venerdì 18 febbraio 2011

Tutto torna.. di Giulia Carcasi.

"Tutto torna" è il terzo libro di Giulia Carcasi, una giovane giornalista e scrittrice a mio avviso interessante.
Alcuni testi m'ispirano una specie di simpatia a priori, come accade con certe persone, che mi conquistano prima ancora di conoscerle. E' un fatto raro,ma piacevole.
Sarebbe interessante indagare sui motivi di queste misteriose attrazioni. Forse il titolo, l’immagine in copertina, la casa editrice, il breve incipit scritto nel retro, o l’insieme, la suggestione, cioè le stesse ragioni che mi spingono verso un estraneo per saperne un po’di più.  E’ come se a livello inconscio avvertissi che lì dentro (nel libro, o nella persona) ci sono cose che riguardano anche me.

Il titolo mi ha fatto pensare ad un saggio di Nathalie Sarraute dal titolo:“Ich sterbe”, cioè: “Io muoio”, (o forse sarebbe meglio "Crepo") che inizia proprio su una riflessione in merito alle parole che “ritornano” dal nulla, all’improvviso “Ils viennent de loin, ils reviennent (comme on dit “cela me revient”)... [ tradotto nel mio blog: Ich Sterbe - Nathalie Sarraute. ]. Finto di leggere il libro della Carcasi non posso non ripensare alla pertinenza di questa spontanea associazione. 
Il titolo ha catturato da subito la mia attenzione, perché somiglia a una percezione che vivo spesso di recente, e la percezione è che certe cose ri-tornano di continuo, ogni volta con sfumature nuove, eppure sono sempre le stesse, e sempre ti condannano ad aspettare un nuovo ritorno, fra una partenza e l’altra. Dunque un fatto positivo, che tutto torni... ma anche l'ansia di un'eterna attesa verso qualcosa che si sa essere ciclico. A volte è una sensazione pesante, perché sarebbe bello se le cose smettessero di tornare e finissero del tutto, per permettere finalmente a nuove cose di arrivare.

Il libro inizia e finisce a Roma, inizia con un episodio che coinvolge una madre e un figlio, e finisce allo stesso modo, dunque come un cerchio in mezzo al quale succedono cose –fra parentesi-
Mi trovo in un supermercato per comprare cose utili alla vita pratica. Nel mucchio dei libri esposti, mi colpisce l’immagine di questa specie di cigno nero ...scoprirò fra qualche pagina che si tratta di una cicogna nera “Le cicogne nere sono tornate”, dal titolo di un articolo di giornale, e la cicogna mi fa pensare alla nascita, così come me la raccontavano da piccola, fra ortaggi e volatili. Il tempo di leggere le prime due pagine, su una mamma che piange disperata perché ha perso il figlio (ovvero la memoria, perché il figlio è lì con lei ormai adulto, solo che lei non può ricordarlo. E' malata) e sono già alle casse, curiosa di sapere cosa c’è di me in questo libro.
Il fatto che sia  della Feltrinelli, ha per me un valore aggiunto, e anche questo non so bene spiegarlo.
Quanto al libro, tanto per iniziare, mi piace lo stile molto attento, che non si vuole sceneggiatura ed elencazione di situazioni avvincenti, come accadeva nei romanzi ottocenteschi (e spesso, tristemente? Contemporanei), ma che somiglia più al concetto di "Brevitas" teorizzato da E.A.Poe in tempi ormai lontani.

Leggere questo lavoro mi è molto piaciuto, come forse si sarà intuito, eppure dal giorno in cui l’ho comprato a quello in cui l’ho letto è passato del tempo. Più di un mese, perché ogni cosa ha un suo momento e sbaglialo sarebbe un po’ rovinare tutto.

Il “momento giusto” è arrivato l’altro ieri, mercoledì 16 febbraio 2011, mentre ero su un treno per Roma. La prassi vuole che prima di partire mi prepari almeno un paio di libri e qualche rivista, per poi non sfogliarne neanche mezza pagina, visto che in treno mi piace ascoltare musica e viaggiare con la testa oltre che col corpo, mentre guardo il paesaggio che mi scorre veloce sotto gli occhi o mentre osservo le persone in viaggio attorno a  me cercando di indovinarle, come faceva "Novecento" fra una traversata oceanica e l'altra ("La leggenda del pianista sull'oceano").
Il treno è il solo posto in cui mi sento completamente a casa e questo viaggio non è come tutti gli altri, comunque dipende da fatti miei di nessuna rilevanza pubblica. Conta solo sapere che combacia con il momento giusto per “Tutto torna”, e per via di questa coincidenza, quel singolo viaggio (uno fra tanti) non smetterà di ritornare, ormai legato ad un ricordo dal peso specifico, con tanto di titolo, autore e casa editrice.

Non amo leggere libri in un solo giorno, mi sembra che si manchi di rispetto alla fatica dello scrittore, che a volte impiega anni per arrivare a quel risultato. Mi piace prendermi il tempo che serve, ma stavolta ho quattro ore di viaggio davanti, e la mia curiosità viene continuamente stimolata, non mi annoio, forse perché i due personaggi, Diego e Antonia (bellissimo nome) si conoscono e s' incontrano proprio in treno: Pisa-Roma, Roma-Pisa... io seguo un’altra traiettoria perché da Ancona attraverso l’Italia in quel punto dello stivale in cui l'Italia sembra spezzarsi in due (Nord e Sud, tenute insieme da una bandiera, dalla memoria storica...e poco altro purtroppo) per andare a Roma, ma nel "nostro" viaggio: il mio, e quello dei protagonisti, c’è per lo meno un luogo comune: Roma, e uso l'espressione "Luogo comune" giocando con l'ambivalenza del suo significato. Si è soliti associare queste parole al banale della vita, a certi clichés, eppure il luogo comune è anche quel posto geografico o mentale che, essendo "comune", permette l'incontro del prossimo, fosse pure sbattendogli addosso per errore, ed a quel punto, condividere qualcosa, qualsiasi cosa. Non è per forza un male insomma, accorgersi di essere finiti, fra i tanti posti possibili, nel bel mezzo di un luogo comune.

La storia che ci racconta Giulia Carcasi è scandita da un ritmo emotivo e cronologico preciso:
Il primo aneddoto che ci è narrato accade il 12 settembre 2008 a Roma, l’ultimo è datato 4 aprile del 2009, sempre a Roma. Quasi sette mesi, ovvero il tempo impiegato da due estranei per incontrsi, attrarsi, innamorarsi e... conoscersi. Quasi il tempo di una gravidanza, cioè il ciclo che la natura impiega per attaccare pezzi di DNA che di lì a poco saranno vita a sé.

I personaggi chiave sono: Diego, la madre di Diego, la sua badante, Antonia e ...il treno.
Lui è un insegnante universitario a Pisa, sta lavorando alla realizzazione di un dizionario, che è “il” libro per antonomasia, giacché sta all’origine di tutti gli altri libri, in quanto analizza una parola la volta, dalla “A” alla “Z”, tutti i termini che le persone usano (o potrebbero usare) per esprimersi, spiegandone in modo esaustivo ogni minima sfumatura.
Il dizionario lo penso come un libro ottimista, perché si vuole esplicativo... un libro enciclopedico, ambizioso, che si pretende definitivo eppure cosciente del destino di eterna incompletezza che gli spetta, fra i lavori più complessi e anche illusori concepiti dalla mente umana. Si può conoscere un numero infinito di vocaboli, si può conoscerne esattamente il significato di ogni parola, eppure ci si può trovare come bambini ingenui davanti alla vita, a quella cosa che non sta scritta da nessuna parte e che parla tante lingue insieme. I libri li sanno leggere tutti, ma per leggere le persone servono una somma di altri criteri.
-“INTERESSANTE : Si dice di qualcosa che non interessa” diceva Antonia facendomi il verso.
-“TELEFONO” ... non hai scritto che squilla, dice Antonia...

Il dizionario rimanda anche, mi sembra, alla simbologia della necessità continua di interpretare il prossimo quando ci si entra in contatto.
Per Diego la parola è un mestiere oltre che una forma di sicurezza, come un riparo dall’incerto della vita. I suoi allievi per gioco gli spostano le lancette dell’orologio in aula, e questa disarmonia fra le lancette dei due orologi, quello sul muro e quello che ha sul polso, somiglia al tempo che si ritrova a perdere, malgrado ogni suo sforzo.
Si può essere in orario e anche in anticipo? A quanto pare si può, ma è facilissimo perdersi dentro quel magico quarto d'ora che non appartiene a nessuno.
“C’è un tempo che non è sul mio polso e non è sull’orologio di un muro, c’è un tempo scritto da qualche parte, vieni fuori e scoliamolo. Ho capito che non me ne faccio niente del significato delle parole, me ne faccio qualcosa del significato delle persone. Ho capito che a tutto si può rimediare, tranne al bene. D’accordo Antonia, ho imparato la lezione, non voglio essere migliore per qualcuno che non sei tu... nella confusione tu hai dato tutto, e io nel mio ordine, non so, dubito. ”
Chi è Antonia?
Una ragazza che Diego conosce su un treno diretto a Roma (Da Pisa). Lui ha un malore e lei lo soccorre. “Sto facendo un lavoro per un centro di recupero” dice lei. Lui la prende per medico, lei non nega. Sono due pendolari e s’incontrano in viaggio e il treno funge da trait-d’union.
In comune hanno un quaderno identico con contenuti diversi. Lui ama la musica classica, lei quella con “le parole” (altro divertente controsenso, visto il lavoro di lui). Lei è spontanea e misteriosa, divertente spesso. Lui è preciso, enigmatico, riflessivo. Lei è anima, lui è ordine. Iniseme sono una coppia, per il tempo che dura.
Diego ha un padre freddo, distante, praticamente inesistente, e una madre che soffre di una malattia che la riporta sempre al passato. E’ un male diffuso, quello di vivere di ieri, ma per lei è una patologia perché dimentica del tutto il presente, e fra la donna ed Antonia nasce subito un rapporto di complicità :
"Quanti anni hai? le chiede mia madre senza che c'entri nulla. "Trentaquattro" risponde Antonia. Mia madre sorride con l'entusiasmo di chi scopre di avere qualcosa in comune. "Sai, ho avuto anch'io trentaquattro anni una volta". "E come eri?" chiede Antonia incuriosita.... "Ero alta".

E verso la fine, la madre dirà di Antonia:
“ Non mi ricordo come ti chiami, però so chi sei”
Quanto a Diego, in merito ad Antonia:
“Mi faccio molte domande su di te, a te invece ne faccio pochissime. Il guaio è che più chiedo, più mi coinvolgo.Vorrei che tu fossi insulsa o speciale”
E ancora: “ Non voglio sognare il suono della tua risata tutta la notte, tutto ciò che non sei ti allontana da me. Non mi voglio ingannare, caccio i pensieri per accogliere te. Voglio vederti solo quando vieni. Quando vieni? Voglio ascoltarti solo quando vieni, quando vieni?”

Antoina è una bugiarda patologica, s’inventa la verità che più le conviene, perché è rimasta traumatizzata da un’ingiusta punizione subita a scuola quand’era piccola. A Roma non ci va per fare il medico, ma frequenta un centro per farsi aiutare ad essere più coerente verso gli altri abitanti del mondo reale. A Diego però non dice bugie, si limita a omettere certe verità. Quanto al suo amore per lui, e per la madre di lui, c’è un ché di molto reale, di profondamente vero.
“Tu quando torni? Chiede mia madre ad Antonia. “Presto” risponde lei, ma non in quel modo che fa venire l’ansia di chiedere: presto quando? in un modo suo che basta ad essere certi che verrà.”

Il suo è un amore “pratico”, essenziale... che risulta veritiero al di là delle parole, perché é tangibile.

Il finale non è quello che mi aspettavo, forse è la parte più debole, ma non mi va di dargli importanza.Mi piace lo stile con cui le cose vengono scritte, mi piacciono molte frasi del libro che ricordano un modo molto attuale di incontrarsi-scontrarsi con gli altri, e vorrei citarle tutte, perché sono molto belle, ma non posso, perché sarebbe come riscrivere il libro per intero.
Quanto alla storia fra i due, in pratica, la bugia più irreparabile e dolorosa l’ha detta lui, l’uomo di “parola” e rimediare non gli sarà in alcun modo possibile. Lei invece ha fatto il possibile per tenerlo con sé, per vivere questa complicità.
“Sai Diego, ho paura che un giorno, dopo esserci tanto mancati, ci chiederemo se potevamo fare qualcosa concretamente invece di mancarci senza far niente” Quando parla dà l’impressione di parlare anche a sé e questo fa sembrare le sue parole vere. Ma quelli di cui parla non eravamo noi, erano una specie di me e di lei. Ero io nonostante me, e lei nonostante sé. “stai facendo una cazzata”
“ E dove sta scritto?” le chiedo.
Antonia mi guarda con rabbia, chiede una penna alla commessa, “smettila” le dico, mentre su un tovagliolo scrive in maiuscolo:
                             STAI FACENDO UNA CAZZATA
“E’ scritto qui” dice con odio, “adesso che è scritto è più vero?”
...
Lui:
Ho visto migliaia di film, letto centinaia di libri, senza chiedermi se fossero veri. Mi bastava di una storia che fosse bella. A un’emozione non ho chiesto documenti. Perché non può essere così anche con le persone? Mi sono commosso in un cinema e davanti a una pagina, ma se penso a quando mi sono commosso davanti ad Antonia, mi sento stupido e non riesco a sopportarlo.
...

Ecco il mio consiglio: LEGGETELO!!
Non è una banale storia d’amore, ma una storia sulla inevitabile banalità con cui a volte ci perdiamo la vita mentre questa accade.

ps: Oggi (nov 2013) forse mi esprimerei con meno enfasi su questo libro, ma capita quasi con tutto quello che leggo. Comunque meglio di tanto altro che vedo in giro.

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