martedì 11 ottobre 2011

"Talor, mentre cammino per le strade" di Camillo Sbarbaro

Dipinto di Roberto Faiola.

Talor, mentre cammino per le strade
della città tumultuosa solo,
mi dimentico il mio destino d'essere
uomo tra gli altri, e, come smemorato,
anzi tratto fuor di me stesso, guardo
la gente con aperti estranei occhi.


M'occupa allora un puerile, un vago
senso di sofferenza ed ansietà
come per mano che mi opprima il cuore.
Fronti calve di vecchi, inconsapevoli
occhi di bimbi, facce consuete
di nati a faticare e a riprodursi,
facce volpine stupide beate,
facce ambigue di preti, pitturate
facce di meretrici, entro il cervello
mi s'imprimono dolorosamente.
E conosco l'inganno pel qual vivono,
il dolore che mise quella piega
sul loro labbro, le speranze sempre
deluse,
e l'inutilità della loro vita
amara e il lor destino ultimo, il buio.


Ché ciascuno di loro porta seco
la condanna d'esistere: ma vanno
dimentichi di ciò e di tutto, ognuno
occupato dall'attimo che passa,
distratto dal suo vizio prediletto.


Provo un disagio simile a chi veda
inseguire farfalle lungo l'orlo
d'un precipizio, od una compagnia
di strani condannati sorridenti.
E se poco ciò dura, io veramente
in quell'attimo dentro m'impauro
a vedere che gli uomini son tanti.

Da "Pianissimo" raccolta poetica del 1914



Camillo Sbarbaro.

Con Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Piero Jahier, Aldo Palazzeschi, Arturo Onofri, Dino Campana e Clemente Rebora,  Camillo Sbarbaro viene definito un "Vociano", dunque uno scrittore che ha avuto legami con la nota rivista "La voce", caratterizzata da: 
  •  Interessi multiformi che spaziano dalla letteratura all'economia
  •  Un numero considerevole di collaboratori dalle vite particolarmente intense e a tratti dolorose (Pensiamo a Dino Campana, che muore in un ospedale psichiatrico!) 
Intento primario della rivista è di rompere col passato, con la cultura tradizionale accedemica, e in questo è aiutata da costanti  contatti con la cultura europea, da cui il suo ruolo di perno nodale del rinnovamento italiano nel primo novecento, all'alba del primo conflitto mondiale.

Chi è Camillo Sbarbaro?
Uno scrittore riservato, solitario, poco amante della vita mondana. Vive buona parte della sua vita nella sua terra natia, cioè la Liguria (Nasce a Santa Margherita Ligure nel 1888 e muore a Spotorno nel 1967, all'età di 79 anni), dirà infatti "I migliori viaggi si fanno a un tavolo d'osteria"
Insegnante, studioso di letteratura, traduttore, ricercatore naturalista all'insenga del suo amore per la natura, che è la sua unica fonte di consolazione. 

"PIANISSIMO" 1914: Raccolta di liriche in cui l'autore testimonia la crisi filosofica e morale del primo novecento.    
Qui esprime il vuoto e il disorientamento in cui si è trovato l'uomo perché ogni certezza è venuta meno, e perché trova impossibile instaurare rapporti autentici con gli altri e con la realtà.
La Coscienza, la conosapevolezza della sua condizione non lo porta all'autocommiserazione né all'autocompiacimento, semplicemente, si rassegna e diventa insensibile di fronte alle gioie e ai dolori che caratterizzano la vita.
Il mondo è un grande deserto dove non si  può fare altro che contemplare la propria arida esistenza, dirà l'autore.
"Spaesato e stupefatto, Sbarbato passa tra gli uomini che non comprende, tra la vita che lo sopravanza e gli sfugge" dice Eugenio Montale parlando del suo amico.  
Questo stato d'animo cupo è sintomatico di un paese che si prepara alla prima guerra mondiale (la raccolta è infatti del 1914).

"RIMANENZE" 1955 è una raccolta di liriche scritte fra 1921 e 1932, in cui si denota una  maggiora apertura verso la vita. Qui la sua poesia diventa più distesa e musicale e il linguaggio si fa più complesso e sfumato. 

"TRUCIOLI" 1948 è una raccolta di opere in prosa, successive alla stagione di "pianissimo". Si tratta di prose brevi dal carattere frammentario come suggerisce il titolo: La realtà sfugge all'uomo nel suo significato e di essa è possibile cogliere solo alcune rapide impressioni.
Seguono:
LIQUIDAZIONE, 1928
FUOCHI FATUI, 1956
SCAMPOLI, 1960
GOCCE, 1963
QUISQUILIE, 1967
Tutti titoli che, sempre, sottolineano il carattere marginale, frammentario, provvisorio di questa scrittura.

Infine, nel contesto "vociano" che ho sopra citato:
Campana ha privilegiato il valore evocativo delle parole,
Rebora ottiene con le parole effetti quasi espressionistici e Sbarbato, si affida a un linguaggio essenziale e nello stesso tempo limpido e concreto, dando vita a una sommessa musicalità.
  

4 commenti:

  1. molto bella. più che poesia sembra prosa.. è un tema che mi colpisce molto e che sento molto vicino quello dell'estraneazione dal mondo circostanze, quel cogliere l'affanno di vivere di chi ci circonda per dire poi: ma per che cosa si agitano tanto?

    "l'inganno pel qual vivono,
    il dolore che mise quella piega
    sul loro labbro, le speranze sempre
    deluse,
    e l'inutilità della loro vita
    amara e il lor destino ultimo, il buio."

    non conoscevo questo poeta, mi sono andato un po' a documentare brevemente :)
    ciao
    orlando

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  2. Grazie Orlando,
    Io stessa l'ho scoperto di recente grazie a un conoscente, anzi no, non proprio conoscente, ma non importa. Ho pensato di proporlo sulle stanze per la bellezza dei versi, e in omaggio agli incontri casuali che a volte ti portano regali inattesi, anche se dura il tempo che dura. Ho aggiunto qualche elemento sulla vita e le opere dell'autore, ma ho anche aggiunto allegati che possono approfondire ulteriormente l'argomento perché io, come te, purtroppo non ne so moltissimo.
    Luisa.

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  3. Ho bisogno delle figure retoriche aiutooo

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  4. Non so bene come aiutarti. Detto così è un po' vago!!

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