mercoledì 22 dicembre 2010

"C'era una volta Babbo Natale"

Il post che segue è la riproposizione di una nota che ho scritto l'anno scorso a Natale, per ricordare mio padre che, per la prima volta da che sto sulla terra, non ha potuto essere con noi perché avvolto dal mistero che riguarda tutti, ma che lui ha già sperimentato, il fine vita.

Diceva sempre che "siccome nessuno è mai tornato indietro, allora non si starà così male", pur senza conoscere Vasco Rossi "Quanta gente è convinta che ci sia nell'aldilà, qualche cosa, chissà, quanta gente comunque ci sarà, che si accontenterà....". Uno spirito rock, a sua insaputa.
Mi ha fatto strano rileggere quello che ho scritto. Ci ho visto una specie di sovraesposizione. Troppo personale, senza dubbio. Se il tema fosse un altro, qualsiasi altro, avrei cancellato la nota, ma sono dentro le mie "stanze" e mi piace pensare che ci sia anche mio padre.
À chacun son père noël.
Non so perché lo dico in francese. Anzi si, ma non sto a spiegarlo. Questo è il mio primo Natale senza un “babbo” come si dice a Senigallia. Da me in Abruzzo si chiama “papà”, e in ogni caso non ci sarà. La sua assenza mi riporta a ricordi lontani. Un esempio su tutti, quando tornava dalla Germania a Natale e per regalo mi portava cioccolato a forma di albero di Natale o di coniglio gigante. Era come un rito, e io ne ero contenta, non per il cioccolato in sé, ma per l’idea che quel regalo per arrivare a me dovesse fare così tanta strada. Ho sempre avuto la sincope da viaggiatore anche quando non lo sapevo. Oggi so che questa "patologia" me l’ha trasmessa mio padre, in una specie di “all inclusive” genetico… carattere difficile, orsaggine a prova di brevetto, capelli ultra sottili e liscissimi a dispetto del mio cognome (che su di me pare una beffa), una tagliente ironia, quasi sarcasmo, e anche la capacità di ridere e divertire gli altri. Infine, questa cosa, la sindrome del pastore errante dell’Asia, come la poesia di Leopardi (che mi ha salvato letteralmente da sicura bocciatura alle superiori). Mio padre, il padre di mio padre, i suoi tre fratelli e la sua unica sorella femmina sono stati tutti viaggiatori, emigranti per l’esattezza, di quelli che si portano la terra d'origine nel cuore, ma la lasciano per sempre, senza possibilità di tornare indietro. I suoi fratelli sono finiti in America (centrale/latina) e lì sono morti. Mio padre invece, dopo aver tentato come loro le vie di Colombo, ha scelto la Germania, ma lui alla fine è tornato indietro e da casa non si e più mosso negli ultimi anni, forse per riprendersi quel che poteva della lunga assenza. Il suo ritorno non è stato rose e fiori. Troppo uguali per non scontrarci. Sono iniziate così le grandi distanze, la guerra fredda, un’aperta ostilità.
Le distanze fra noi sono sempre esistite, ma senza la scusa dei chilometri che stavano fra casa mia e la Germania, mi pesavano un sacco di più. Il cioccolato a Natale non è più arrivato, comunque c’era lui e forse, la speranza di rimediare, prima o poi. Forse “poi” è accaduto davvero di rimediare, ma è stato lui a superare certi limiti e a venirmi incontro. Era il periodo del mio viaggio a Londra. Forse si è riconosciuto in quel gesto, e ha apprezzato che ripercorressi i suoi sentieri per quanto geograficamente lontani, e credo gli sia dispiaciuto vedermi tornare così in fretta. Sapeva meglio di me che i viaggi hanno senso solo se durano una vita. Lo penso sempre di più. Il mio viaggio allora mi ha ridato un padre che da un giorno all’altro ha cominciato a interessarsi ad alta voce alla mia vita e ai miei progetti, un padre “normale” che alla fine mi aiutava.
Il mio Natale quest’anno sarà triste, difficile da sopportare, noioso da festeggiare. Vorrei sparire dal mondo utile per tutto il tempo delle abbuffate e viaggiare nello spazio se solo si potesse, questo perché il mio babbo Natale non è qui. Mi chiedo di continuo dove sia finito, se davvero è tutto finito. Secondo le leggi di Dio a quest’ora sta in cielo ed è tutta una goduria. Secondo il mondo del marketing si prende un caffè con Bonolis e Clooney in uno stato di celestiale serenità. Poi ci sarebbe il “secondo me” che prescinde ogni insegnamento dottrinale e commerciale. Il mio istinto, oltre all’insieme di dati raccolti qua e la per tutta la vita, mi suggerisce un'altra soluzione, molto meno allettante, più “naturale” temo.
Quando guardo in alto vedo azzurro, grigio o giallo, dipende dal tempo… quando guardo a terra vedo verde, grigio o altro, dipende anche li... in generale la terra come concetto mi rimane difficile da gestire. Preferisco il mare o il cielo, ma è sulla terra che cammino, è qui che vivo, e per quel che ne so, è qui che morirò. Mio padre allora? La mia mente lo immagina custodito in uno spazio senz’aria, in un gioco di scatole cinesi fatte di ferro, legno, cemento, marmo e fiori - in ordine di costrizione - e sopra, cioè dove lui non può accedere, c’è il cielo, che io ho ancora il privilegio di poter vedere. Forse non a caso ora più che mai, passo più tempo con la testa per aria che a terra, fra i miei simili.
Il fatto che lui non ci sarà a Natale, come poi a pasqua o a ferragosto, somiglia a uno di quei tratti disegnati sulle cartine geografiche, un confine naturale fra prima e dopo. Prima ero io, e ora sono io. Nulla è cambiato, eppure tutto è cambiato. Penso cose che ho sempre pensato, ma con un’ onestà che prima camuffavo, che a volte reprimevo per non sentire troppo peso addosso. Volendo trovarci una logica ad ogni costo, potrebbe significare che prima o poi, mi piaccia o no, dovrò riprendere il viaggio, e non solo in termini spaziali. Dovrò tornare a sbattere addosso alle persone, dovrò riprendere dozzine di dialoghi sepolti o abbandonati, dovrò lasciare il nido di fogli che mi sono cucita addosso...
La mia natura, se non l’avessi costretta con impossibili busti cinesi, era destinata a un contesto più concreto, mi sogno volentieri artigiana: Creta, olii, gessi, matite, acquaragia, odori impossibili e materia, questa era la mia inclinazione naturale. Una vita fatta di soli pensieri a volte mi stacca da terra e mi porta troppo lontano rispetto a quello che mi smuove le vene. Questi anni di violentissima e tutto sommato inutile autocostrizione, mi hanno disegnato addosso un’ ennesima linea geografica, quella dei miei limiti. Mi consola sapere che tutti, proprio tutti ne hanno una, mi diverte che alcuni non lo sospettino nemmeno, e quando penso che ho sbagliato ogni singola scelta importante, poi realizzo che non è vero, che tutto ha un senso, non fosse altro che perché niente ha veramente senso, se il senso ultimo è di finire inscatolati come sardine.
Tentata da discorsi immensi e immensamente banali come “la vita” concludo che ho capito la sua essenza (o meglio, la mia essenza) solo quando ho visto svanire il respiro di chi ha dato inizio al mio mondo. Mio padre senz’anima su quel letto è stato il minuto più pesante e grave di tutta la mia esistenza. L’ho fissato per tutto il tempo, con una curiosità a tratti morbosa e definitiva. Ho pensato per un attimo a “21 grammi” il film più a tema che mi venisse in mente e ho trovato sbalorditivo che riuscissi a pensare ad un film, alle cose di tutti i giorni. Ho toccato la sua pelle ancor calda, ho stretto la sua mano forse per la prima volta in trentotto anni di vita, e l’ho tenuta stretta, molto stretta alla mia per più di un ora, fin quasi all’atrofia, chiedendomi per che cazzo di motivo una cosa tanto semplice e ovvia non fosse successa mai, nemmeno una volta prima di questo momento che è l’equivalente di un qualsiasi “troppo tardi” visto che lui non c’è più. Non conta quanto ci abbia riflettuto prima, la teoria è niente rispetto a quel secondo che da solo basta a fare luce in tutta la sua banale evidenza su cose che mi sembravano chissà quanto complesse. Si vive e si muore, si respira e poi si smette di respirare, si vede e poi si smette di vedere. Alla luce di questa ovvietà, tantissimi falsi miti sociali/commerciali mi sono ancora più insopportabili, soprattutto quando capisco che ce li ho addosso un po’ come tutti.
Al di la di ogni cosa, sono sempre io, ma ho perso l’ assoluto, che era la mia maggiore tentazione. Oggi sono relativa e forse, “relativamente” migliore, con meno manfrine in testa, e un principio di disillusione che trasforma un po’ la volta le mie grandi aspettative in anni di “vani palpiti” e “vane speranze” come scriveva la poetessa che ho letto fino a solcarne le righe.
La mente pensa cose mai pensate prima, e ha il coraggio forse un po’ ingenuo di andarle a raccontare a qualcuno a volte, nell’illusione che anche ad altri sia evidente quel nuovo sentiero che mi separa la testa in due, e che invece è cosa mia, nient’altro che mia. Di nuovo sulla terra di nessuno. Sono sempre io, e non sarò mai più io. Ora mi sò mortale.
Tutto quello che prima conoscevo a livello razionale, oggi mi scorre nelle vene e mi percorre il corpo dalla testa ai piedi per tutto il giorno, senza tregua. Se c’è un effetto collaterale è che la mia vita ora è piena di urgenze. Tutto quello che fino a ieri poteva aspettare ora mi tira i capelli, mi tormenta come un ossessione, tanto che mi stupisce di non essere ancora esplosa, stile Hiroshima. Non penso al futuro. Ha smesso di essere una priorità diversi anni fa, e ora men che meno, oggi ho il presente, e da qui la percezione del tutto cambia in modo immenso. Ho reagito in maniera atipica all’ultimo viaggio del mio babbo.
Di lì a poco sono partita anch’io, ma l’ho fatto come piaceva a lui, con una valigia in mano. Sono andata a Parigi perché solo li avrei potuto andare, e se mai una scelta fu quella giusta, questa lo è stata, non una ma due volte, una scelta sempre fra le più giuste per me. Amo questa città in cui ogni angolo attraversato è stato l’occasione per restituire vita propria ad anni di studio a tratti atrofizzante, a vite vissute che tornavano dal nulla e mi facevano compagnia. Ho salutato amici nei luoghi più impensati (i cimiteri per esempio) fra Truffaut, Baudelaire e diversi altri in cerca di un pensiero là dove riposa il corpo di chi con la parola o con l’immagine ha saputo raccontare cose che molti sentono ancora come proprie, ma che pochi saprebbero esprimere in quei termini. Mi vergogno un po’ per questo, ma Parigi mi è servita per tornare sulla terra, per ritrovare qualche traccia del bonheur che è l’essenza della grand ville. Sono stata quasi bene. Ho avuto la terribile indelicatezza di essere egoista. Forse per questo mi sono un po’ ammalata, per bilanciare il tutto. Poi una volta tornata al solito purgatorio (dice bene Ligabue, quello è un posto che uno si sceglie) mi è capitata una stravaganza e come ogni persona ingenua mi piace pensare che me l’abbia mandata mio padre per non farmi annegare. Una specie di angelo, senza un corpo vero, senza una vita propria. Lo posso riassumere in una specie di magnifica idea, che mi salva dal precipizio almeno una volta al giorno senza averne la minima idea visto che all’occorrenza, sono brava a recitare. Come ho già detto, penso cose che prima uccidevo sul nascere e non so dove tutto questo mi porterà. Sarà di certo un diverso vagare.
Dopo tanto parlare a ruota libera, non ho troppo da aggiungere. Non c’è morale, non c’è messaggio alcuno, solo un lungo fluttuare in luoghi lontani, forse inopportuno, troppo personale. Ma sono sempre stata così. Non riesco ad essere gelosa dei miei pensieri, ma solo perché non penso che condividerli li sminuisca.

L'immagine qui sopra è di Talani. Si legge male, così riscrivo il contenuto:

"Viaggiare di notte è sempre più bello, specie se è una notte blu e hai indosso un cappotto blu, ma di quelli caldi e pesanti, di quelli buoni. Se poi anche i tuoi occhi brillano ti puoi confondere con il cielo e le stelle."
La canzone per l'occasione, è "Mandaci una cartolina" di Carmen Consoli, per le mille affinità del caso. Mandaci una cartolina, link alla canzone.


Luisa.

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