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mercoledì 7 settembre 2016

Dalia

Concita de Gregorio dal libro: "Malamore"
Repost da: (link) 6/4/2012 
Qui in versione ridotta. 

(Se potete, ascoltate il video con le cuffie, l'esito è più soddisfacente)
In caso di problemi col video, cliccate su questo link, ma poi tornate qua!
Concita de Gregorio
Nel video, leggo (Senza Dio, lo so!) "DALIA", un racconto estratto dal libro "Malamore" , libro di Concita de Gregorio (Ai tempi direttrice de "L'unità")

Mi scuso per l'audacia di pretendermi "Lettrice", in verità non mi pretendo niente. Volevo parlare del racconto, ma volevo anche che chi non lo ha mai letto lo conoscesse, così mi sono adoperata a creare il video. Sono cosciente di non essere propriamente all'altezza di questo tipo di cose, soprattutto perché l'ansia di sbagliare mi fa sbagliare, ragione per cui mi  ostino a continuare.
Ci sono imprecisioni, ma spero non vi creino troppi fastidi.

"Le forme della violenza"
2011 Sengiallia.
L'anno scorso, verso fine marzo, mi è capitato di leggere "Dalia" in pubblico . Avevo il cuore in mano per l'emozione, sentivo l'eco della mia voce sospesa fra la gola che la produceva e il microfono che la diffondeva. Avevo paura che l'emozione prendesse il sopravvento dopo l'ultima riga del racconto. Era già successo a casa, almeno un paio di volte, ma per fortuna, in pubblico mi sono controllata.
Credo di non aver alzato gli occhi dal foglio nemmeno un secondo. Ciononostante, leggendo, capivo quanto piacere mi procurasse l'esperienza che stavo vivendo. Forse anche per questo, ogni tanto mi torna la voglia di rifarlo.
Perché una persona che si paralizza alla sola parola "palco" ha accettato di leggere in pubblico quattro pagine di un racconto? Perché mi è stato chiesto. Perché quel giorno una parte della mia città era piena di sagome di donne, come potete vedere nelle foto, anche se la suggestione di esserci era molto più forte. 
  • Le sagome arancioni: Piene = Donne sopravvissute alla violenza.
  • Le sagome viola: Vuote = Donne morte di "malamore", direbbe la De Gregorio.  
Sagome ad altezza naturali. Qualche riga sul busto (Arancione) o di lato (Viola) per raccontare vite abusate: Nomi, cognomi, età, tipo di violenza subita, grado di parentela o amicizia e poco altro. L'esito lo si sapeva a priori, in base al colore. 
"Le forme della violenza" Maratona di lettura.
Marzo 2011 Senigallia.
L'aria era ferma quel giorno, e la gente  si aggirava attorno alle sagome vivendosi addosso una commistione di strane emozioni: Stordimento, rabbia verso tutto e niente allo stesso tempo. Padri, fratelli, fidanzati, amici... pochissimi gli "stranieri" responsabili, a differenza di come ci ripetono di continuo i media per alimentare la paura di chi è altro da noi e, paradossalmente, per rassicurarci, si perché è rassicurante sapere che i buoni sono quelli con cui si vive e i cattivi, sempre gli altri.

M'è parso logico rispondere: "...Certo che leggo anch'io".
Il progetto di maratona di lettura, si è protratto per tutto l'anno, ed ha raggiunto molte piazze della mia regione. Sarebbe bellissimo se accadesse in tutta Italia, ogni anno. Utile più che bello, perché utile è ciò che interroga le coscienze.

Perché fra tutte le letture possibili ho scelto questo racconto?
Ho la netta impressione che negli ultimi anni si sia sviluppato un nuovo tipo di pornografia mediatica: Consiste nell'accanirsi su un caso di cronaca e smembrarlo fino al minimo dettaglio.
Lo si spulcia per mesi e mesi, provocando morboso piacere al pubblico che, Auditel alla mano, sembra avido di sangue. Una specie di Colosseo per gente del duemila.
Esagero?
Chiara Gambirasi, Sara Scazzi, Meredith, La Franzoni e relativo figlio, Erica... e così via.
Alzi la mano chi non ha visto almeno una volta questi nomi comparire nei TG o in qualche trasmissione, con tanto di plastico+criminologo+moralizzatore.
Che c'entra con la domanda iniziale?
Mi è stato chiesto di scegliere un pezzo da leggere. Non proprio facilissimo, così su due piedi.
Davanti agli occhi avevo una cartella stracolma di storie narranti casi  di stupro e violenze raccontate in modo più o meno esplicito, in linea (ai miei occhi) con la moderna pornografia di cui sopra, e io non volevo soddisfare il palato che ama assaporare dettagli macabri e voyeristici. Volevo una storia che evocasse la violenza con forza, senza nominarla mai per nome. Volevo un'opera propriamente letteraria, che somigliasse quanto più possibile al mio pensiero sull'argomento.

Una ragazza ha scelto "I promessi sposi", ed essendo attrice di teatro, l'ha letto benissimo, peccato che a me quel libro ispiri noia solo a nominarlo. Lo sento lontano. Sono cambiati i valori, le esigenze, le tematiche. Insomma, senza nulla togliere a Manzoni, direi che è giunto il tempo di voltare pagina.
Ho scelto "Dalia" alla fine, preferendola a Dacia Maraini, a Franca Rame e a tanto altro. Forse è più corretto dire che Dalia ha scelto me, a partire dal nome, dalle prime righe, così solari e fresche.

Dalia è una bambina di dodici anni, venduta da sua nonna a dei mercanti di sesso per  800 miseri dollari. Si parla di un mare che la separa dalla sua terra, di una lingua che non capisce. E' presumibile che sia stata portata in Italia. Quanto al paese di provenienza... qualunque posto necessiti di una nave per raggiungere la penisola.
Questo racconto forse senza volere, racconta anche altre storie: A tradire la donna è ancora una volta la donna, come da tradizione. Succede anche per l'infibulazione. Un grande classico insomma. Nel racconto è la nonna che vende la nipote, quella che la chiamava "Regina", un mito tutto romantico-maschilista che non smette di mietere vittime. La ragazzina si sognava sposa di un re (Che conclude, anche a livello etimologico, la parola amo-re) e si trova in contatto con maiali da accoppiamento, che ridono, non parlano, tagliano carne di donna, e ridono ancora. Il resto la ragazza non vuole raccontarlo, e si può capire. Che senso avrebbe?
Dalia è la sola voce realmente femminile che compare nel racconto. La nonna pensa e parla come un uomo, dirige gli affari di famiglia. E' lei che comanda. Sua madre invece, vittima a sua volta, lascia che il rito della dissoluzione si compia anche sulla figlia. Si limita a piangere. Non vede alternativa.  Lei stessa morirà di un'orribile sorte.
Il tipo di scrittura usata è semplice. Alcune parole ritornano costanti durante il testo e, in generale, somigliano a quelle che pronuncerebbe una ragazzina straniera, poco colta ed abusata. Un linguaggio disincantato e poco articolato, sebbene, molto efficace perché arriva molto più di quanto avrebbe potuto fare qualora fosse stato troppo esplicito.
Il finale schiaccia l'anima a pedate, e lo fa in modo diretto, perentorio ma con semplicità.
 "Ho ventitré anni, sono vecchia... Le femmine vivono solo 12 anni".

Rileggendo il racconto dopo qualche tempo, vi ho trovato un elemento che mi ha ricordato un modo di fare piuttosto tipico per chi soffre  di disturbi alimentari, bulimia soprattutto (chiamata "Mia" da chi ne soffre, così come "Ana" sta per Anoressia. Somiglia alla personalizzazione della parte del proprio essere che mira all'autodistruzione).
E' molto frequente fra chi è affetto dalla malattia, l'istinto di martoriarsi la pelle. Braccia, viso...  Ci si punisce per colpe che quasi sempre sono altrui, ci s'imbruttisce per mettersi al riparo. Chi ha subito violenze sessuali spera che imbruttendosi non sarà più desiderabile, spera di diventare invisibile agli occhi del mondo. Succederà il contrario purtroppo. Le umiliazioni aumenteranno, perché la gente attacca ferocemente le situazioni che non è in grado di comprendere, rafforzando il senso di frustrazione di chi vive il disagio, e  creando così un circolo vizioso da cui sarà molto difficile uscire. 
  
Auto annientarsi così che non lo facciano altri. E' un modo per crearsi uno scudo, ma è anche e soprattutto, autolesionismo, e questo in culo a chi si ostina a ripetere che siamo donne evolute, in un epoca evoluta. Per moltissime fra noi,  non è così.
Nei paesi ricchi e mediamente civilizzati, esistono varie forme di schiavitù imperanti. Gli scettici possono comodamente sfogliare riviste come "Panorama", o "La Repubblica delle Donne" o "Chi". Possono guardare i TG. ( le giornaliste sono tutte giovani e belle. Sarà l'aria della facoltà!). Infine, possono dare un'occhio sul web, che è lo specchio più immediato di come va una parte di mondo. L'impressione è che le donne per prime si recepiscano come pezzi di carne sul bancone di una macelleria. Una mera questione di peso e forme. Troppe le aspiranti "Mannequines" detto alla francese. Che triste se uno ci pensa, intendo... avere ambizioni così ...magre? 
Il discorso è ancora lungo, quindi lo taglio qui. Magari ci tornerò più avanti.
Se non vi ho rotto troppo la pazienza, v'invito a leggere quest'altro post, in cui racconto i dati oggettivi, numerici della violenza sulle donne in Italia.
In questo invece, parlo di Isoke, prostituta nigeriana... un happy ending, ma solo in parte (se leggerete i commenti a fine post, capirete perché)











sabato 7 aprile 2012

"DALIA"

Concita de Gregorio dal libro: "Malamore"

(Se potete, ascoltate il video con le cuffie, l'esito è più soddisfacente)
In caso di problemi col video, cliccate su questo link, ma poi tornate qua!
Concita de Gregorio
Nel video, leggo (Senza Dio, lo so!) "DALIA", un racconto estratto dal libro "Malamore" , libro di Concita de Gregorio (Ai tempi direttrice de "L'unità")

Mi scuso per l'audacia di pretendermi "Lettrice", in verità non mi pretendo niente. Volevo parlare del racconto, ma volevo anche che chi non lo ha mai letto lo conoscesse, così mi sono adoperata a creare il video. Sono cosciente di non essere propriamente all'altezza di questo tipo di cose, soprattutto perché l'ansia di sbagliare mi fa sbagliare, ragione per cui mi  ostino a continuare.
Ci sono imprecisioni, ma spero non vi creino troppi fastidi.

"Le forme della violenza"
2011 Sengiallia.
L'anno scorso, verso fine marzo, mi è capitato di leggere "Dalia" in pubblico . Avevo il cuore in mano per l'emozione, sentivo l'eco della mia voce sospesa fra la gola che la produceva e il microfono che la diffondeva. Avevo paura che l'emozione prendesse il sopravvento dopo l'ultima riga del racconto. Era già successo a casa, almeno un paio di volte, ma per fortuna, in pubblico mi sono controllata.
Credo di non aver alzato gli occhi dal foglio nemmeno un secondo. Ciononostante, leggendo, capivo quanto piacere mi procurasse l'esperienza che stavo vivendo. Forse anche per questo, ogni tanto mi torna la voglia di rifarlo.
Perché una persona che si paralizza alla sola parola "palco" ha accettato di leggere in pubblico quattro pagine di un racconto? Perché mi è stato chiesto. Perché quel giorno una parte della mia città era piena di sagome di donne, come potete vedere nelle foto, anche se la suggestione di esserci era molto più forte. 
  • Le sagome arancioni: Piene = Donne sopravvissute alla violenza.
  • Le sagome viola: Vuote = Donne morte di "malamore", direbbe la De Gregorio.  
Sagome ad altezza naturali. Qualche riga sul busto (Arancione) o di lato (Viola) per raccontare vite abusate: Nomi, cognomi, età, tipo di violenza subita, grado di parentela o amicizia e poco altro. L'esito lo si sapeva a priori, in base al colore. 
"Le forme della violenza" Maratona di lettura.
Marzo 2011 Senigallia.
L'aria era ferma quel giorno, e la gente  si aggirava attorno alle sagome vivendosi addosso una commistione di strane emozioni: Stordimento, rabbia verso tutto e niente allo stesso tempo. Padri, fratelli, fidanzati, amici... pochissimi gli "stranieri" responsabili, a differenza di come ci ripetono di continuo i media per alimentare la paura di chi è altro da noi e, paradossalmente, per rassicurarci, si perché è rassicurante sapere che i buoni sono quelli con cui si vive e i cattivi, sempre gli altri.

M'è parso logico rispondere: "...Certo che leggo anch'io".
Il progetto di maratona di lettura, si è protratto per tutto l'anno, ed ha raggiunto molte piazze della mia regione. Sarebbe bellissimo se accadesse in tutta Italia, ogni anno. Utile più che bello, perché utile è ciò che interroga le coscienze.

Perché fra tutte le letture possibili ho scelto questo racconto?
Ho la netta impressione che negli ultimi anni si sia sviluppato un nuovo tipo di pornografia mediatica: Consiste nell'accanirsi su un caso di cronaca e smembrarlo fino al minimo dettaglio.
Lo si spulcia per mesi e mesi, provocando morboso piacere al pubblico che, Auditel alla mano, sembra avido di sangue. Una specie di Colosseo per gente del duemila.
Esagero?
Chiara Gambirasi, Sara Scazzi, Meredith, La Franzoni e relativo figlio, Erica... e così via.
Alzi la mano chi non ha visto almeno una volta questi nomi comparire nei TG o in qualche trasmissione, con tanto di plastico+criminologo+moralizzatore.
Che c'entra con la domanda iniziale?
Mi è stato chiesto di scegliere un pezzo da leggere. Non proprio facilissimo, così su due piedi.
Davanti agli occhi avevo una cartella stracolma di storie narranti casi  di stupro e violenze raccontate in modo più o meno esplicito, in linea (ai miei occhi) con la moderna pornografia di cui sopra, e io non volevo soddisfare il palato che ama assaporare dettagli macabri e voyeristici. Volevo una storia che evocasse la violenza con forza, senza nominarla mai per nome. Volevo un'opera propriamente letteraria, che somigliasse quanto più possibile al mio pensiero sull'argomento.

Una ragazza ha scelto "I promessi sposi", ed essendo attrice di teatro, l'ha letto benissimo, peccato che a me quel libro ispiri noia solo a nominarlo. Lo sento lontano. Sono cambiati i valori, le esigenze, le tematiche. Insomma, senza nulla togliere a Manzoni, direi che è giunto il tempo di voltare pagina.
Ho scelto "Dalia" alla fine, preferendola a Dacia Maraini, a Franca Rame e a tanto altro. Forse è più corretto dire che Dalia ha scelto me, a partire dal nome, dalle prime righe, così solari e fresche.

Dalia è una bambina di dodici anni, venduta da sua nonna a dei mercanti di sesso per  800 miseri dollari. Si parla di un mare che la separa dalla sua terra, di una lingua che non capisce. E' presumibile che sia stata portata in Italia. Quanto al paese di provenienza... qualunque posto necessiti di una nave per raggiungere la penisola.
Questo racconto forse senza volere, racconta anche altre storie: A tradire la donna è ancora una volta la donna, come da tradizione. Succede anche per l'infibulazione. Un grande classico insomma. Nel racconto è la nonna che vende la nipote, quella che la chiamava "Regina", un mito tutto romantico-maschilista che non smette di mietere vittime. La ragazzina si sognava sposa di un re (Che conclude, anche a livello etimologico, la parola amo-re) e si trova in contatto con maiali da accoppiamento, che ridono, non parlano, tagliano carne di donna, e ridono ancora. Il resto la ragazza non vuole raccontarlo, e si può capire. Che senso avrebbe?
Dalia è la sola voce realmente femminile che compare nel racconto. La nonna pensa e parla come un uomo, dirige gli affari di famiglia. E' lei che comanda. Sua madre invece, vittima a sua volta, lascia che il rito della dissoluzione si compia anche sulla figlia. Si limita a piangere. Non vede alternativa.  Lei stessa morirà di un'orribile sorte.
Il tipo di scrittura usata è semplice. Alcune parole ritornano costanti durante il testo e, in generale, somigliano a quelle che pronuncerebbe una ragazzina straniera, poco colta ed abusata. Un linguaggio disincantato e poco articolato, sebbene, molto efficace perché arriva molto più di quanto avrebbe potuto fare qualora fosse stato troppo esplicito.
Il finale schiaccia l'anima a pedate, e lo fa in modo diretto, perentorio ma con semplicità.
 "Ho ventitré anni, sono vecchia... Le femmine vivono solo 12 anni".

Rileggendo il racconto dopo qualche tempo, vi ho trovato un elemento che mi ha ricordato un modo di fare piuttosto tipico per chi soffre  di disturbi alimentari, bulimia soprattutto (chiamata "Mia" da chi ne soffre, così come "Ana" sta per Anoressia. Somiglia alla personalizzazione della parte del proprio essere che mira all'autodistruzione).
E' molto frequente fra chi è affetto dalla malattia, l'istinto di martoriarsi la pelle. Braccia, viso...  Ci si punisce per colpe che quasi sempre sono altrui, ci s'imbruttisce per mettersi al riparo. Chi ha subito violenze sessuali spera che imbruttendosi non sarà più desiderabile, spera di diventare invisibile agli occhi del mondo. Succederà il contrario purtroppo. Le umiliazioni aumenteranno, perché la gente attacca ferocemente le situazioni che non è in grado di comprendere, rafforzando il senso di frustrazione di chi vive il disagio, e  creando così un circolo vizioso da cui sarà molto difficile uscire. 
  
Auto annientarsi così che non lo facciano altri. E' un modo per crearsi uno scudo, ma è anche e soprattutto, autolesionismo, e questo in culo a chi si ostina a ripetere che siamo donne evolute, in un epoca evoluta. Per moltissime fra noi,  non è così.
Nei paesi ricchi e mediamente civilizzati, esistono varie forme di schiavitù imperanti. Gli scettici possono comodamente sfogliare riviste come "Panorama", o "La Repubblica delle Donne" o "Chi". Possono guardare i TG. ( le giornaliste sono tutte giovani e belle. Sarà l'aria della facoltà!). Infine, possono dare un'occhio sul web, che è lo specchio più immediato di come va una parte di mondo. L'impressione è che le donne per prime si recepiscano come pezzi di carne sul bancone di una macelleria. Una mera questione di peso e forme. Troppe le aspiranti "Mannequines" detto alla francese. Che triste se uno ci pensa, intendo... avere ambizioni così ...magre? 
Il discorso è ancora lungo, quindi lo taglio qui. Magari ci tornerò più avanti.
Se non vi ho rotto troppo la pazienza, v'invito a leggere quest'altro post, in cui racconto i dati oggettivi, numerici della violenza sulle donne in Italia.
In questo invece, parlo di Isoke, prostituta nigeriana... un happy ending, ma solo in parte (se leggerete i commenti a fine post, capirete perché)

Infine,
Il 6 aprile 2012 ho raggiunto 15.000 visite al blog, e come d'abitudine, vi ringrazio uno ad uno. Non vi dò mai per scontato e la vostra partecipazione mi fa piacere e forse anche qualcosa in più.

Per una strana coincidenza,
il 6 aprile del 2009 (3 anni fa) 309 persone hanno perso la vita a l'Aquila, in Abruzzo, che è la regione in cui sono nata e vissuta per vent'anni.
Le ragioni di questa carneficina annunciata sono state  molteplici, ma a fare più male sono le negligenze, le indecenze umane verificatesi per questioni meramente economiche.
A morire sono stati soprattutto ragazzi. L'Aquila è una città universitaria.

Per commemorare l'evento, le campane hanno suonato per ognuno di questi defunti, chiamati, nome e cognome, uno ad uno. Non credo sia possibile capire fino in fondo, solo chi l'ha vissuto può farlo. Per questo mi sento fortunata.  

Il 6 aprile, se i conti non m'ingannano, il figlio di Dio è morto per il bene dell'umanità.
Ogni anno nasce il 25 dicembre, ma muore  in periodi sempre diversi. Non mi è chiaro il meccanismo, ma resto dell'idea che sia morto per una vana causa, quindi umanamente, mi dispiace per lui. Il male è più forte del bene, per questo bisogna stare sempre attenti, che anche il migliore di noi potrebbe ritrovarsi a fare o dire cose molto cattive, crudeli. Vedi "Guerre", cioè il prossimo punto!

Sarajevo. 6 aprile 2012.
11.541 sedie rosso sangue.
In memoria del sangue versato vent'anni fa.
Il 6 aprile del 1992, a Sarajevo, iniziava un assedio che la storia che ci ha preceduti (la seconda guerra mondiale e relativi campi di concentramento, le uccisioni di massa) ci portava a pensare che non sarebbe successo mai più niente di simile, e invece è successo ancora. In scala numericamente minore quanto a vittime, ma l'atrocità è stata simile. La guerra dei vigliacchi, è stata definita. Attaccavano donne e bambini, perché volevano distruggere anche le generazioni future, e i vecchi li hanno usati come esche per uccidere gli altri. Bastardi senza gloria, come il titolo del film! 
 La sostanziale indifferenza del resto del mondo (quello col potere di cambiare le sorti di un paese) è stata imbarazzante e frustrante da vivere.
Questa guerra è stata per me l'occasione per dare inizio ad una serie di cambiamenti di vita radicali. Ma allora, mentre accadeva, non ne sapevo ancora nulla. Tralascio i dati autobiografici, e mi limito a ricordare che, ho cominciato a scrivere con costanza proprio in memoria dei fatti accaduti nei Balcani vent'anni fa.
Nel 2004 ho partecipato ad un concorso letterario, con un racconto breve in cui parlavo a grandi linee del mio incontro coi profughi bosniaci che, nell'estate del 1992, si erano rifugiati all'Hotel Torino (oggi "La ghigliottina", strana coincidenza!) 
Ho vinto.
Non capita tutti i giorni di vincere un concorso letterario. Francamente, non me l'aspettavo affatto, quindi mi ha dato ossigeno, e anche qualche soldo, sebbene, a rimanere nel tempo, è stata la  soddisfazione di sapere che per quella giuria, il mio racconto era il migliore.
 
Rileggendolo oggi, non sono soddisfatta e non trovo le parole giuste per adeguarlo alla mia nuova percezione di quei fatti. Non l'ho pubblicato nemmeno sul blog.  Dicono sia un meccanismo positivo. Non so che dire, comunque è stato il primo capitolo importante in questa direzione.
Il racconto s'intitola "Fata", che è il nome di una donna dai tratti epici, con  rughe profonde come solchi, occhi azzurri come il mare, e capelli bianchissimi, lunghissimi, raccolti in una lunga treccia che arrotolava sotto il fazzoletto. Di tutto questo, la cosa che più colpiva della piccola fata (Si chiamava davvero così) era il suo sorriso, vivo malgrado tutto.
Mi chiedo spesso se sia ancora viva. Non credo lo saprò mai.
Questa la copertina, disegnata da me. cm 100x80 













martedì 15 marzo 2011

Le forme della VIOLENZA. Il vuoto del silenzio, la vita delle parole.

Foro Annonario, Senigallia. 8 marzo 2011.
Foto di Riccitelli Luisa. 
Dall'otto marzo 2011 al venticinque novembre dello stesso anno, la regione Marche, organizza una campagna di sensibilizzazione sulla violenza contro le donne, chiamata: Le forme della violenza, il vuoto del silenzio, la vita delle parole. 

Le forme della violenza, sono state rappresentate visivamente al Foro, come potete osservare nella foto introduttiva. Il 12 marzo, Piazza Manni a Senigallia si è riempita di  cento sagome realizzate con cartone, ad altezza naturale che rappresentano donne reali sopravvissute ad abusi e violenze, oppure morte, dipende dal colore. Quelle arancioni, hanno per sottotitolo La vita delle parole, quelle viola, incarnano il vuoto del silenzio. 

Nessuno dei passanti, per assente o distratto che sia, riesce a rimanere indifferente. La forza evocativa dell'istallazione è notevole. Ho una folla di pensieri nella testa, e mi sento come chi attraversa un luogo di dolore, che posso leggere, a mo' di didascalia, su ognuno dei cartoni. Quelle viola, dicevo, sono morte ammazzate, ed è difficile trattenere le lacrime, è difficile non pensare "potrei essere io".

Qual è, mi sono chiesta, il giorno in cui la persona con la quale vivi, ti presenta il conto, rivelandosi per ciò che è davvero? e come si reagisce alla brutta scoperta? Non me lo immagino semplice.

Quand'è che l'autocontrollo viene meno? Cosa muove una mano ad uccidere una persona "Amata"? Non riesco a capirlo. Non l'ho mai vissuta questa tentazione, neppure nei momenti di maggior rancore verso qualcuno. Fortuna, mi dico. Mi chiedo anche, cosa spinga una donna a rimanere per anni incastrata nel giogo della sottomissione, dell'umiliazione, nel dolore fisico, quando basterebbe scappare via. La risposta sta nei meccanismi psicologici generati dalla paura. Succedono cose atroci all'interno di certe pareti domestiche, e la paura è un sentimento paralizzante che si appiccica addosso a chi un giorno si sveglia e scopre che suo marito, il suo fidanzato, è regredito allo stato animale. 
Immagino che la mente vada in confusione e che riemergano memorie ancestrali circa i comportamenti remissivi delle nostre antenate, e parlo di realtà durate secoli e secoli, per altro ancora raccomandate da certe religioni che, per diverse che siano, almeno su un punto sono allineate, cioè sulla necessaria sottomissione/inferiorità della donna.

Camminando fra queste sagome ho pensato di avere avuto fortuna nella vita, nonostante tutto. 


Occorre fortuna negli incontri, ma anche e soprattutto, una buona dose di buon senso, una mente limpida e non inquinata da visioni irrealistiche. La violenza più dolorosa è evidentemente quella di natura fisica, ma anche quella psicologica ha un suo peso e pesanti conseguenze, senza contare che, quasi sempre, quest'ultima precede la prima.

L'esito più evidente, quando vieni preso a schiaffi o malmenato, è che la tua dignità "lentamente muore", come quella famosa poesia dai toni aulici, che non amo particolarmente.

Georgia O’Keeffe dipingeva fiori enormi perché voleva costringere l’occhio distratto, a portare attenzione su un particolare della natura che l'umanità si ostina ad ignorare. Allo stesso modo, queste sagome hanno materializzato, sebbene simbolicamente, qualcosa che da una parte ci sfiniscono giorno e notte via TG, sotto forma di cronaca nera e relativi show, e dall'altra ci danno l'illusione che certe cose accadono solo agli altri, lontano da noi, invece non è quasi mai così.
Anni fa in collegio a Urbino, ho visto un ragazzo che ha preso a sberle la sua ragazza con una violenza spaventosa. Era vicino alla mensa, un punto di passaggio affollato, e nessuno ha detto nulla. Lei era seduta in un angolo, spaventatissima, lui arrogante come una bestia, non temeva nessuno, anzi, si sentiva forte, e io mi sono odiata per non aver fatto niente. La verità è che avevo paura, come lei. 
Ho scoperto la manifestazione per caso, perché passavo di lì. Una signora mi ha chiesto di partecipare al reading collettivo. Di solito evito di sovraespormi, ma questa volta ho detto di si senza esitare.  Avevo tre cartelle piene di scritti fra cui scegliere, dai Promessi sposi, passando per Dante e la sua Divina commedia, o per la osannata Dacia Maraini, fino alle testimonianze di processi e fatti di cronaca, o la storia di Franca Rame.
Io ho scelto, o lei ha scelto me, non so, Dalia, di Concita De Gregorio, un racconto dal libro Malamore. Il testo mi ha catturato il cervello dalle prime righe. Il racconto narra di una ragazzina di dodici anni, venduta da sua nonna e costretta a prostituirsi. Non ci è detto il suo paese di provenienza, ma si può intuire “A voi che vivete nelle case di città sembrerà una baracca, lo so che le chiamate così le nostre case: Baracche”. Non ci è detto il nome della madre della ragazza, intuiamo solo che si prostituisce e che a un certo punto, non torna più a casa. Della nonna sappiamo che è lei il capofamiglia, sappiamo che è vecchia e che ha la pelle liscia e sana. Questa famiglia è composta da sole donne: “Mio padre non lo so chi è, non c’è mai stato un uomo a casa nostra”. Ci sono dei fratelli, ma sono ancora piccoli, ed è quasi paradossale, visto il ruolo dell’altro sesso sulla vita di Dalia e su sua madre.

Uno dei motivi per cui mi è piaciuto questo racconto è che l’autrice non cita nulla di esplicitamente sessuale. Nessun dettaglio. Dice solo: "Non c'è niente da raccontare. Era uguale ogni giorno. Orribile" e riprende verso la fine “non voglio parlare con nessuno di quello che è successo”. Eppure le sue parole raccontano molto di più di quei dettagliatissimi elenchi di pose e sevizie, che a volte confinano con un sadico voyeurismo. Lei non vuole la pietà, vuole che si ascolti la sua storia, perché potrebbe essere anche la nostra. Narra lo stato d'animo di un furto d'identità ai danni di una bambina tradita dalla nonna “...io avevo paura, ma la nonna è sempre la nonna... ed io ero la sua regina”e dai "grandi" che raccontano favole sui re e le regine, ma poi ti trattano come fossi carne da bancone, da comprare, vendere al chilo e poi macellare quando si ha fame. Quando capisce che la bellezza è per gli uomini fonte d' attrazione, Dalia approfitta di un “piccolo” incidente per imbruttirsi e smettere così di essere desiderabile. Funziona. Finalmente libera di morire o di tornarsene a casa.

Chi ha letto qualche libro che parla di disturbi alimentari, o chi l'ha vissuto di persona, noterà straordinarie associazioni psicologiche fra questi meccanismi. Abbruttire, mortificare il corpo per smettere di essere desiderati. I bulimici spesso si tagliano, si feriscono (e il recente film “il cigno nero” lo mostra in più occasioni), magari per altri motivi, ma è pur sempre un meccanismo di autodistruzione che inizia per creare un muro invalicabile fra la propria persona e il resto del mondo, cioè l'altro sesso.
Paradossalmente nel racconto, è l’autodistruzione la sola cosa che può salvare Dalia, che, come lei stessa ricorda, ha per nome, un sostantivo pensato per un fiore. Dalia a modo suo, è un'autentica forma di poesia. Pura nonostante tutto. La conosciamo a 12 anni e la salutiamo a 23, quando si pensa vecchia e brutta.
Che succederà nella sua vita quando cercherà di essere come tutti gli altri? Questo non ce lo racconta nessuno. Sappiamo solo che “ora” il capo famiglia è un maschio, il fratello quattordicenne, e non sappiamo come deciderà di comportarsi con la sorella. Sappiamo anche che lei dovrà sopportare l’evidenza che il suo corpo, nonostante tutto, conoscerà  il desiderio prima o poi, ma difficilmente sarà soddisfatto, perché nel mondo del bello inteso come valore assoluto, una donna consumata come lei, sarà costretta a grandi solitudini o forse avrà fortuna. Non si può sapere.


Leggere in pubblico, prestare la  voce a Concita De Gregorio, autrice di una storia così intensa, e trovarmi in un contesto praticamente surreale, fra spettatori di carne ed ossa e spettatori di carta viola e arancione, ha avuto su di me un effetto catartico. Ho ascoltato la mia voce uscire fuori dalle labbra e raccontare una storia, ben cosciente che non si trattava solo di una storia, ma della testimonianza di qualcosa che succede ogni giorno, in ogni angolo di mondo, anche nella nostra evoluta Italia che a volte sembra occupata a tempo pieno in una crociata tutta a ritroso, verso la regressione.

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La violenza sulle donne in Italia.
Violenza fisica.
Circa sei milioni e settecentomila  donne fra i 16 e i 70 anni hanno subito violenza fisica nel corso della vita. Cinque milioni di queste hanno subito violenza sessuale.

Violenza psicologica.
Sette milioni e centro trentaquattromila donne hanno subito o subiscono violenza psicologica.
46,7% isolamento o tentativo di isolamento
40,7% controllo
30,7% violenza economica
23,8% svalorizzazione
7,8% intimidazione

Stalking
Quattromilacentoventuno gli stalker denunciati, di cui 723 arrestati.

Le vittime sono per il 19,1% UOMINI e per l’80,1% DONNE.
Due milioni settantasette mila sono state le donne vittime di comportamenti persecutori.

Autori della violenza:
70% partner
17% conoscenti
6% estranei.

Queste statistiche parlano solo dei casi denunciati, ma bastano a capire che il peggiore dei nemici, potrebbe abitare nella nostra casa, dormire nel nostro letto o poco distante. Solo il 6% delle violenze proviene da estranei.

Riporto alla lettera un tabellone esposto durante la manifestazione:

Non è vero che... 
Non è vero che il fenomeno della violenza familiare sia limitato, invece è un fenomeno molto esteso, anche se ancora sommerso e quindi sottostimato.

Non è vero che riguardi le fasce sociali più disagiate, con reddito e livello d’istruzione basso, invece è un fenomeno trasversale che non conosce differenza di età, ricchezza e livello culturale.

Non è vero che la violenza riguardi soprattutto comunità straniere, invece è persente in ogni cultura, non solo fra gli immigrati e le minoranze.

Non è vero che sia causato da momentanee perdite di controllo, invece, nella maggior parte dei casi è un episodio di violenza premeditato.

Non è vero che “le vittime avranno fatto qualcosa per meritarselo”, invece il ricorso alla violenza verso il proprio partner non può essere giustificato da alcun tipo di comportamento.

Non è vero che alle donne che subiscono violenza piace essere picchiate, altrimenti se ne andrebbero di casa, invece è difficile per le donne interrompere la situazione di violenza per paura, dipendenza economica, isolamento, riprovazione sociale.

Non è vero che gli uomini violenti siano alcolisti, tossicodipendenti, o individui con problemi psichiatrici, invece è solo un modo per allontanare il problema, confinandolo in casi particolari che riguardano gli altri, un modo per trovare agli abusi una giustificazione che non hanno.

Non è vero che la violenza sessuale sia per la maggior parte dei casi compiuta da estranei, invece è più spesso compiuta da familiari e conoscenti.

Non è vero che “i panni sporchi si lavano in casa”, invece è fondamentale che le violenze vengano alla luce e che le donne cerchino aiuti esterni.
E fra questi aiuti esterni ci sono varie soluzioni, fra cui case di accoglienza.

Questi i punti di riferimento per chi avesse bisogno di aiuto o informazioni più dettagliate:

http://www.lagemma.org/ Presso la città di Ancona.

E mail: casarifugio@lagemma.org
Tel: 071/ 2075383
Cell: 335/ 7681975


Associazione delle donne e Giustizia – Via Cialdini n 24/A Ancona. 
N° verde 80032810
Tel 071/205376

E mail: donne.giustizia@libero.it

Pesaro:
Parla con noi - Via Diaz n° 10 (merc. Ore 8:30-12:30) (Giovedi. Ore 16:00-18:00)
Tel: 0721-639014

www.eurogiovani.provincia.it
E mail: parlaconnoi@provincia.ps.it
http://www.laprovinciadelledonne.it/.

Macerata:
Centro SOS donna –Piazza Veneto 14 (S Giovanni) (merc-giov Ore 15:00-18:00)
Tel: 0733/1990133

E mail: sosdonna@provincia.mc.it

Fermo:
Sant’Elpidio a mare. Piazza marconi 14

N° verde: 800215809 (24 ore su 24)

E mail: percorsidonna@ontheroadonlus.it


Ascoli Piceno:
Consultorio ASUR –Via Torino 4
Merc ore 16:30/ 18:30
N° verde: 800021314 (24 ore su 24)
Tel: 0736/358915 (orario sportello)

E mail: centroviolenza.ap@alice.it



San Benedetto del Tronto
Distretto sanitario Asur 12-via Romagna 7
N° verde 800021314 (24 ore su 24)

E Mail centroantiviolenza.ap@alice.it



Altri link di riferimento:
http://www.regione.marche.it/
http://www.pariopportunità.regione.marche.it/
http://www.donne.marche.it/
http://www.pariopportunità.marche.it/



Luisa