lunedì 22 maggio 2017

Ho deciso di non mangiare più.

"Una storia di anoressia" 
Edizioni Piemme
pagine 158 
Il mio tempo di lettura: 2 ore e 30 minuti. 
Nb: Lo scrivo solo perché non mi era mai successo di contare le ore... (insomma, fulminea lettura) 

Vorrei una discoteca labirinto 
bianca senza luci colorate, 
grande un centinaio di chilometri, 
dalla quale non si possa uscire. 
Subsonica. Disco Labirinto

Consigliato a chi ha figli, a chi sta pensando di averne, a chi non ne ha, a chi giudica con “leggerezza” i propri figli o quelli degli altri, a chi sente parlare da anni di anoressia, bulimia e disturbi alimentari senza averci mai capito niente. A chi pensa che "questa roba" si risolva con la sola buona volontà. Consigliato a chi per strada o sui social non perde occasione per offendere persone che reputa troppo magre o troppo grasse rispetto ai propri standard,  a coloro che si sentono immuni da ogni spiacevole evenienza, ecco, a questi ultimi soprattutto. 
Si inizia sempre da un punto, ed è quello in cui si pensa di essere forti e del tutto immuni da un disagio psichico, che poi diventa fisico e che nessuno o quasi saprà o vorrà perdonare, a partire da chi ce l’ha. E' una guerra concepita per enfatizzare i più basilari concetti di perdita, infatti si perde molto del perdibile.  




Mi trovo in biblioteca e fra le proposte di lettura, un libro cattura la mia attenzione a partire dal titolo, molto poco ambiguo.
Ho deciso di non mangiare più.
E’ scritto di un rosa che butta sul lilla, ed è stampato come tutto il resto, su carta marrone-seppia. Al centro, la foto di una donna “da copertina” al netto di occhi e piedi, in una posa che mi ricorda un soggetto da  me dipinto tempo fa, un soggetto che, come questo, era privo di occhi per vedere e di gambe per camminare.  

L’autrice del libro è Justine, scritto in nero, grassetto, senza cognome.  Forse è un nome inventato, non so.
Sotto al titolo, una precisazione quasi inutile, ma funzionale: “una storia di anoressia” scritto in nero, senza grassetto, e non posso non pensare che, per come suona in italiano, sarebbe un po’ violare un tabù,  visto l’argomento.

L’idea era di leggere due righe per capire quanto fosse noioso da uno a mille. Ho qualche pregiudizio sui libri che parlano di malattie, ma in questo caso ho riscontrato una sostanziale autenticità che sempre e per sempre sarà per me motivo di predilezione fra un libro da leggere e uno da lasciare agli altri. 

Non è un romanzo propriamente detto e non è un saggio medico o psicologico, è una specie di diario scritto da una ragazza che, a distanza di qualche tempo, racconta della sua anoressia, iniziata verso il 14 anni e "risolta" verso i 17, dopo essere passata anche per la bulimia. Immancabile in questi casi una parvenza di lieto fine, perché fa parte del copione. Non ha senso, in ottica commerciale, scrivere di quando uno stava male per poi concludere che... sta ancora più male. Cioè, si può fare, ma bisogna impostare la storia come un romanzo, farne letteratura, o del buon cinema. Più impegnativo certo, tuttavia, trovo che questo libro sia ben scritto e anche utile, per questo ho deciso di riferire qualche considerazione sul tema.

Leggendo con una rapidità per me singolarmente inusuale e con una concentrazione di norma impensabile fra le due e le quattro del pomeriggio (il tempo della flemma per antonomasia) mi è partita nella mente una specie di colonna sonora, si tratta di canzone dei Subsonica, Disco labirinto, che allego, in cui si parla di tradimento "tradizionale", quello fra maschio e femmina, anche se i tradimenti peggiori sono quelli in cui le corna le mettiamo a noi stessi. 
Quasi quasi non ti ascolto,
quasi quasi ho il vomito,
quasi quasi esagero
se mi sopravvaluto.
Vorrei una discoteca labirinto bianca
senza luci colorate,
grande un centinaio di chilometri
dalla quale non si possa uscire. 

Perché proprio questa canzone?
Quasi tutto il libro si svolge in uno spazio che evoca il chiuso. Il chiuso del pensiero, il chiuso di una camera, che è addirittura uno sgabuzzino locato al piano meno uno, come una bara per vivi raggiungibile passando per lo spazio caldaie, un luogo che suggerisce chiaramente uno stato di claustrofobia permanente, e poi l’aula a scuola, l’ospedale, i medici, il sondino gastrico che passa dal naso ed entra nello stomaco e se l’esterno compare, è solo un moto a luogo fra una tortura medica ed una compulsione. Non sembra possibile per chi li vive, uscire da simili incantesimi, da cui forse, il bisogno di parlarne. 
Non credo sia facilissimo a fine libro non provare un fastidio sostanziale nei confronti della madre di Justine e anche suo padre, volendo, uno lo sbatterebbe sul muro per accertarsi che si sia fatto almeno un po' di male, tuttavia non sono sicurissima che sia una narrazione troppo equa e razionale. 
Il punto di vista espresso nel testo è quasi esclusivamente quello della “vittima” (se decidiamo di considerare vittima una persona che si infligge ciò che si legge in queste pagine colme di sofferenza). Vengono narrati anche sdoppiamenti psichici di una mente in cui convivono la vittima e il carnefice e la  conseguenza è che lei si sente sempre meno lucida, sempre più lacerata e divisa in due da forze che, incessanti, lavorano da dentro e si vedono fuori, anche se solo in minima parte rispetto a ciò che “il serpente”, come lei lo chiama, la spinge a fare, cioè distruggersi, farla finita o semplicemente comunicare un disagio che altri hanno indotto, motivato e poi incoraggiato, pur pretendendo di aiutarla e pur piangendo nel vederla malata, non è paradossale?
Il setting iniziale è un tavolo apparecchiato, e l'ora è quella dei pasti, quella in cui le famiglie si inchiodano alle sedie per ingoiare cibo e astio, pretendendo che abbia un senso. Una cultura più vecchia di noi, suggerisce di continuare su questa via, ma qualche dubbio sulla sua efficacia, ce l'ho da sempre. 

Riconosco all'autrice una grande abilità di scrittura perché non è semplice riempire così tante pagine parlando di un meccanismo che si ripete all'infinito, senza generare noia, e anzi... in alcuni punti mi sembra che restituisca un'immagine tangibile del suo stato d'animo e di salute.
La ragazza  si racconta come una maniaca perfezionista e non deve stupire perché in queste situazioni la volontà trova il modo di diventare un nemico nelle mani di chi vorrebbe farne un uso compulsivo, come fa col cibo e con tutto il resto. E' anche ossessionata dal tempo. Non può e non vuole perdere un solo minuto, solo che, così facendo finisce col buttare via anni interi, come se fosse logico, certo, nessuno ha detto che lo sarebbe stato, infatti si parla di un disagio psichico. 

Sapere che questa ragazza aveva ai tempi solo 14 anni, dispiace enormemente, perché non è fiction e gli ospedali grondano di persone che si ammalano di cibo, così come tante case finiscono con il nascondere persone-ombra che vivono di spazi vuoti, e poi ci sono quelli che muoiono. In questi casi si tende a giudicare il malcapitato, come se morire non fosse una pena più che sufficiente per qualunque colpa.

Justine ha sfruttato le vie del web, quando il web iniziava a fare adepti e si è “curata” negli ospedali, ma anche e soprattutto on line, creando un blog che le ha mostrato un’evidenza di cui non era al corrente, ovvero… i grandi numeri. Tantissime persone pensavano, agivano e soffrivano come lei, e saperlo, paradossalmente, le ha dato forza.
Questo libro arriva a garantirle anche un ritorno economico, immagino, tuttavia ho deciso di promuoverlo perché penso sia un testo che, tramite una onesta e semplice narrazione, faccia capire meglio dei meccanismi sui quali spesso rimaniamo scettici se non proprio indifferenti.

Leggendo il libro ho capito una volta di più che al netto delle sigle, i disturbi alimentari sono molto simili fra loro, e trovo ripugnante un sistema sociale che li incoraggia e che ci lucra. 

Uscirne? Non so. Forse inventeranno pasticche magiche, forse torneremo a stare sulla terra coscienti di essere deperibili oltre che estremamente di passaggio, ma come si è già detto, alla base del problema ci sono ragioni psicologiche, situazioni irrisolte. Certo, non credo sia di grande aiuto alla causa, un sistema economico interamente improntato sull'idea di bellezza emaciata promossa dalla moda, che incoraggia per via laterali la chirurgia estetica, le diete, le attività varie ed eventuali, per arrivare, quasi sempre a rendersi conto alla fine, che il corpo, così come lo concepisce certa filosofia orientale, dovrebbe essere il tempio della nostra anima, e dunque il punto focale dovrebbe risiedere nell'anima, e non le piastrelle del tempio. 


"Una ciotola per dosare il cibo da concedersi in una giornata: grande al massimo per una fetta di prosciutto, tre fagiolini e uno yogurt. E se il contenuto superava il bordo del recipiente, era una catastrofe. Un cucchiaino per mangiare tutto più lentamente e non finire prima dei genitori: restare a guardarli mentre continuavano a cenare sarebbe stata una tortura per lei, in perenne lotta contro la fame. E poi, le pietanze tagliate in pezzi minuscoli, da sparpagliare e appiattire bene sul piatto, in modo da far sembrare più abbondante quel poco che mandava giù. Tattiche, manie e inganni con cui Justine ha cercato per mesi di nascondere una verità evidente: l'anoressia, che nel giro di tre anni l'ha portata dai 76 ai 40 chili. E a un passo dalla morte. Un tunnel nel quale è caduta per sfidare gli sguardi impietosi e le battute sulla sua taglia forte. Un male che ha attecchito sulla base di piccole ossessioni e insicurezze, normali incomprensioni familiari, e sul desiderio di ribellarsi al ruolo di figlia e studentessa modello. Sui disagi, insomma, di un'adolescente come tante. Justine ha raccontato in un blog le tappe del calvario che ha segnato la sua vita dai 14 ai 17 anni: anoressia, bulimia, dall'illusione di onnipotenza sul proprio corpo al crollo fisico e psicologico, che l'ha costretta al ricovero e all'interruzione degli studi. E il suo diario sul web ha attirato l'attenzione di migliaia di persone, soprattutto giovani, diventando un vero e proprio caso in Francia." 


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