lunedì 10 settembre 2012

Marilyn legge "Ulysse" e Melchiori legge Marilyn.

Norma Jane Backer in arte:
Marilyn Monroe.
1926-1962 -36 anni-
Foto di
Eve Arnold. 


La foto che ho scelto per questo post, è stata oggetto di analisi critica in merito allo stile di scrittura di James Joyce, e mi pare un caso di interessante commistione di arti: Foto, critica e letteratura racchiuse in un semplice scatto. 
Approfitto dell'occasione per commemorare la star americana, a 50 anni dalla sua scomparsa (5 agosto 1962). Evito di raccontare gli aneddoti della sua vita, che sono noti un po' a tutti. 


" Joyce, il mestiere dello scrittore"
Giorgio Melchiori
Einaudi edizioni 

Questa la riflessione su Marilyn, e la trascrivo senza alcuna omissione:
-Marilyn scrive "Ulisse" - Pag 9- 

Più di un quarto di secolo fa Eve Arnold fece uno straordinario "Servizio" fotografico su una figura mitica del nostro tempo, un'altra incarnazione della divinità come artista, anzi la diva per eccellenza, Marilyn Monroe. Nella più splendida di queste foto a colori, Marylin se ne sta seduta, in shorts, su una di quelle giostre che si trovano nei parchi giochi per bambini, intenta a leggere un grosso libro. Il libro è l'Ulisse di Joyce, se non sbaglio nella seconda edizione parigina della Shakespeare & Company. 
Da come il libro è aperto si vede che sta leggendo l'ultimo episodio, Penelope, il famoso monologo interiore, il flusso di coscienza di di Molly Bloom. 
Quel che colpisce è l'espressione sul volto della Monroe: Una concentrazione, una perplessità infantile. 
Sta traducendo -traducendo il flusso di parole allusivo, senza punteggiatura, di Molly Bloom nel linguaggio della sua esperienza personale, o piuttosto sta provando il linguaggio di Molly come se fosse uno dei linguaggi di Marilyn. 
Come qualunque lettore dell'opera di Joyce, non si sta appropriando di un'esperienza linguistica altrui, ma la sta creando, riscrive ad ogni lettura, il libro di Joyce. 
Il lettore come scrittore, è questa l'intuizione fondamentale di Joyce. E' per questo che, assai per tempo, egli sentì che doveva usare la lingua del destinatario anziché la propria
E' un modo di sentire che si rivela dapprima a livello pratico: volendo esprimere la sua ammirazione per Ibsen, il giovane Joyce imparò il norvegese per scrivergli una lettera. 
Il fatto che l'espressione linguistica è governata non dal parlante ma dal destinatario diviene una regola assoluta non appena Joyce lascia l'Irlanda."
James Joyce 
Dublino 1882- Zurigo 1941 -59 anni- 
Quindi, in sostanza, lo scrittore espone la sua visione del mondo in un'opera d'arte, e per farlo, si affida a metafore, a messaggi sottintesi, a un lessico più o meno complesso. Poi affida il suo lavoro nelle mani del lettore il quale, leggendo, deve tradurre a sua volta il pensiero dell'autore e riscriverlo in base alle proprie conoscenze della vita. Quindi potrà cogliere oppure no le metafore e il non detto di quel che legge. Potrà proiettarci le sue percezioni dell'esistenza, potrà stravolgere il significato di un testo, cucendogli addosso un significato che risponde alle sue esigenze, non a quelle dello scrittore. 
Morale, da Babele in poi, siamo stati condannati all'ambiguità della lingua, e la traduzione è un mestiere dal quale non possiamo tirarci indietro se vogliamo capire. Marilyn col suo sguardo infantile, concentrato, quasi confuso, e di certo, molto diverso da quello che di solito le abbiamo visto addosso, rende bene il senso della fatica che deriva da alcune "Traduzioni". 
Morale della morale... non sta scritto da nessuna parte che tutto debba essere semplice. 


Auguste Rodin 
Parigi 1840-Meudon 1917

In questo link, parlo di "Au lecteur", una poesia di Baudelaire molto importante perché, come la porta dell'inferno di Rodin, ci introduce ai Fiori del Male. 
Con un discreto anticipo rispetto a Joyce, Baudelaire affronta la tematica della reciprocità nel rapporto scrittore-lettore, nella poesia in cui considera il suo lettore un suo simile, un fratello, ma anche un ipocrita. E' finito infatti il tempo del "Candido lettore", disposto a credere ciecamente, ed acriticamente, a tutto quel che legge. I fiori, prima di Baudelaire erano oggetti sinonimo del "Bello". Dopo di lui sono diventati il mestiere di un alchimista che trasforma fango in poesia, ed estrae fiori - cioè bellezza- dal male. Da cui il titolo "I fiori del male". 

@Luisa 



2 commenti:

  1. ci sono alcuni classici che mi mancano, nel senso che non li ho ancora letti, come l'Ulisse di Joyce, per il quale ho sempre provato un profondo timore riverenziale.. oggi penso di avere la maturità giusta per affrontare libri così complessi e mi sono rimesso in moto per colmare certe lacune. Il bello di questa letteratura è che ogni lettore affronta e introietta l'opera in modo diverso, ci prende in prestito, spesso, ciò che gli serve in quel momento o coglie degli aspetti perché in quel momento è predisposto a coglierli.
    o.

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  2. Ti capisco, mi succede spesso (PROUST... non so come prenderlo. L'istinto mi dice "Lascia stare" ma non potrò ascoltarlo ancora per molto).
    Joyce all'inizio l'ho odiato, perché mi è stato imposto all'università da un professore molto puntiglioso, e mi faceva terrore. Io ho studiato soprattutto Dubliners, e con le dovute critiche, ho scoperto un mondo che non ho più lasciato.
    La critica, per autori di questo livello, può aiutare a capire meglio dei concetti che altrimenti si perderebbero. Quella che ho indicato è consigliabile perché Melchiori ha la bontà, molto rara fra i critici, di condividere il suo sapere senza che ti venga da odiarlo perché scrive austroungarico.

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