lunedì 3 maggio 2010

L'héautontimorouménos.

Di Charles Baudelaire                                        
                                                                                        A J.G.F
Ti colpirò senza collera
né odio, come un macellaio,
come Mosé la roccia!
e farò della tua palpebra

Per abbeverare il mio Sahara
(farò) sgorgare le acque della sofferenza. 
Il mio desiderio gonfio di speranza
nuoterà sulle tue lacrime salate 

Come un vascello che prende il largo!
E il mio cuore, che essi (i singhiozzi) ubriacheranno
i tuoi cari singhiozzi echeggeranno
come un tamburo che batte la carica!

Non sono io forse un falso accordo
nella divina sinfonia,
grazie all'Ironia vorace
che mi scuote e morde?

Sta nella mia voce la strillona!
E' tutto il mio sangue, quel nero veleno!
Sono lo specchio sinistro
in cui  la megera si guarda!

Sono la piaga e il coltello!
Sono lo schiaffo e la guancia!
Sono le membra e la ruota,
la vittima e il carnefice!

Sono il vampiro del mio cuore,
-uno di quei grandi abbandonati,
condannati al riso eterno
e che non possono più sorridere!


Terzultima poesia della prima sezione (Spleen et idéal) de "I fiori del male", non una raccolta poetica, ma un libro, come  il poeta stesso ha più volte precisato visto che ogni componimento è del tutto autonomo rispetto agli altri eppure, la lettura delle poesie nel loro insieme, restituisce una fitta rete di interconnessioni tematiche che fanno dei Fiori, un'opera unica e moderna. Moderna anche perché si sforza di cercare il bello lungo le strade della città, sostanzialmente assente nei versi dei suoi coetanei, e non disdegna di rendere poetica persino la fuliggine che sale lungo i muri, sporcandoli (Paysage), o i lavori in corso in zona Louvre (Le cygne) nel 1859 (Ne ho parlato qui...).

Il titolo della poesia, lungo ed in qualche modo "esotico", deriva da una commedia di Terenzio che egli riprende  per fini poetici. E' un nome greco, riportato in latino, che evoca "difficoltà" di comprensione ed estraniamento rispetto al tema, non immediatamente comprensibile.
L'uso di una lingua "straniera", o non parlata, mi fa pensare alla dedica di Stendhal agli "happy few" che avrebbero colto il valore del suo romanzo: "La certosa di Parma". A questi happy few il compito di comprendere una... lingua diversa.
Baudelaire allo stesso modo, sottotitolando "Spleen et idéal" la prima sezione dei Fiori, compie  una scelta simile a quella di Stendhal. "Spleen" è infatti un termine inglese che, nel secolo precedente, Diderot aveva usato, francesizzandolo. Parlava infatti di "spline" per descrivere il fenomeno preoccupante che portava tantissimi giovani al suicidio, apparentemente senza che ci fossero ragioni sostanziali per farlo.
Baudelaire assume quel termine per farne la controparte dell'Idéal, che per definizione, è collocabile ...in alto, diciamo così. Lo spleen confina con l'impossibile, con l'angoscia, con la perdita della speranza, con la fine del giorno, con gli eterni pomeriggi. Spleen è la sintesi della cappa che, come un coperchio, schiaccia l'umanità, impossibilitata a difendersi (il quarto Spleen della sezione uno). I vari motivi del tutto, sono illustrati nel libro, nei fiori; fiori (dunque bellezza) estratti dal male (dunque moralità) e il meccanismo di "estrazione" possiamo rimandarlo al mestiere antico ed impreciso dell'alchimista, che si proponeva di estrarre oro dal ferro (In uno dei progetti di prefazione successivi al processo del 1857, egli scrive, rivolgendosi a Parigi "Tu mi hai dato del fango, io ne ho fatto oro"). Nei fiori accadono alchimie inverse. La poesia appena precedente a questa, si intitola: "Alchimia del dolore" ed, in quanto tale,  non genera ricchezza, felicità, benessere.
Il motivo di questa scelta poetica? uno dei tanti possibili è che: La coscienza è nel male. (La coscience dans le mal, ultimo verso de: L'irrémédiable, la poesia che segue a l'héautontimoruménos.) Il poeta, portatore mal-sano di una terribile moralità, chiede al lettore di smettere di essere candido, e di diventare "mon semblable, mon frère", cioè suo simile, suo fratello (Au lecteur). Nietzsche disse a proposito di Emile Zola "Ci ha resi più cinici, ma più franchi". Questo pensiero mi sembra estendibile anche al creatore dei fiori e relative "terribili moralità".


Il titolo, dicevamo, significa in francese: Soi même, punir. (Punire se stessi).
L'opera di Terenzio parla di un vecchio padre che si punisce per aver rimproverato il figlio, costringendolo a lasciare casa. Il tema è dunque incentrato sui difficili rapporti fra vecchie e nuove generazioni, che Baudelaire ha vissuto sulla sua pelle  dopo la morte del padre, quando sua madre si è risposata col Generale Aupick, emblema di tutto ciò che egli odierà di più al mondo.
Occorre precisare però che nella poesia egli sfrutta il titolo in senso lato rispetto a Terenzio. Baudelaire sembra voler parlare di qualcuno che si trovi nella situazione di infliggersi un'autopunizione.
La poesia evoca per tramite del titolo, un'essenza teatrale, fatta di finzione scenica, di esigenze di copione, ma evoca anche un dialogo interiore del poeta fra sé e sé (come già era successo in "Orrore simpatico") che dovrebbe essere in qualche modo, l'antitesi del teatro e della sceneggiatura.

La dedica, a J.J.F. non è mai stata identificata.
La si ritrova anche nei Paradisi artificiali e forse è solo un riferimento simbolico, generale. Alcuni pensano sia per Jeanne Duval, la creola che, fra alti e bassi, è stata sua compagna di vita fino alla fine dei suoi giorni, dunque sarebbe "Jeanne Jeune Femme" ma non sono che ipotesi.

La poesia è focalizzata sul rapporto dell'uomo col suo doppio, allo specchio, sul perenne alternarsi di un irriducibile dualismo del suo essere, fra vittima e carnefice. Quell'uomo però, non è poi così "qualunque", è di se stesso che parla, la poesia è dunque estremamente personale, eppure, universale.

1
Je te frapperai sans colère   
Et sans haine, comme un boucher,
Comme Moïse le rocher  (enjambement, che taglia la frase in due) 
Et je ferai de ta paupière,

Ti colpirò senza collera
né odio, come un macellaio,
come Mosé (con) la roccia!
e farò dalla tua palpebra 

L'azione consiste dunque nel "frapper" (colpire), qualcuno, fargli del male, e questa intenzione genera metafore e comparazioni interessanti. ("comme").
Di solito, se una persona arriva a colpire, a picchiare qualcuno, è perché l'istinto ha il sopravvento sulla ragione, perché l'odio e la collera sono più forti di ogni altra pulsione, quindi sembra strano che si abbia desiderio di colpire qualcuno ... senza collera né odio! E in che modo intende farlo? Come un macellaio, che di mestiere taglia carne, ma anche come Mosé sulla roccia, dunque in modo mistico, e così facendo mette sullo stesso piano un anonimo macellaio con un capo carismatico del popolo di Dio. (Nell'episodio biblico di riferimento, Mosé, che rischia la lapidazione dal suo popolo assetato e furioso, batte il bastone sulla roccia, su consiglio di Dio, e da essa, miracolosamente scaturisce acqua. Esodo 17,1-7.)
Allo stesso modo di Mosé, il poeta batte sulla palpebra, e l'esito è che da questa, usciranno lacrime di dolore. Acqua che non genera benessere duqnue. (di nuovo, un'alchimia al contrario).

2
Pour abreuver mon Saharah
Jaillir (sgorgare) les eaux de la souffrance.
Mon désir gonflé d'espérance
Sur tes pleurs salés nagera
                                                                              
Per abbeverare il mio Saharah 
(farò) sgorgare le acque della sofferenza.
Il mio desiderio gonfio di speranza
nuoterà sulle tue lacrime salate.

Queste acque sgorganti dall'occhio che piange, gonfieranno il desiderio di speranza. I soggetti sembrano essere due "mon" e "ton", ma il poeta ci racconta, come abbiamo visto, un monologo interiore fra sé e sé, dunque "mon" e "ton" sono di fatto la stessa persona, e quindi ci è narrato un gesto masochista, derivante da Leopold Von Sacher Masoch, riassumibile nell'atto di infliggere un tormento a se stessi, che aumenta con l'aumentare dell'energia con cui ci colpisce..."l'altro". (Se stesso, punire... il titolo!) 

3
Comme un vaisseau qui prend le large!
Et dans mon coeur qu'ils soûleront (verbo: ubriacare) 
Tes chers sanglots retentiront (verbo: echeggiare) 
Comme un tambour qui bat la charge!



Come un vascello che prende il largo! 
E nel mio cuore che essi (i singhiozzi) ubriacheranno
i tuoi cari singhiozzi echeggeranno
come un tamburo che batte la carica! 

Il desiderio diventa qui un battello di guerra che prende il largo su un mare di lacrime (l'acqua salata non placa la sete, ma l'accresce). I singhiozzi incitano ad aumentare il vigore della vendetta, e questo è un tipico elemento sadico: Le lacrime dell'altro creano compassione e al contempo rafforzano la violenza che gli si infligge. 
Cuore e tamburo battono entrambi. Il cuore lo fa in modo attivo, il tamburo invece, va percosso... ancora una volta masochismo e sadismo si incrociano nel ruolo attivo e passivo della sofferenza. 

Queste prime 3 strofe sono molto discordanti. Da una parte vediamo la loro unità di natura ritmica, quasi musicale, dall’altra la sintassi del discorso. 
                                                                            
4
Ne suis-je pas un faux accord
Dans la divine symphonie,
Grâce à la vorace Ironie
Qui me secoue et qui me mord?



Non sono io un falso accordo
nella divina sinfonia,
grazie all'Ironia vorace
che mi scuote e morde?

Qui il poeta parla a se stesso.  Nelle prime tre strofe, i "come" moltiplicano/frammentano le figure del soggetto lirico. Però col tamburo che batte la carica ed il falso accordo (che qualifica il poeta), si torna all'IO
Cosa si intende per "divina sinfonia"? 
Sinfonia: insieme armonioso di suoni e voci.
Divino: enfatizza la perfezione di questi accordi, e la “sacralità” che si deve a ciò che è divino!
Ironia: Personificazione di una divinità verso la quale il poeta dovrebbe essere riconoscente “grazie a…” Ma essa: Me secue (mi scuote) et me mord!

Che rapporto ha il poeta con l'ironia? 
"Ironia" è una parola greca e significa "dissimulazione, finzione nel linguaggio". E' una figura retorica del discorso che permette di dire una cosa e intenderne un'altra, e ciò ci riconduce alla struttura dualistica del linguaggio (significato-significante), e del linguaggio/pensiero. 
Nella poesia V : "J'aime le souvenir de ces époques nues" (Amo il ricordo di quelle epoche nude) Il poeta afferma di amare le epoche del passato remoto dell'umanità, un tempo in cui l'ironia, quindi la dissonanza del linguaggio, non aveva motivo di essere perché l'uomo viveva in una condizione di estrema armonia. 
Nella poesia "L'alchimia del dolore", trasformare l'oro in ferro, equivale per forza di cose ad un'operazione ironica, che va contro l'interesse di chi lo fa! 
La struttura dualistica di lingua e pensiero, è la condizione di base dell'esistenza del poeta (e di tutti noi). Essa evoca l'ipocrisia dualistica che si esprime. Perché? si può parlare bene ed intendere male, e l'equivoco è dietro l'angolo. 
L’artista è tale solo a condizione di essere DOPPIO e di non ignorare i fenomeni della sua doppia naturama l’ironia, è riflessione della riflessione, e NON possiede alcun valore liberatorio per Baudelaire. Il riso eterno è la pena infernale del carnefice di se stesso

Il  rapporto dell'artista con la vorace ironia è ambiguo. 
Egli è creatore e bersaglio dell’ironia (per via del doppio) quindi: parte negativa e positiva, e si trova al contempo, dentro e fuori la vorace ironia, vorace perché opera nel meccanismo base del sistema e lo mina da dentro, rendendolo meno credibile.
L’ironia è uno strumento che sconvolge l’univocità dei due poli opposti, e così instaura un’ambiguità destabilizzante per il sistema, facendo tremare ogni certezza sulla fede. Essa è vorace, corrosiva, insaziabile e acida.  Essere ironici con se stessi significa rimettersi in discussione, esporsi alle critiche, cioè autodivorarsi. L'ironia è uno strumento di sofferenza, perché il Je diviene il luogo di una lacerazione, di un contrasto. 

5
Elle est (l'ironia) dans ma voix, la criarde! (strillona)
C'est tout mon sang ce poison noir!
Je suis le sinistre miroir
Où la mégère se regarde.

Sta nella mia voce la strillona!
E' tutto il mio sangue, quel nero veleno!
Sono lo specchio sinistro
in cui la megera (strega) si guarda!

L'ironia non viene dall'esterno, ma dal poeta stesso, e anche dal suo sangue. 
Quanto al veleno nero, nella medicina umorale classica, la Malinconia è definita "Nero veleno" e provoca danni a partire dal cervello. Nella poesia, egli sostituisce "Malinconia" con "Ironia", con la differenza non secondaria, che una è subita dal corpo, l'altra è una reazione, un atto di volontà! 
Baudelaire torna al suo lavoro di alchimista-poeta, e trasforma la malinconia in Ironia, privilegiando dunque il suo aspetto masochistico. Lo "Spleen" dicevamo... è una parola inglese, ma deriva dal greco ed è legata all'organo della milza. 
L’ironia è uno specchio interiore, ferita fra le ferite, ed il poeta è specchio di qualcosa che gli appartiene  (parla attraverso  la sua voce, essa è nel suo sangue, avvelenato dalla realtà esistente.)  Nella poesia, l’ironia è: Criarde, megère, poison noir… quindi il poeta la subisce come un tormento.

6
Je suis la plaie et le couteau!
Je suis le soufflet et la joue!
Je suis les membres et la roue,
Et la victime et le bourreau!

Sono la piaga e il coltello!
Sono lo schiaffo e la guancia!
Sono le membra e la ruota,
la vittima e il carnefice!

“Je suis”: Ora il poeta si definisce e così facendo avvicina la quartina a quella che segue, con quattro affermazioni di identità. Egli non è in pace con se stesso. Porta in sé il disaccordo della realtà dualista nella quale vive. “grazie” all’Ironia, si punisce lui stesso. Si distrugge con le sue mani, canta il falso accordo nella “divina sinfonia” e si separa dagli altri.

C’è in lui una duplicità in aspro contrasto.

Nella strofa cinque, egli è lo “specchio” di una megera. E’ al contempo  la piaga e coltello che genera la piaga. È lo schiaffo e la guancia che lo riceve, è il supplizio e lo strumento che provoca il suo supplizio, cioè il corpo e la “ruota” (antica tortura che rompe le ossa al criminale)  la vittima e il suo carnefice.  

7
Je suis de mon coeur le vampire,
Un de ces grands abandonnés
Au rire éternel condamnés
Et qui ne peuvent plus sourire!

Io sono del mio cuore il vampiro, 
- uno di quei grandi abbandonati,
condannati al riso eterno
e che non possono più sorridere!

Questa è la settima e l'ultima strofa e qui il processo anaforico riprende in modo esasperato (je suis). Dal registro “naturale” (coltello, schiaffo, ruota, macellaio), passa a quello sovrannaturale, cioè al vampiro, legato in qualche modo al concetto di risurrezione cristiana dei corpi. Esso è un morto che rinasce la notte per andarsi a cercare il sangue di un vivente e succhiarlo.
IL POETA è dunque un cadavere che di notte resuscita, però, a differenza del vampiro, si nutre del suo proprio sangue, non di quello degli altri. (je suis de mon coeur le vampire). Il suo cuore è di conseguenza, un cuore di vampiro, cioè di un uomo morto nel quale cola "veleno nero". Egli è un assurdo parassita di se stesso. 
Siamo all'interno di una realtà che sembra decisamente bloccata, senza uscita possibile.

Lineetta/trattino: Divide la strofa in due parti e serve  ad isolare l’informazione dei tre ultimi versi sottolineandoli: (io sono) 
uno di quei grandi abbandonati
condannati al ridere eterno
e che nn possono più sorridere!
L’ironia non ha nulla a che vedere con quella che si usa di solito, sorridente e forse anche benevola. Sappiamo già che quella del poeta è “vorace”, che è un falso accordo, un veleno nero, una megera, uno strumento di tortura, un vampiro. Non possiamo immaginare nulla di peggio.

Becherellle. Dizionario 1852: Ironia: è a volte l’ultima risorsa dell’indignazione e disperazione quando l’espressione seria appare troppo debole, un po’ come in quei grandi dolori che smarriscono un momento la ragione, un ridere spaventato prende il posto delle lacrime che non possono colare. 
Becherelle pensa a chi ha ricevuto una terribile prova... Al contrario il poeta indirizza questa ironia feroce contro se stesso, contro la realtà che lo costituisce e lo fa essere quel che è.
Questo gesto assimila tutti i grandi abbandonati, cioè quelli che nel mondo annoiato sono stati o sono ancora un segno di contraddizione insopportabile , esattamente come il poeta, che si è presentato dal principio, come respinto dalla madre, dalla sua compagna  e da tutti quelli che vuole amare (Bénediction) E' evidente Che chi trasforma l’oro in ferro e il paradiso in inferno, è respinto da tutti. (Alchimia del dolore)

Il poeta è condannato ad essere il nemico, la vittima di se stesso, della sua natura dualista. E’ condannato a un’auto ironia distruttrice, ad un ridere disperato e perpetuo, che forse è peggio del piangere. Si tratta di un ridere eterno come è eterno il destino di sofferenza o di felicità inventata dalla cultura conservatrice del mondo annoiato, che adora il dio dell’Utile. (La maiuscola crea un' allegoria/personificazione della parola). La posa del ridere eterno sarà evocata anche da Victor Hugo nel noto romanzo "L'homme qui rit" (l'uomo che ride. 1869) dove Gwynplaine, per mano dei comprachicos incaricati di renderlo irriconoscibile, subisce un taglio ai margini delle labbra, e il suo volto da allora, rimarrà contratto nell'eterna smorfia di chi, come scrive Baudelaire, non può più sorridere.) 
Se l'atto di sorridere è il compromesso ironicamente conciliante con se stesso, che lo rende fratello dell’ipocrita lettore, egli non può sorridere, ma il sorriso potrebbe essere anche inteso come espressione di uno stato perduto, di uno stato d’armonia serena con la natura, di una via priva di menzogne e di ansie introdotte dal dualismo e accettato come normale da gran parte d gente (cioè dai fratelli ipocriti)
A chi è dedicata questa poesia? 
Per il critico Mario Richter, il poeta in questi versi, si identifica con Cristo, che è modello per eccellenza della poesia che stiamo analizzando. 
Il Dio della creazione dualista ha salvato il mondo col suo proprio sacrificio. E’ un padre che per l’intermediario che è il figlio unico e preferito (teologicamente... è una sola persona) punisce se stesso per salvare l’uomo, i suoi figli disobbedienti e degenerati ...come nell'opera di Terenzio alla quale per forza rimanda il titolo.

Sappiamo che Baudelaire è nutrito di cultura cristiana
La muse malade: nella sua musa cola sangue cristiano
Vediamo che egli si riconosce in un vampiro, cioè un cadavere che resuscita per nutrirsi del suo proprio cuore
Lui che è un “mauvais moine”, “l’ennemi” un nemico che succhia il suo sangue 
Nemico della sua cultura, la cultura dualista e cristiana, che è stata voluta dal dio dell’Utile, il responsabile del “noir tableau plein d’épouvantement” costituito dagli uomini e dalle donne di nazioni corrotte “J’aime le souvenir” che hanno creduto di far meglio della natura cominciando a vestirsi

Colui che vuole veramente liberarsi di cristo per accedere all’inconnu veritable (o alla natura) deve obbligatoriamente passare per una autodistruzione dolorosa o per un’autopunizione, perché il cristo che lo si voglia o no, che lo si creda o no, è in lui, nel suo proprio sangue, nella lingua che utilizza, nella poesia che crea, insomma nella sua cultura che si fonda sul culto della conservazione del cadavere.

Ciò significa che chi vuole veramente esplorare l’inconnu deve sottomettersi al sacrificio terribile e calcolato, analogo ma opposto, al sacrificio che, nella tribù, fa del Cristo il salvatore rassicurante/comodo
In altri termini, il poeta, condannato alla triste alchimia di Mida, Tortura la musa, la sua poesia, con calcolo e passione. Ovvero con fede, esattamente come un macellaio e come Mosè.

Dunque potremmo leggere la dedica iniziale in senso più drammatico e grave, tipo: A Jesus Grand Frère ? Gesù, fratello maggiore che ha per compito di proteggere i suoi altri fratelli e sorelle, ma come dicevamo all'inizio, non sono che congetture. 


Ho dedicato a Baudelaire un intero blog. Questo l'indirizzo:
www.charlesbaudelaireifioridelmale.blogspot.com

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