soltanto delle ore di storia col vecchio e noioso, Joe Hunt, e delle ore di letteratura, con l'amato professore Phil Dixon. Enrico VIII, contro T.S Elliot. "La storia" e le sue fonti, contro "Eros e Thanatos", ovvero, sesso e morte, e tutte le affascinanti teorie che la letteratura ci racconta nei libri, per poi deluderci, alla resa dei conti, quando capiamo che la vita, quasi sempre, non è in grado di raggiungere quelle vette. Infine, e non meno importante, il problema dell'accumulo, e quello della responsabilità.  
"...Procediamo a casaccio, prendiamo la vita come viene, ci costruiamo a poco a poco una riserva di ricordi. Ecco il problema dell'accumulo, e non nel senso inteso da Adrian, bensì nel semplice significato di vita che si aggiunge alla vita. E, come ricorda il poeta, c'è differenza tra addizione e crescita".  pag 89 
Ed anche: 
"Il problema dell'accumulo" aveva scritto Adrian ...Nella vita, scommetti su una relazione, non funziona, vai alla successiva, e non funziona neanche quella, forse non perdi solo la somma di due sottrazioni, bensì un multiplo di quanto avevi puntato. L'impressione è questa, comunque. La vita non è solo fatta di somme e sottrazioni. C'è anche l'accumulo, la moltiplicazione delle perdite, dei fallimenti". Pag 104  
 Quanto alla responsabilità: 
"Parti dal principio di essere l'unico ed il solo responsabile, a meno di avere prove schiaccianti sul contrario. Adria era molto più intelligente di me - lui usava la logica dove io ricorro al buonsenso -ma credo che alla fine siamo giunti entrambi alla stessa conclusione... Ad Adrian non invidio la morte, ma la trasparenza della vita." pag 104 
Fra i protagonisti "urbani" del libro, c'è il ponte. Ne vediamo uno anche in copertina, è il millennium Bridge, fra i più recenti, costruiti a Londra. All'inizio tremava un po', per il vento, per via della quantità di gente che lo attraversava, e per la sua struttura moderna, poi hanno rimediato, ma a Tony la cosa non dispiaceva. Sapere, tutti, che procediamo su passi incerti, di tanto in tanto, aiuta.

Il mio post precedente, su questo blog, è dedicato ad Haruki Murakami, nello specifico, al suo romanzo "After dark". Dicevo in quell'occasione, che i suoi libri contengono spesso delle autentiche colonne sonore. Anche nel libro di Barnes troviamo molti brani, uno su tutti, compare alla maniera di un refrain, mediamente ironico, ovvero:  
Time is on my side, Yes it is, dei Rolling stones. 

Questo brano,  in linea col testo, al punto da somigliare, così mi sembra, ad una sua eventuale colonna sonora, mi fa pensare puntualmente a Denzel Washington, nel film: Fallen del 1998, tradotto in italiano col titolo: Il tocco del male. Alla luce delle sinistre ombre che il Coronaviurs ha gettato sul mondo in questi mesi, non ho potuto non ripensare ad alcune immagini del film, sinistra metafora sul male che si spande fra gli uomini per il semplice fatto di essere vicini, lungo la stessa strada. In quel caso, il male col quale gli uomini vengono contagiati, è di tipo morale, quindi è legato al cattolico Diablo, e serve al regista,  per glorificare un'idea molto amata dagli americani, ovvero quella  del buon poliziotto che si sacrifica per il bene della comunità. Tuttavia, ricordo il dettaglio del metro di distanza fra le persone, e l'inquietudine che alla fine mi era rimasta addosso. 

Esiste una versione filmica anche per il nostro romanzo, solo che io non l'ho ancora visto. Mi accorgo ora che su You tube, pagando, è possibile guardarlo. Il ruolo di Tony Webster è stato interpretato dal "padre" di Bridget Jones, attore sublime, mi piace molto.  



Nb: Il giorno dopo aver pubblicato il post, ho deciso di acquistare il film e di guardarlo via You Tube. Il film è quotato tre stelle su 5, da My movies. Nel film, Tony non è laureato in storia, ma in letteratura, ed il solo poeta citato è Dylan Thomas, invece nel libro veniva citato Ted Hughes a più riprese. Nel film, Tony possiede un negozio di macchine fotografiche usate, che nel libro non esiste. Sua figlia, nel film, non si sposa perché teme di ricreare il modello fallimentare dei suoi genitori, ha un solo figlio, tramite inseminazione artificiale. Nel libro invece, è sposata con un medico, dal quale avrà due figli. Ci sono diverse varianti per motivi di regia. La sua ez moglie è molto più "arrabbiata" con lui rispetto al romanzo, e Veronica, compare sporadicamente. 
Per finirla con tono da bar, nonostante i bravissimi attori, preferisco di gran lunga il libro, perché i personaggi, nella mia mente, erano diversi rispetto a quelli del film. Comunque merita di essere visto. 

🔍🐭🔍🐭🔍
Qualche link su cose citate nel corso del post. 

Link alla pagina Einaudi dedicata a Julian Barnes.

After Dark. Murakami. Dal mio blog. (l'ho citato in merito alla musica nei libri)

Il pappagallo di Flaubert. Einaudi edizioni.

Madame Bovary. Edizioni Feltrinelli.


Time is on my side. The rolling stones.  Sperando che You tube non cancelli il link.
Il tocco del male, film.  Nb. You tube permette anche la visione integrale del film, a pagamento.

L'altra metà della storia. Film.   Versione filmica in italiano dell'adattamento del libro "il senso di una fine".

www.minimaetmoralia.it  In questo link, invece, una recensione drammaticamente negativa sul libro.

Millennium Bridge, Wikipedia.

Grazie per essere passato da queste parti!

martedì 14 dicembre 2010

"Il riccio" di Mona Achache.

"A quanto pare, ogni tanto gli adulti si prendono una pausa 
per sedersi a contemplare il disastro della loro vita. 
Allora si lamentano senza capire e, 
come mosche che sbattono sempre contro lo stesso vetro, 
si agitano, soffrono, deperiscono, si deprimono e si chiedono 
 quale meccanismo li abbia portati dove non volevano andare". 
Palomas intervista scherzosamente Renée.
-Frame-

Le Hérisson, è un film del 2009, conosciuto in italia col titolo: Il riccio, è la prima opera come regista per Mona Achache, ed è l'adattamento del romanzo di Muriel Barbery L'eleganza del riccio, un caso letterario non solo in Francia. 

La scrittrice però ha preso le distanze dal film che a suo avviso si allontana troppo dal libro. A me il film è piaciuto molto ...più del libro, temo. Sobrio, "elegante", come la parola decurtata dal titolo ("Perché è così che lo chiamano i suoi cultori" dichiara la regista per giustificare la sua scelta). Elegante e bellissima è la colonna sonora.
L'ambiente è Parigi, lo è quasi sempre nei film francesi, ma in questo caso,  non la vediamo quasi mai, ovvero, non vediamo i luoghi o i simboli che rendono la capitale riconoscibile. Gran parte del film si svolge in luoghi chiusi che contribuiscono a caratterizzare l'interiorità dei personaggi. 

Un film pieno di stanze, come il mio blog, stanze borghesi: la casa di Paloma, "Orientali": la casa di Kakuro, proletarie: la portineria, e stanze "Letterarie" , da cui la mia particolare affinità con Renée. Paloma è il perno attorno al quale  ruota la storia. La ragazzina vede nella portinaia, un importante punto di riferimento, un faro. Trovo bellissima la descrizione di queste due donne, una giovanissima, l'altra matura, entrambe fragili, disilluse e definitive, ma per motivi diversi. La loro unione, che è quella dell'amicizia, sembra dare un senso ad entrambe.
Mi sembra inoltre che i francesi abbiano un modo tutto loro di raccontare il rapporto fra ragazzi e adulti.  (Vigo, Truffaut e tanti altri...)

Tornando al Riccio, tre sono i personaggi chiave del film:

Renée (Josiane Balasko) è una portinaia scorbutica, trasandata, il contrario del canonico bello. Si finge zoticona per evitare rapporti col mondo circostante, che in lei vede solo una portinaia, dunque un mestiere umile fatto di relativi clichés ("non fare uscire il gatto, non far entrare la portiera" dice Paloma quando sua madre chiude la porta spingendosi fuori con Renée e rimandando dentro il gatto)
Renée possiede una stanza segreta piena di libri, un nascondiglio.  Legge molto, e in quei momenti ama sgranocchiare cioccolato fondente. Nel libro ci è detto che la donna è autodidatta e come tutti gli autodidatti (penso ancora a Truffaut, e molto più modestamente, a me medesima) passa dal delirio al senso di impotenza (Ho aggiunto la citazione del passo in fondo a questa nota)


Renée ha appena rifiutato l'invito a cena di Kakuro. Piange, non sa perché l'ha  fatto, e Paloma l'abbraccia, in una delle scene più tenere del film. Le sue lacrime sembrano sciogliere il muro che per anni l'ha tenuta fuori dalla vita.

Paloma, che si legge con l'accento sulla "a" perché è Francese, è interpretata dalla giovane e talentuosa Garance de Guillermic. Si tratta di  un'adolescente di natura problematica che vive in una famiglia alto borghese, intellettualmente piatta. Il suo destino è la ricchezza, ma lei vede negli adulti che la circondano la proiezione di un grigio futuro. Li considera pesci in una boccia e siccome non vuole ridursi come loro, decide che, compiuto il dodicesimo anno di età si suiciderà. Ragazzina sopra le righe, Paloma è appassionata di cultura e lingua giapponese. E' abilissima nel disegno e nel pensiero, per cui, nonostante la decisione presa, non intende passare il resto del tempo che le rimane a non fare nulla, al contrario, si diletta nella regia dell'ultimo mese della sua vita. La sua ambizione è realizzare un film che possa dimostrare perché l'esistenza è assurda. La vediamo spesso, soprattutto all'inizio, mentre si aggiusta gli occhiali, che le si impigliano di continuo fra i capelli ricci. Mi ricorda Truffaut e la costante con cui nei suoi film, le donne si sistemano gli occhiali, un gesto che rimanda, mi sembra, alla difficoltà da parte del personaggio di vedere realmente le cose per quel che sono -Kate, nella scena allo chalet per esempio- ma l'espediente compare in molti suoi film.


Il muro è rotto. Renée ride serena per la prima volta dopo anni. Sono le sue ultime ore di vita, ma non può saperlo. Penso a quella massima "La vita è ciò che ti accade fra un progetto e l'altro"

Kakuro Ozu (Togo Igawa) è ai miei occhi una figura dal fascino irresistibile. Incarna un oriente lontano e culturalmente intrigante. Un tipo di umanità che oggi sembra svanita. E' un uomo mite, colto, gentilissimo ma non pacchiano, mai scontato. I suoi occhi dolci e singolarmente espressivi sanno vedere le persone che si nascondono dentro alla macchina sociale. E' il solo, con Paloma a capire che dietro al riccio, cioè Renée,  si nasconde una figura elegante e raffinata.
E' a lui e alla piccola amica, che Renée deve il suo risveglio dopo anni di apatia, trascorsi a vivere nascosta, senza mai esporsi e provare  emozioni che non fossero quelle rubate dai libri, dunque vissute solo a livello celebrale. Emozioni altrui, non proprie. Nell'atto di specchiarsi, di tagliare i capelli, di curarsi del suo aspetto, la donna  avvia un meccanismo di rinascita che le accade suo malgrado. La sua data di morte combacia col più felice dei suoi giorni, cioè quello in cui, come afferma Paloma "Era pronta ad amare".

Per lo spettatore il finale è quasi insopportabile. Siamo abituati a centinaia di happy ending in ogni forma e salsa e quella scena così reale, verosimile, è quasi inaccettabile. Il mondo va come va. "Precario", "instabile" sono gli l'aggettivi che ci rappresenteranno sui libri di storia fra qualche tempo, si ha quindi bisogno, almeno al cinema, di un finale positivo, pena la banalità. Renée muore investita da un mezzo. Ha ancora l'abito che  le ha regalato Kakuro, ha ancora il sapore di quella frase in bocca di Anna Karenina:
"Tutte le famiglie felici si assomigliano, ma quelle infelici lo sono ciascuna a  modo suo"

Queste le ultime parole di Renée:
" Come si decide il valore di una vita? Paloma che la tua sia all'altezza di quello che prometti" 
Queste le ultime parole di Paloma:
"Allora è così? di colpo tutto si ferma? è questo morire? non rivedrete più quelli che amate, non rivedrete più quelli che vi amano? Se è questo morire è proprio la tragedia che dicono.... Quello che conta non è morire, ma quello che si fa nel momento in cui si muore. Renée, lei che cosa faceva al momento di morire? Era pronta ad amare"

🔍🐭🔍
Trailer del film, via you tube, sperando non venga cancellato. 
Trailer in Francese. Come sopra...


📑📗
Due estratti dal libro:
(Paloma)
Pensiero profondo n°1

Sogni le stelle
Nella boccia dei pesci
Rossi finisci.

A quanto pare, ogni tanto gli adulti si prendono una pausa per sedersi a contemplare il disastro della loro vita. Allora si lamentano senza capire e, come mosche che sbattono sempre contro lo stesso vetro, si agitano, soffrono, deperiscono, si deprimono e si chiedono quale meccanismo li abbia portati dove non volevano andare. Per i più intelligenti diventa perfino una religione: Ah! Spregevole vacuità dell’ esistenza borghese! Alcuni cinici di questo tipo, cenano alla tavola di papà: “cosa ne è stato dei nostri sogni di gioventù?” si domandano con aria disincantata e soddisfatta. “sono volati via, e la vita è proprio bastarda” Non sopporto questa falsa lucidità dell’età matura. La verità è che sono come tutti gli altri, ragazzini che non capiscono cosa sia successo e che giocano a fare i duri mentre avrebbero voglia di piangere. Eppure non è così difficile da capire. Il problema è che i bambini credono ai discorsi dei grandi, e una volta grandi, si vendicano ingannando a loro volta i figli. “La vità ha un senso e sono gli adulti a custodirlo” è la bugia universale cui tutti sono costretti a credere. Da adulti, quando capiamo che non è vero, ormai è troppo tardi. Il mistero rimane, ma tutta l’energia disponibile è andata da tempo sprecata in stupide attività. Non resta che cercare di anestetizzarsi, nascondendo il fatto che non riusciamo a dare un senso alla nostra vita e ingannando i nostri figli per cercare di convincere meglio noi stessi. La mia famiglia frequenta tutte persone che hanno seguito lo stesso percorso: una gioventù passata a cercare di mettere a frutto la propria intelligenza, e spremere come un limone i propri studi e ad assicurarsi una posizione al vertice, e poi tutta una vita a chiedersi sbalorditi perché tali speranze siano sfociate in un’esistenza così vana. La gente crede di inseguire le stelle e finisce come un pesce rosso in una boccia. Mi chiedo se non sarebbe più semplice insegnare fin da subito ai bambini che la vita è assurda. Questo toglierebbe all’infanzia alcuni momenti felici, ma farebbe guadagnare un bel po’ di tempo all’adulto –senza contare che si eviterebbe almeno un trauma, quello della boccia.


(Renée)
Rifiutando lo scontro.

Ho letto tanti libri...
Eppure, come tutti gli autodidatti, non sono mai sicura di quello che ho capito. Un giorno mi sembra di abbracciare con un solo sguardo la totalità del sapere, come se all’improvviso invisibili ramificazioni nascessero, e intrecciassero fra loro tutte le mie letture sparse – poi subito il senso scivola via, l’essenziale mi sfugge, e per quanto rilegga le stesse righe ogni volta mi appaiono più inafferrabili, mentre io mi vedo come una vecchia pazza che crede di avere la pancia piena solo perché ha letto il menu. Pare che questa compresenza di talento e cecità sia il tratto distintivo dell’autodidatta. Pur privando il soggetto della guida sicura che ogni buona formazione fornisce, gli dona tuttavia libertà e capacità di sintesi del pensiero, laddove i discorsi ufficiali frappongono barriere e vietano l’avventura.

Paloma
Ultimo pensiero profondo
Ma cosa fare
dinanzi a un mai più
se non cercare
ininterrottamente
nelle furtive note?

Madame Michelle è morta stamattina. E' stata investita dal camioncino di una tintoria... non riesco a credere che sto scrivendo queste parole. ...
Kakuro ha suonato da noi verso le undici. Ha chiesto di me, poi mi ha preso la mano e mi ha detto: "Non c'è alcun modo per sottrarti a questo dolore, Paloma, allora te lo dico così come è successo: poco fa verso le nove Renée ha avuto un incidente. Un incidente molto grave. E' morta. ...
Per la prima volta nella mia vita ho sperimentato il senso delle parole mai più. Beh é una cosa terribile.
...
Non preoccuparti Renée, non mi suiciderò e non darò fuoco proprio a un bel niente. Perché d'ora in poi, per te, andrò alla ricerca dei sempre nel mai. La bellezza, qui, in questo mondo.